C’è da chiedersi se il regista Michael Showalter stia bene. Passare da commedie brillanti come The Big Sick a un thriller letargico come Verity, in uscita domani 1 ottobre nelle sale italiane, è un salto nel buio che lascia perplessi. Adattamento dell’omonimo best-seller di Colleen Hoover, il film schiera un triangolo amoroso e letterario composto da Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett, finendo però per affogare quasi subito in un oceano di noia.
La trama segue la scrittrice in bolletta Lowen Ashleigh (un nome che sembra generato casualmente) che viene ingaggiata dall’affascinante Jeremy Crawford per un compito delicato: terminare la celebre saga thriller di sua moglie Verity, ormai catatonica dopo una serie di incidenti e tragedie familiari. Trasferitasi a casa Crawford, Lowen fruga nello studio e trova un’autobiografia segreta che puzza fortemente di confessione di omicidio. Sulla carta un pretesto avvincente, sullo schermo quasi due ore in cui si procede alla velocità di una lumaca assonnata. Il film alterna spiegoni drammatici a lunghe inquadrature di Dakota Johnson che cerca strenuamente di sembrare terrorizzata mentre legge dei semplici fogli di carta.
Se c’è un’ancora di salvezza in questo naufragio cinematografico, porta il nome di Anne Hathaway. Mentre Johnson e Hartnett sembrano vagare per il set senza una direzione precisa e con pochissimo materiale su cui lavorare, Hathaway prende le briciole della sceneggiatura e le trasforma in un banchetto a dodici portate. È deliziosamente perfida, padroneggia le micro-espressioni in modo inquietante e regala l’unico vero balzo sulla sedia di tutta la pellicola, sfoggiando un’energia da antieroina alla Gone Girl. Purtroppo, Showalter sceglie di rimanere incollato al materiale di partenza riga per riga, rinunciando a quel tocco di assurdità camp che avrebbe potuto trasformare questo disastro in un divertente piacere proibito.
In definitiva, Verity si riduce a un mosaico di scene in cui persone molto attraenti sussurrano, hanno amplessi drammatici e si lanciano sguardi minacciosi mentre la trama cola a picco. È un thriller senza mordente che si prende troppo sul serio, salvato dall’oblio esclusivamente dalla prova titanica della sua antagonista principale.
La Recensione
Verity (2026)
Verity è un thriller letargico che si prende disperatamente sul serio, intrappolato nei limiti di una scrittura scialba e di un ritmo a tratti soporifero. L'unico, vero salvagente dell'intera pellicola è la performance titanica e splendidamente perfida di Anne Hathaway, che divora la scena lasciando solo le briciole a un cast altrimenti smarrito e sottotono. È un'occasione clamorosamente mancata, priva di quel guizzo camp che avrebbe potuto renderla divertente: farà forse la gioia dei lettori più accaniti di Colleen Hoover, ma lascerà tutti gli altri a controllare ripetutamente l'orologio.
PRO
- L'interpretazione di Anne Hathaway: magnetica, cattiva e capace di rubare la scena ogni volta che appare sullo schermo.
CONTRO
- Il ritmo estenuante: quasi due ore di pellicola che sembrano non scorrere mai.
- I dialoghi e la scrittura: il film eredita tutti i difetti narrativi dei romanzi di Colleen Hoover, risultando scialbo e spesso privo di logica.
- Lo spreco di talento di Dakota Johnson e Josh Hartnett, ingabbiati in ruoli passivi e incredibilmente noiosi.


