Quando si decide di adattare un classico della letteratura, la prima regola non scritta dovrebbe essere: rispettare i pilastri dell’opera originale. Non parlo di riproporre pedissequamente ogni dettaglio, perché gli adattamenti servono proprio a rinfrescare le storie, a reinterpretarle per renderle vive ancora oggi. Ma se prendi uno dei personaggi più iconici del canone di Arthur Conan Doyle e lo modifichi fino a renderlo quasi irriconoscibile, il rischio è quello di perdere non solo i lettori di partenza, ma anche l’identità stessa del racconto. Ed è esattamente quello che accade con Watson, la nuova serie CBS che tenta di trasformare John Watson in un protagonista da medical drama ambientato a Pittsburgh.
La trama, di per sé, è già un’operazione spericolata: Watson, sopravvissuto alle cascate di Reichenbach, torna in America e apre una clinica dedicata ai casi medici misteriosi. L’impianto ricorda in modo evidente House, M.D., con il paziente della settimana e il team di giovani dottori brillanti ma pieni di cliché. In questo contesto, l’elemento sherlockiano appare incollato a forza, come se bastasse citare Moriarty o nominare Sherlock per dare legittimità a un procedural che non ha nulla a che vedere con il mondo creato da Conan Doyle. Ma il vero problema non è tanto questa fusione disordinata di generi. Il nodo sta nella scelta di chi interpreta John Watson.
Morris Chestnut è un attore di indubbio fascino, con una presenza scenica forte e un carisma che in altri ruoli funziona benissimo. Qui però il casting stride, perché non parliamo di un personaggio nuovo, ma di una figura già scolpita nell’immaginario collettivo da oltre un secolo. Nei romanzi originali, Watson è un medico inglese bianco, ex ufficiale militare, descritto inizialmente come provato dalle ferite di guerra e dall’esperienza in Afghanistan, “scuro come una castagna” solo perché segnato dalla magrezza e dal sole, ma sempre rappresentato come un uomo caucasico. Le illustrazioni dell’epoca, le descrizioni successive e tutte le trasposizioni cinematografiche e televisive hanno sempre mantenuto questa coerenza. Non si tratta di un dettaglio superficiale, ma di un tratto che appartiene alla sua identità narrativa, al suo essere un gentiluomo inglese dell’età vittoriana.
Cambiare il colore della pelle di Watson senza dare una motivazione all’interno della storia significa spezzare questo legame. Non perché non possa esistere un Watson nero, ma perché non si offre alcun contesto per questa scelta. La serie non si prende la briga di spiegare o di reimmaginare le radici del personaggio: si limita a sostituire il volto e a mantenere il nome, come se bastasse un’etichetta per dire “questo è John Watson”. Così facendo, non si rende inclusivo il racconto, ma lo si rende incoerente. È un’operazione che sa di marketing più che di coraggio creativo, e questo è un peccato enorme.
In altre occasioni, il cambiamento radicale dei personaggi ha funzionato. Pensiamo a Elementary, dove Watson diventa una donna asiatica interpretata da Lucy Liu. Lì la trasformazione era parte integrante del progetto: cambiava la dinamica con Holmes, cambiava l’ambientazione, cambiava persino la costruzione psicologica del personaggio. In quel caso si parlava di un adattamento consapevole, che rileggeva il canone con un’idea precisa. Qui invece non c’è nulla di tutto questo. Chestnut porta in scena un medico affascinante e sicuro di sé, ma di Watson rimane solo il nome. Il resto sembra un personaggio completamente nuovo, travestito da icona letteraria per attrarre l’attenzione del pubblico.
Questo porta a un altro problema: la relazione con Sherlock. Nei romanzi, Watson non è semplicemente un comprimario, è il contrappunto necessario al genio di Holmes. Dove l’investigatore è eccentrico, disordinato e talvolta quasi alieno, Watson rappresenta l’ordine, il buon senso, la concretezza. In lui il lettore trova un punto di riferimento umano. Con questo nuovo Watson, invece, tutto si sposta: il personaggio appare più vicino al cliché del protagonista televisivo che a quello del medico militare inglese, e l’equilibrio con Sherlock si spezza. Il risultato è che non riconosciamo più la coppia storica, ma una nuova figura che porta un nome famoso senza incarnarne davvero lo spirito.
L’inclusività è importante, e il mondo della televisione ha bisogno di maggiore rappresentazione. Ma l’inclusività vera non si ottiene cambiando arbitrariamente il volto di personaggi storici, bensì creando nuovi ruoli, nuove storie, nuovi archetipi che permettano a tutti di vedersi rappresentati. Recasting come questo finiscono invece per sembrare operazioni di facciata, che non danno dignità né al personaggio originario né alla causa che vorrebbero sostenere. E se l’obiettivo era quello di modernizzare Watson, allora tanto valeva creare un altro medico, con un’altra storia, che potesse brillare di luce propria senza doversi appoggiare a un nome preso in prestito.
In definitiva, Watson fallisce proprio dove avrebbe dovuto distinguersi: nel dare nuova vita a un personaggio intramontabile. Tra trame mediche scolastiche, un’ambientazione che sa di già visto e un casting che tradisce la coerenza letteraria, la serie appare più come un’occasione persa che come un tributo moderno. Il risultato è un prodotto che non convince i fan dei medical drama, non soddisfa gli appassionati di Sherlock Holmes e, soprattutto, lascia la sensazione amara di un esperimento fatto senza coraggio e senza rispetto per l’opera originale.
La Recensione
Watson
Watson prova a trasformare John Watson in un medico televisivo alla House, ma finisce per snaturare il personaggio e confondere i generi. Il risultato è un procedural senza identità, che usa il nome di Conan Doyle più come specchietto per le allodole che come omaggio.
PRO
- Il carisma di Morris Chestnut: l’attore ha presenza scenica e rende piacevole anche le scene più piatte.
CONTRO
- Watson non è più il medico inglese che conosciamo, ma un protagonista reinventato senza logica narrativa.
- I casi clinici ricordano copie sbiadite di House e non offrono nulla di originale.
- Difficile seguire una storia di Watson senza il contrappunto di Holmes.


