C’è una serie televisiva di Steven Spielberg che la maggior parte degli italiani non ha mai visto, che è stata cancellata dopo una sola stagione con un finale irrisolto, e che in questo momento non si trova su nessuna delle principali piattaforme italiane. Eppure in rete sta tornando a circolare con insistenza, con migliaia di spettatori che la riscoprono e la consigliano come uno dei prodotti horror più riusciti del decennio scorso. Si chiama The Whispers, ha 13 episodi, ed è costruita attorno a una delle premesse più inquietanti che tu possa immaginare: i bambini stanno parlando con qualcosa che noi non riusciamo a vedere.
Prima di tutto una cosa pratica per chi è in Italia: The Whispers era disponibile su Prime Video, ma i diritti sono scaduti e la serie non risulta più accessibile sulle piattaforme principali nel nostro paese. Vale comunque la pena sapere che esiste, capire perché fa paura, e tenerla d’occhio se dovesse tornare disponibile – perché il tipo di orrore che propone è raro e difficile da dimenticare.
La serie è uscita nel 2015 sulla rete americana ABC, con Spielberg nel ruolo di produttore esecutivo tramite la sua Amblin Television. È basata su un racconto di Ray Bradbury intitolato Ora zero, incluso nella raccolta L’uomo illustrato del 1951 – uno dei testi più influenti della fantascienza americana del Novecento, scritto da uno degli autori che più di ogni altro ha saputo mescolare meraviglia e terrore nella stessa pagina. Il racconto originale di Bradbury è breve, denso, e costruisce una tensione insostenibile nel giro di pochissime righe. La serie lo espande in qualcosa di molto più lungo, ma mantiene intatta la sensazione di fondo: qualcosa sta succedendo, i bambini lo sanno, e gli adulti non stanno prestando abbastanza attenzione.
La prima scena di The Whispers ti dice esattamente di cosa si tratta in pochi minuti. Una bambina di nome Harper è in giardino con gli altri bambini, ma sta da sola, ai margini, a parlare con qualcuno. Sua madre Amanda la chiama per farla rientrare. Harper non obbedisce, dice che sta giocando con il suo amico immaginario – Drill – e che non ha ancora imparato le regole del gioco. Amanda sale sul treehouse per tirarla giù. Sul pavimento c’è una X disegnata. Drill ha detto ad Amanda che era “it”, come nel gioco del nascondino. Amanda ci mette il piede sopra, la tavola cede, e cade. Fine della scena d’apertura. Nessuna spiegazione, nessuna rassicurazione, nessun personaggio che ti dice cosa sta succedendo.
È un modo efficacissimo di stabilire le regole della serie: Drill non è un gioco innocente, e i bambini non sono consapevoli di quello che stanno facendo.
Quello che segue è un’indagine condotta dall’agente speciale Claire Bennigan – interpretata da Lily Rabe, una delle attrici più sottovalutate della sua generazione – che si occupa di casi che coinvolgono bambini per l’FBI. Claire inizia a collegare una serie di incidenti apparentemente senza relazione: bambini che fanno cose pericolose, che seguono istruzioni di un amico che nessun adulto riesce a vedere o sentire. Il pattern diventa chiaro abbastanza in fretta: tutti i bambini parlano con lo stesso amico immaginario. Tutti si chiamano Drill.
Nel cast c’è anche Milo Ventimiglia – che molti conosceranno per il suo ruolo in This Is Us – nel ruolo del marito di Claire, un pilota dell’Air Force che si pensava fosse morto in un incidente aereo e che invece ricompare come parte del piano di Drill. Ventimiglia riesce a fare una cosa difficile: costruire due personaggi quasi opposti nello stesso ruolo, perché l’uomo che torna non è lo stesso che è partito, e questa trasformazione è uno degli elementi più riusciti della stagione.
Il tema che attraversa tutta The Whispers – e qui si sente chiaramente la mano di Spielberg, che ha esplorato il rapporto tra adulti e bambini in decine di film diversi – è la distanza tra genitori e figli. I bambini seguono Drill perché Drill li ascolta. Gli adulti sono assenti, distratti, incapaci di vedere quello che i loro figli stanno vivendo. Dalla serie viene fuori più volte, con dialoghi che fanno riflettere, l’idea che i bambini siano vulnerabili non perché il mondo esterno sia pericoloso, ma perché chi dovrebbe proteggerli non presta abbastanza attenzione. Drill arriva dove gli adulti lasciano spazio vuoto.
A un certo punto nella serie è Drill stesso a fare questo ragionamento, dicendo esplicitamente che i bambini erano soli – davanti alla tv, ai videogiochi, abbandonati a se stessi – e che quindi non è stato difficile raggiungerli. È una delle domande che la serie lascia aperte: il vero pericolo è Drill, o sono i genitori? Non è una domanda retorica. The Whispers la pone con serietà, e non dà una risposta pulita.
Dal punto di vista della realizzazione, la serie funziona per molte ragioni. I bambini sono bravissimi – Abby Ryder Fortson (Harper), Kyle Harrison Breitkopf, Kylie Rogers e Kayden Magnuson costruiscono personaggi credibili senza mai cadere nella caricatura del bambino inquietante da film horror. Quello che fa paura in The Whispers non è il sangue o le scene shock – è l’innocenza genuina dei bambini che fanno cose pericolose convinti di star giocando. È un tipo di orrore molto più difficile da scrollarsi di dosso.
La serie era stata sviluppata in origine con il titolo The Visitors – poi cambiato prima della messa in onda – e si sarebbe potuta chiamare tranquillamente in molti altri modi, perché le influenze sono evidenti: c’è qualcosa degli Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg, qualcosa di X-Files, qualcosa della tensione silenziosa di certi racconti di Bradbury. Ma The Whispers non è un’imitazione di nessuno di questi – trova una sua identità precisa, costruita soprattutto sul senso di ansia crescente che accompagna ogni episodio.
Il problema, e bisogna dirlo chiaramente, è che la serie è stata cancellata dopo una sola stagione e il finale lascia moltissime domande senza risposta. ABC non ha mai rinnovato, e la storia di Drill si è interrotta nel punto peggiore possibile – quando tutto stava per esplodere. È una delle frustrazioni tipiche della televisione americana, dove serie di nicchia con un pubblico fedele ma non vastissimo vengono tagliate prima di poter concludere quello che hanno iniziato.
Ma questo non è un motivo sufficiente per non guardarla. Tredici episodi di circa 45 minuti ciascuno sono una quantità gestibile, il viaggio è coinvolgente dall’inizio alla fine, e l’impatto emotivo che lascia – quella sensazione di disagio che ti porta a guardare i bambini intorno a te con occhi diversi – non dipende da un finale risolto. Dipende da come la serie costruisce la sua storia nel corso delle ore che hai trascorso con lei.
Pensi che una serie valga comunque la pena anche quando finisce su un cliffhanger irrisolto, oppure preferisci aspettare che una storia sia completa prima di iniziarla? Scrivilo nei commenti – è una delle discussioni più accese tra chi ama le serie tv.


