Unabomber parte da una storia che mette già a disagio senza bisogno di inventarsi molto: un ragazzo intelligentissimo, incapace di trovare il proprio posto nel mondo, che molti anni dopo diventerà l’uomo responsabile di una lunga serie di attentati con pacchi bomba negli Stati Uniti. Il problema del film Netflix diretto da Janus Metz è che, proprio davanti a una vicenda così complessa, sceglie spesso di correre. E quando corre, perde dettagli che sarebbero stati fondamentali per capire meglio Ted Kaczynski, il clima in cui è cresciuto e soprattutto il modo in cui la sua rabbia si è trasformata in violenza.
Il film segue due periodi diversi.
Negli anni Cinquanta incontriamo Ted molto giovane, interpretato da Jacob Tremblay. Ha soltanto sedici anni quando entra ad Harvard. È brillante, preparato e molto più avanti rispetto ai ragazzi della sua età, ma socialmente è quasi sempre fuori posto. Non sa bene come rapportarsi agli altri, fatica a leggere le situazioni e sembra vivere ogni incontro come se ci fosse un vetro tra lui e il resto del mondo.
Molti anni dopo, nel 1995, l’FBI cerca ancora di identificare l’Unabomber. Gli attentati sono ormai diventati un incubo nazionale e l’agente Joanne Miller, interpretata da Shailene Woodley, comincia a pensare che la strada seguita fino a quel momento sia sbagliata. Secondo lei, invece di concentrarsi soltanto sul profilo psicologico classico, bisognerebbe studiare il linguaggio usato nel manifesto scritto dall’attentatore.
L’idea è interessante perché il film prova a mostrare le parole come una specie di impronta digitale.
Il modo in cui una persona scrive può rivelare molto: il livello di istruzione, l’età, il tipo di letture, la provenienza, perfino certe abitudini mentali. Joanne crede che il manifesto possa raccontare più dell’autore di quanto faccia qualsiasi identikit costruito a tavolino.
Solo che questa parte non viene sviluppata abbastanza.
La linea narrativa più forte resta quella del giovane Ted.
Ad Harvard entra in contatto con il professor Henry Murray, interpretato da Russell Crowe. Murray lo coinvolge in una serie di esperimenti psicologici che inizialmente vengono presentati come attività universitarie legate alla filosofia e allo studio del comportamento.
Poi la situazione cambia.
Ted viene fatto sedere in una stanza, collegato a sensori e sottoposto a interrogatori aggressivi. Le sue convinzioni vengono attaccate. La sua intelligenza viene messa in discussione. Le provocazioni non servono a capire cosa pensa, ma a vedere quanto può essere spinto prima di crollare.
Sono le scene migliori del film.
Russell Crowe non interpreta Murray come il classico professore pazzo che urla e ride in faccia agli studenti. Fa qualcosa di molto più efficace. Rimane freddo, parla con calma e tratta Ted come se fosse un problema da studiare.
Questo rende ogni confronto più spiacevole.
Jacob Tremblay, dall’altra parte, riesce a far vedere quanto quella pressione si accumuli. Il suo Ted non esplode immediatamente. Prima cerca di resistere, poi si chiude, poi si irrigidisce. Si capisce che ogni umiliazione resta lì.
Il film, però, commette proprio qui il suo errore più grande.
Fa vedere gli esperimenti, la solitudine, la rabbia e il disagio sociale, ma tende a mettere questi elementi uno dietro l’altro come se bastassero da soli a spiegare quello che succederà in futuro.
Non è così semplice.
Una persona non diventa un terrorista soltanto perché è stata umiliata da un professore o perché ha avuto difficoltà a socializzare.
Kaczynski aveva idee politiche, filosofiche e tecnologiche molto precise. Aveva sviluppato una visione estrema della società industriale, del progresso e della tecnologia. Quella parte della sua evoluzione avrebbe meritato molto più spazio.
Il film invece sembra interessato soprattutto a trovare una causa emotiva.
Ed è una scorciatoia.
Anche la parte dell’FBI soffre dello stesso problema.
Joanne Miller potrebbe essere un personaggio molto interessante perché cerca di mettere in discussione un metodo investigativo già consolidato. In più deve farlo in un ambiente dominato dagli uomini, dove spesso le sue intuizioni vengono trattate con sufficienza.
Il film accenna anche al sessismo che incontra.
Ma resta tutto troppo veloce.
Vediamo un collega che la contraddice.
Vediamo lei insistere.
Vediamo qualche tensione.
Poi la storia passa ad altro.
Shailene Woodley non è aiutata da questa scrittura. Il personaggio ha una funzione chiara nella trama, ma raramente sembra avere una vita propria.
La sensazione è che Joanne esista soprattutto per accompagnarci verso la scoperta dell’Unabomber.
Crowe e Tremblay, invece, hanno molto più spazio per costruire i loro personaggi.
E infatti ogni volta che il film torna ad Harvard migliora.
C’è una scena di confronto tra Ted e Murray verso la parte finale che funziona più di molte sequenze costruite apposta per creare ansia.
Sono seduti.
Parlano.
Non succede quasi nulla dal punto di vista dell’azione.
Eppure la tensione è molto più forte rispetto alle scene con i pacchi bomba.
Questo perché il film, finalmente, smette di cercare di impressionare lo spettatore e lascia lavorare gli attori.
La scena iniziale, invece, fa esattamente l’opposto.
Un pacco arriva in una casa.
L’uomo lo prende.
Vediamo il coltello.
Vediamo il nastro adesivo.
La moglie e la figlia sono nella stanza accanto.
Sappiamo già che qualcosa di terribile sta per succedere.
La regia insiste ancora.
Continua a mostrarci il pacco.
Continua a rallentare l’apertura.
Continua a ricordarci che dobbiamo avere paura.
Per me è troppo.
La storia reale è già abbastanza inquietante. Non aveva bisogno di essere sottolineata così tanto.
Anche l’immagine del film segue questa strada.
Colori sporchi, luce bassa, stanze chiuse, corridoi, primi piani molto stretti.
All’inizio creano un’atmosfera pesante.
Dopo un po’, però, diventano prevedibili.
Sai già che ogni scena importante sarà girata per farti sentire a disagio.
Il risultato è che il film, invece di sorprenderti, comincia a mostrarti troppo chiaramente le proprie intenzioni.
E poi c’è la durata.
Unabomber dura circa cento minuti.
Sono pochi per raccontare bene tutto quello che mette sul tavolo.
Ted ad Harvard.
Gli esperimenti.
Henry Murray.
La CIA.
La rabbia.
Gli attentati.
Il manifesto.
L’FBI.
La linguistica.
Le vittime.
La cattura.
Ognuno di questi elementi potrebbe occupare da solo una parte importante del film.
Mettendoli tutti insieme, molti restano soltanto accennati.
Ed è un peccato perché il film ha due attori che avrebbero potuto reggere benissimo un racconto più lungo e più approfondito.
Jacob Tremblay è probabilmente la sorpresa maggiore.
Il suo Ted è difficile da guardare perché non cerca mai di renderlo simpatico.
Non lo trasforma in una vittima.
Non lo giustifica.
Mostra un ragazzo intelligente, ferito, arrogante, fragile e sempre più chiuso.
Russell Crowe, invece, è perfetto ogni volta che entra in scena.
Gli basta una pausa prima di rispondere o uno sguardo un po’ troppo lungo per far capire che Murray sta osservando Ted come se fosse un esperimento.
È proprio per questo che alla fine resta una sensazione strana.
Unabomber non è un film brutto.
Si guarda.
Ha alcune scene forti.
Ha due interpretazioni molto buone.
Ma racconta una storia enorme con troppa fretta.
E quando finisce, invece di sentirsi soddisfatti, viene quasi voglia di cercare un documentario o una serie più lunga per capire meglio quello che il film ha soltanto sfiorato.
Voi avete visto Unabomber su Netflix? Vi ha convinto il modo in cui racconta Ted Kaczynski oppure avreste preferito un film più lungo e approfondito? Scrivetecelo nei commenti.
La Recensione
Unabomber (2026)
Unabomber funziona soprattutto grazie a Jacob Tremblay e Russell Crowe, che rendono interessanti le parti ambientate ad Harvard. Il resto è più debole. Il film mette insieme tantissimi elementi ma raramente si ferma abbastanza a lungo per spiegarli bene. Interessante da vedere, poco utile se volete capire fino in fondo il caso Kaczynski
PRO
- Jacob Tremblay è molto convincente e costruisce un Ted Kaczynski giovane pieno di rabbia e disagio senza renderlo una caricatura.
- Russell Crowe rende Henry Murray inquietante proprio perché resta freddo e controllato.
- Le scene degli esperimenti psicologici sono le più tese del film.
CONTRO
- La trasformazione di Kaczynski viene spiegata in modo troppo semplice.
- Le sue idee politiche e la sua visione della società industriale vengono approfondite poco.
- La parte investigativa con Shailene Woodley è meno interessante.
- Il tema del sessismo nell’FBI viene introdotto e poi lasciato quasi subito.


