Mettiamola giù semplice: se dovessi scegliere tra passare una serata davanti a Francesco Panella che scopre un angolo d’Italia a Bangkok oppure guardare Antonino Cannavacciuolo che cerca di salvare l’ennesimo ristorante familiare imploso, la scelta sarebbe ovvia. Little Big Italy, condotto da Francesco Panella, viaggia in varie città del mondo alla ricerca del miglior ristorante italiano, mentre Cucine da Incubo segue uno schema fisso da copione: Cannavacciuolo ispeziona il ristorante, osserva lo staff durante il servizio, impone il restyling del locale e illustra ricette ai telespettatori. Sempre lo stesso format, cambiano solo i volti disperati.
Little Big Italy è pura scoperta, un viaggio che celebra l’italianità nel mondo. Ogni puntata si svolge in una città all’estero dove tre italiani residenti selezionano un ristorante di cucina italiana ciascuno. Qui non ci sono lacrime melodrammatiche o crisi esistenziali di ristoratori falliti – beh, magari qualche lacrima di commozione quando Panella assaggia una carbonara fatta come si deve a 10.000 chilometri da Roma, quello sì. Il format è genuino: il gruppo si reca per pranzo in ciascuno dei tre ristoranti e vota con una valutazione da 1 a 5 gettoni, includendo il voto d’impatto, tre portate diverse e il voto di italianità di Panella.
Dall’altra parte abbiamo la formula preconfezionata di Cannavacciuolo. Primo step: lo chef ispeziona il ristorante nell’aspetto estetico, igienico e nella qualità delle portate. Secondo step: osserva il comportamento dello staff durante il servizio serale. Terzo step: restyling del locale e della cucina. Quarto step: illustra ricette ai telespettatori con realizzazione passo per passo. È come quel tuo amico che racconta sempre la stessa barzelletta alle feste, solo che questa volta la barzelletta dura un’ora e qualcuno finisce sempre per ricevere una pacca sulla spalla da sette stelle Michelin.
La bellezza dell’imprevisto contro la prevedibilità del dramma familiare
Ecco il punto: Little Big Italy ti sorprende continuamente. Un episodio potresti trovare Panella che scopre un pugliese che fa orecchiette a Melbourne usando una tecnica appresa dalla nonna, quello dopo magari è a Singapore dove un siciliano ha reinventato gli arancini con ingredienti locali. Nella settima stagione, Francesco Panella esplora principalmente l’Asia, partendo da Bali per poi andare a Singapore, Hanoi, Hong Kong e Ubud. Non sai mai cosa aspettarti, e questo è il bello.
Cucine da Incubo, invece, è diventato un format televisivo perfetto nella sua ripetitività. Prima fase: Cannavacciuolo arriva e trova tutto da sistemare (spoiler: trova sempre tutto da sistemare). Seconda fase: i ristoratori familiari si giustificano malamente mentre lui diagnostica i problemi. Terza fase: il momento melodrammatico dove emergono liti familiari e improvvisazione gestionale. Quarta fase: miracolo, tutto si sistema con un nuovo menu “tra innovazione e tradizione”.
Come fa notare un critico gastronomico, il problema è sempre lo stesso: “Cannavacciuolo propone sempre la stessa qualità di menu, trasformando la bettola della provincia abruzzese in una sorta di avamposto di cucina da bistrot”. Guazzetti, paste fresche, secondi di pesce ovunque – anche dove non c’è mare per 200 chilometri – dessert con cremosi e spume “in posti completamente assurdi dove non ci saranno neppure le capacità per replicare quei piatti”.
L’autenticità vince sempre (anche secondo i ristoratori)
La differenza sostanziale è che Little Big Italy celebra realtà che funzionano già. Il programma racconta storie di italiani all’estero che mantengono vive le radici culturali italiane, con 70 episodi già realizzati e oltre 240 expat partecipanti. Non c’è bisogno di “salvare” nessuno perché questi ristoranti esistono, prosperano e fanno parte del tessuto sociale delle loro città.
Al contrario, Cucine da Incubo funziona davvero? Secondo alcuni ristoratori intervistati post-programma, sì e no. Ersilia la Placa de “La Tana degli Elfi” racconta: “Noi abbiamo ancora l’80% del menu dello chef Cannavacciuolo: la gente qui vuole provarlo, come se fosse un’estensione della sua cucina stellata”. Una specie di ristorante satellite di Antonino, insomma. Ma il vero aiuto è stato altro: “ci ha aiutati soprattutto a risolvere i problemi di comunicazione, i nostri litigi familiari”.
Un confronto più onesto: Little Big Italy vs 4 Ristoranti
Se proprio vogliamo fare paragoni televisivi, Little Big Italy sarebbe più corretto metterlo a confronto con 4 Ristoranti di Alessandro Borghese. Entrambi sono programmi dove ristoratori si confrontano: in 4 Ristoranti quattro proprietari di locali si sfidano valutando location, servizio, menu e prezzo. La differenza? In 4 Ristoranti ogni ristoratore invita gli altri tre che votano segretamente da 0 a 10 per categoria, mentre in Little Big Italy il confronto è più gentile, più umano.
Borghese ha creato un format che funziona – lo show è giunto alla decima edizione con oltre 130 episodi girati e più di 500 ristoratori coinvolti – ma anche qui c’è sempre la tensione della competizione. In Little Big Italy invece respiri, ti godi il viaggio, impari qualcosa sulla cultura italiana nel mondo.
Il fattore nostalgia che fa la differenza
Francesco Panella racconta di aver “conosciuto persone che quando ritrovano un gruppo di connazionali vivono momenti di grande commozione e nostalgia”. Ecco cos’è davvero Little Big Italy: un programma sull’appartenenza, non sulla risoluzione di drammi familiari. Francesco stesso dice: “Little Big Italy è un programma sincero, spontaneo, di cuore e la gente si è accorta della sua verità”.
Mentre Cannavacciuolo deve “rimettere a posto i sentimenti forti di una coppia” (come ha dichiarato lui stesso), definendosi ormai un “risto-psicologo”, Panella semplicemente racconta storie vere. Come dice lui stesso: “Sono rimasto affascinato dal modo in cui diversi sapori si incontrano e si fondono, creando combinazioni inaspettate e deliziose”. Non c’è bisogno di terapia di coppia quando hai storie così belle da raccontare.
La verità sui format televisivi culinari
La realtà è che Cucine da Incubo mette in luce i limiti della ristorazione italiana: come nota un esperto del settore, “la ristorazione italiana si è basata non solo sulle relazioni familiste ma anche sulla totale improvvisazione”. Il programma “mostra in modo molto evidente i suoi innati limiti” di un sistema che funziona più sulla tradizione che sulla competenza.
Little Big Italy fa l’opposto: celebra le eccellenze di chi ce l’ha fatta, di chi ha saputo portare l’Italia nel mondo mantenendo qualità e autenticità. È la differenza tra chi racconta problemi e chi racconta soluzioni.
Allora, che ne pensi? Sei team Panella o team Cannavacciuolo? Raccontaci nei commenti quale formato preferisci e se anche tu credi che celebrare le eccellenze sia meglio che rimettere a posto drammi familiari. Magari hai anche qualche ristorante italiano all’estero da segnalare per le prossime puntate di Little Big Italy!


