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La seconda stagione di Worst Ex Ever è arrivata su Netflix e no, il vostro ex non era poi così terribile (probabilmente)

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
8 Maggio 2026
in Film & Serie TV, Serie Tv
Tempo di lettura 6 minuti
La seconda stagione di Worst Ex Ever è arrivata su Netflix e no, il vostro ex non era poi così terribile (probabilmente)

C’è un momento preciso in cui ogni relazione finisce male in cui vi dite la stessa cosa: “Non poteva andare peggio di così.” Netflix ha deciso di dedicare una docuserie intera a dimostrare che sì, poteva andare molto, molto peggio. Benvenuti alla seconda stagione di Worst Ex Ever – Relazioni fatali, quattro episodi da un’ora che vi faranno rivalutare praticamente ogni persona con cui siete mai stati insieme, incluso quel tale che non vi ha richiamato dopo il terzo appuntamento. Lui adesso sembra quasi carino.

La prima stagione era arrivata nell’agosto del 2024 e aveva fatto il suo sporco lavoro: quattro storie vere di relazioni finite nel peggiore dei modi possibili, prodotte da Blumhouse – sì, gli stessi di Paranormal Activity e Get Out, che evidentemente hanno capito che la realtà fa più paura di qualsiasi cosa possano inventarsi. Il pubblico aveva gradito, Netflix aveva rinnovato, e adesso eccoci qui con quattro nuovi casi che alzano ulteriormente l’asticella dell'”assurdo ma vero.”

Quattro episodi, quattro motivi per rivalutare la vostra vita sentimentale

Prima di entrare nei dettagli, vale la pena capire come funziona questa serie, perché c’è una scelta narrativa che la distingue dalla maggior parte del true crime che trovate in giro. Di solito questi documentari costruiscono tutto il racconto come un giallo: vi tengono sulle spine, vi fanno fare ipotesi, e poi al finale vi rivelano il colpevole e la condanna come se fosse il premio di una tombola particolarmente deprimente.

Worst Ex Ever fa l’opposto. Ogni episodio apre con le immagini delle bodycam della polizia, vi mostra subito come è andata a finire, e poi torna indietro a raccontare tutto quello che era già successo prima, tutto quello che le persone vicine alla vittima avevano capito e detto senza che nessuno le ascoltasse davvero. Il crimine diventa quasi una conseguenza secondaria del racconto, mentre il centro dell’attenzione si sposta su qualcosa di più inquietante ancora: quante volte i segnali erano lì, chiari e leggibili, e quante volte il sistema – gli amici, la polizia, i tribunali – ha guardato dall’altra parte.

È una scelta che funziona, e non poco.

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Il caso del Deadpool Killer (che no, non è uno scherzo)

Il primo episodio si intitola Dating the Deadpool Killer e già il titolo vi dice tutto quello che c’è da sapere sul tono generale della stagione. Kelly Matthews si innamora di un uomo che le si presenta come “Steven” nel 2018. All’inizio sembra un tipo normale – o almeno abbastanza normale da non far scattare nessun campanello d’allarme immediato. Poi le cose cominciano a deteriorarsi in modo piuttosto sistematico: lui le impegna il computer portatile senza dirle niente, ci prova con la sua migliore amica, e la aggredisce fisicamente mentre lei lo stava accompagnando in rehab. Quando poi la lascia per un’altra donna, Kelly scopre che “Steven” non si chiama affatto Steven. Si chiama Wade Wilson.

Wade Wilson. Come Deadpool. Come il personaggio Marvel interpretato da Ryan Reynolds che fa battute mentre smembra i cattivi. Solo che questo Wade Wilson non fa battute, è nel braccio della morte per aver ucciso due donne in Florida nel 2019, e nel tempo libero si faceva chiamare anche “Handsome Devil Killer” – che è un nome che uno si dà da solo e che già da solo dovrebbe far riflettere sulle scelte di vita di questa persona.

La cosa più assurda – quella che continua a girare in testa dopo la fine dell’episodio – non è tanto la violenza in sé, quanto il fatto che Kelly avesse già capito tutto. Lo aveva detto. Lo aveva raccontato. E tuttavia il sistema aveva continuato a funzionare al rallentatore mentre lui continuava a lasciare dietro di sé una scia di vittime.

Il protagonista di 90 Day Fiancé che nessuno si aspettava di rivedere così

Se il primo episodio è il più cinematografico, il secondo è probabilmente quello che lascia più a disagio, perché il suo protagonista aveva già un volto pubblico costruito con cura prima che arrivasse Worst Ex Ever a raccontare il resto della storia.

Geoffrey Paschel è apparso nella quarta stagione di 90 Day Fiancé: Before the 90 Days, uno di quei reality americani sull’amore a distanza che sembrano fatti apposta per farvi sentire meglio riguardo alle vostre relazioni. Nel programma viaggiava fino in Russia per incontrare Varya Malina, una donna che aveva conosciuto online, e il pubblico lo guardava come si guardano queste cose: con una miscela di tenerezza e scetticismo.

Quello che il pubblico di 90 Day Fiancé non sapeva – o non voleva sapere, visto che quando erano emersi i precedenti penali in tanti avevano cercato di sorvolare – è che mentre girava il reality stava anche abusando della sua fidanzata Kristen Wilson, una professoressa di Knoxville, Tennessee, che lo aveva incontrato su un’app di incontri nel 2017. La vicenda è emersa grazie alla telefonata di una vicina di casa al 911, dopo che Kristen si era rivolta a lei in cerca di aiuto.

Paschel è stato condannato nel 2022 a diciotto anni di carcere senza possibilità di libertà condizionale per sequestro di persona e violenza domestica. Diciotto anni. È una di quelle sentenze che si legge due volte per essere sicuri di aver capito bene.

La domanda che l’episodio lascia aperta – e che Cynthia Childs, la regista, ha il merito di non risolvere con una risposta facile – è quanto spazio ci sia tra il personaggio televisivo e la persona reale, e quanto sia comodo per tutti fingere che quella distanza non esista.

Gli altri due casi (che non sono da meno)

Il terzo episodio porta in scena Joyce Pelzer e quello che era rimasto un caso irrisolto per anni: la scomparsa di Shawndell McLeod nel 2011. Katie Long, la protagonista del racconto, aveva cominciato una relazione con Joyce senza sapere che una ex fidanzata era sparita nel nulla pochi anni prima, e che quella sparizione non era esattamente un mistero per chi stava dentro alla storia. Pelzer è stata poi condannata per quell’omicidio e per altri crimini violenti, incluso l’assassinio della moglie Rosalyn Lewis.

Il quarto episodio chiude con la storia di Karen Kummerer e Scott Freeman, un caso del 2006 che si porta dietro un finale amaro anche dal punto di vista della giustizia: Freeman è stato condannato all’ergastolo nel 2007, ma è morto in carcere nel 2025 senza che Karen potesse mai davvero chiudere quella pagina. Nel documentario lei stessa dice una cosa che resta lì, ferma, dopo la fine dell’episodio: quella relazione le ha tolto la capacità di fidarsi di sé stessa nelle relazioni. Non è il tipo di finale che ti aspetti, e forse è per questo che pesa di più degli altri.

Perché questa stagione funziona meglio della prima

C’è una differenza abbastanza evidente tra le due stagioni, al di là dei singoli casi. La prima lavorava su storie relativamente sconosciute al grande pubblico, costruendo tutto il peso narrativo dall’interno. La seconda ha scelto deliberatamente protagonisti che avevano già un’immagine pubblica – Wade Wilson con il suo nome assurdo diventato virale, Geoffrey Paschel con il suo passato televisivo – e usa quella familiarità come un grimaldello.

Perché è molto più inquietante guardare qualcuno che riconoscete. È più difficile tenerlo a distanza, più difficile dire “queste cose capitano ad altri, non nel mio mondo.” Quando il soggetto del documentario è uno sconosciuto, il vostro cervello lo mette automaticamente in una categoria separata. Quando è qualcuno che avete già visto in televisione, quella categoria non regge più.

Blumhouse – che nel cinema horror usa esattamente lo stesso meccanismo, mettere il mostro in una casa normale, in una famiglia normale, in un posto che potrebbe essere il vostro – ha evidentemente capito che il true crime funziona con le stesse regole. La paura più efficace non viene dall’estraneo, viene da chi già conoscete.

La cosa che nessuno dice mai abbastanza

C’è un dettaglio di produzione che vale la pena nominare, perché cambia sostanzialmente il modo in cui si guarda questo tipo di contenuto: tutte le storie sono raccontate dal punto di vista delle sopravvissute. Non degli aggressori, non degli investigatori, non dei giornalisti che hanno seguito il caso. Di chi era lì e ha vissuto quello che è successo.

È una scelta che sembra ovvia detta così, ma non lo è affatto nel panorama del true crime, dove la prospettiva dell’assassino – il profilo psicologico, la ricostruzione della mente criminale, il fascino perverso del mostro – occupa spesso più spazio della vittima. Qui quella gerarchia è ribaltata, e il risultato è che uscirete dalla visione con una comprensione molto più concreta di come funzionano certi meccanismi di controllo e isolamento, di come si costruisce una trappola relazione dopo relazione, di quanto sia difficile uscirne anche quando si vede chiaramente dove si è finiti.

Non è una serie facile da guardare, beninteso. Ma è una serie che dice qualcosa di vero su come vanno certe cose, e lo dice senza urlare e senza i colpi di scena da manuale che di solito infestano il genere.

Adesso la domanda è: dopo quattro episodi del genere, siete ancora convinti che il vostro ex fosse davvero così terribile, o vi siete già ricreduti?

Tags: CrimeDocumentarioNetflix
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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

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