Avviso spoiler, e questa volta lo diciamo sul serio: quello che segue racconta il finale di Man on Fire nei minimi dettagli, compreso chi muore, chi sopravvive, chi tradisce chi e perché. Se non hai ancora finito la serie e stai leggendo questo articolo solo per curiosità, sappi che stai per rovinarti la visione con le tue stesse mani. Chiudi la pagina, finisci la serie, torna qui. Se invece hai già visto tutto e hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a mettere insieme i pezzi, sei nel posto giusto.
Man on Fire è in questo momento la serie più vista su Netflix Italia, il che vuol dire che milioni di italiani hanno passato le ultime settimane a guardare Yahya Abdul-Mateen II correre, sparare e volare su aerei senza pilota in Brasile invece di fare le cose che avevano programmato. Non è un giudizio, è una constatazione. La serie funziona, il finale è più elaborato di quanto sembri, e c’è qualche cosa da spiegare.
Da dove veniamo: un uomo che stava cercando di autodistruggersi
Prima di arrivare al finale bisogna capire da dove parte tutto, perché Man on Fire non è il tipo di serie in cui puoi saltare i primi episodi e capire lo stesso. John Creasy è un soldato delle forze speciali che ha perso la sua intera squadra durante una missione in Messico. Dopo quel trauma si è ridotto a lavorare in un magazzino a caricare scatoloni e a bere abbastanza da finire con la macchina contro un muro a tutta velocità. Non come incidente. Come scelta.
Il suo vecchio amico Paul Rayburn, interpretato da Bobby Cannavale con quella presenza scenica che ha reso l’attore uno dei caratteristi più richiesti di Hollywood, lo convince ad accettare un incarico di sicurezza al servizio del presidente del Brasile. Creasy accetta, non perché ci creda, ma perché non ha nient’altro da fare. Poi Rayburn muore nell’esplosione di un palazzo insieme alla sua famiglia, sua figlia Poe sopravvive per pura coincidenza perché quella sera era uscita, e Creasy si ritrova a fare da protezione all’unica Rayburn ancora in piedi, una ragazza adolescente che non sa di lui assolutamente niente.
Da qui parte il viaggio.
La bomba, il motociclista e il piano che non doveva venire a galla
Poe, prima che la sua famiglia venisse uccisa, aveva incrociato per strada un motociclista sospetto e una serie di furgoni che non c’entravano niente con il quartiere. Non sa cosa ha visto, ma sa di aver visto qualcosa. E chi ha fatto esplodere il palazzo lo sa anche lui, il che significa che Poe è un problema da eliminare.
Creasy prova a metterla su un aereo privato per portarla fuori dal Brasile. Naturalmente le cose non vanno secondo i piani, perché se andassero secondo i piani la serie durerebbe due episodi. Un commando attacca l’aereo in pista, uccide i piloti, e Creasy si ritrova a fare qualcosa che nessun manuale militare prevede: pilotare un aereo ubriaco, in pista, con i terroristi ancora a bordo. Riesce a far atterrare l’aereo senza ammazzare nessuno che non meritasse di essere ammazzato, il che in questa serie è già un risultato notevole.
Quello che è interessante di questa sequenza, e che dice qualcosa di preciso su come è costruito il personaggio, è che Creasy non è al massimo della forma. Non è l’operatore infallibile che era prima del Messico. È qualcuno che sta cercando di ricordare come si fa, che ha dei momenti di blocco, che a tratti sembra sorpreso di essere ancora vivo. È una scelta narrativa che funziona, perché ti fa tifare per lui in modo diverso rispetto al classico eroe d’azione: non è invincibile, è solo testardo.
Il tradimento che non ti aspetti
A un certo punto della storia emerge che il vecchio alleato di Creasy alla CIA, Tappen, interpretato da Scoot McNairy, non è quello che sembrava. Tappen non solo sa dell’esplosione: l’ha orchestrata. Ha usato i suoi contatti per fare del palazzo dei Rayburn un obiettivo, con la precisa intenzione di eliminare Creasy e Rayburn perché li considerava abbastanza intelligenti da arrivare prima o poi alla verità.
La cosa che rende Tappen interessante come antagonista è che non si comporta come un villain classico. Non fa grandi monologhi, non ride in modo sinistro, non porta un cappotto nero con il bavero alzato. È un burocrate convinto di fare la cosa giusta, uno che ragiona in termini di conseguenze geopolitiche e non di vite individuali. Spostare i pezzi sulla scacchiera, come dice lui stesso, a volte significa che qualcuno si fa male. Il problema è che quando lo senti spiegare la sua logica, la cosa più terrificante è che suona quasi ragionevole, nel modo in cui suonano ragionevoli le giustificazioni di chi ha già deciso cosa fare e sta cercando le parole giuste per spiegarlo agli altri.
Dietro di lui c’è il presidente brasiliano Carmo, che ha usato l’esplosione come falsa bandiera per consolidare il proprio potere, e il suo braccio destro Soares, che ha eseguito le istruzioni con la dedizione di chi non ha mai imparato a fare domande.
La prigione, il gas tossico e il piano che Creasy escogita quando non ha altre opzioni
Per arrivare alla verità, Creasy deve interrogare un uomo rinchiuso in prigione. Cosa che richiede di entrare in prigione senza essere invitato, il che è esattamente il tipo di problema che Creasy risolve nel modo più elaborato possibile. Con l’aiuto di un giovane criminale di quartiere di nome Vico, che ha le sue ragioni personali per cooperare, riesce a infiltrarsi travestito da addetto alla manutenzione e a raggiungere il suo obiettivo.
L’interrogatorio va a buon fine, ma Tappen nel frattempo ha già capito cosa sta succedendo e blocca la prigione. Creasy si fa strada fuori con qualche bomba fumogena e un camion blindato, che è il tipo di soluzione che funziona meglio nella realtà della serie che nella realtà della realtà.
Il colpo da maestro arriva dopo, quando Creasy fa credere a Tappen e Soares che esista un nastro registrato con la voce del presidente che ordina l’esplosione. I due si precipitano a recuperarlo da una cassetta di sicurezza, aprono la cassetta, e invece del nastro trovano Creasy che li saluta attraverso un registratore: dentro la cassetta c’era un gas tossico che li avvelena. Il piano è semplice nella sua crudeltà: convincerli di avere qualcosa da perdere, farli muovere, e aspettarli all’uscita.
Li aspetta Poe, che li conduce all’ospedale dove Creasy li stava aspettando. Qui la cosa si complica, come si complica sempre nei finali di questo tipo, perché Tappen è ancora abbastanza lucido da fare a pugni e quasi prende il sopravvento su Creasy, che nel momento peggiore viene colpito da un episodio di stress post-traumatico. Poi Creasy si ricorda di Poe, di Rayburn, di Melo, di tutte le persone che ha conosciuto in questo viaggio brasiliano, e trova la forza di conficcare un bisturi nel corpo di Tappen. “Questo è per Rayburn”, dice. E la cosa funziona proprio perché non è una grande frase da action movie: è una dedica.
Poe salva se stessa, e questo fa tutta la differenza
Mentre Creasy si occupa di Tappen, Soares prende Poe come ostaggio nel tentativo di mantenere ancora qualche potere contrattuale sulla situazione. Poe non aspetta che qualcuno venga a salvarla. Usa una mossa di autodifesa che Creasy le aveva insegnato durante le settimane di fuga, si libera dalla presa, e Creasy riesce ad eliminare Soares prima che la situazione peggiori ulteriormente.
Questa scena è importante non tanto per come è girata, ma per quello che dice del rapporto tra i due personaggi. Creasy non ha passato tutta la serie a proteggere Poe come si protegge un oggetto fragile: le ha dato strumenti. Le ha parlato. L’ha trattata come una persona capace di cavarsela, anche quando lei stessa non ne era convinta. E nel momento in cui conta, lei usa quello che ha imparato. È il tipo di arco narrativo che funziona perché è coerente con tutto quello che viene prima.
Il finale: qualche mese dopo, un Brasile diverso
Il vero epilogo della serie si svolge qualche mese dopo gli eventi dell’ospedale. Il presidente Carmo è stato arrestato. Creasy è stato scagionato da tutte le accuse. Il Brasile sta cercando di ricominciare, con tutta la fatica e l’incertezza che questo comporta.
Melo, la donna che ha aiutato Creasy per tutta la serie, è seduta in un bar sul lungomare con sua figlia Marina. Una vicina di casa si avvicina e chiede se stanno davvero andando via. La risposta di Marina è secca: “Non andiamo da nessuna parte.” E Melo aggiunge che forse, se abbastanza persone restano preoccupate e presenti, le cose possono migliorare. È la nota politica del finale, quella che dice che cambiare le cose richiede di restare invece di scappare.
Poe vive con sua nonna e parla a un memoriale per la sua famiglia. Dice che l’ultima volta che ha visto i suoi genitori non era al suo meglio, e che a volte il rimpianto sembra abbastanza grande da inghiottirla. Poi dice che ha trovato un modo per andare avanti, e si vede Creasy seduto tra il pubblico ad ascoltarla. È sopravvissuto ai colpi d’arma da fuoco, il che nella realtà sarebbe già un miracolo e in una serie Netflix è quasi la norma.
Il finale aperto: Creasy riceve una telefonata
Proprio quando sembra che tutto sia risolto, arriva una telefonata. Il direttore Moncrief, che lavora alla CIA, chiama Creasy per ringraziargli di aver eliminato Tappen e gli propone qualcosa: andare a cercare gli uomini che hanno ucciso la sua squadra in Messico, all’inizio di tutto. Il cerchio si chiude, o almeno torna al punto di partenza.
Creasy risponde con tre parole: “Mandami quello che hai.”
È il tipo di finale aperto che funziona quando è costruito bene, perché non lascia la storia in sospeso: la risolve su un piano emotivo e poi apre una porta su qualcos’altro. Creasy non è più l’uomo che guidava la macchina contro un muro. È qualcuno che ha trovato per cosa vale la pena alzarsi la mattina. Il Messico era il punto di partenza del suo crollo: tornarci, stavolta con uno scopo preciso, è un modo per chiudere quello che non aveva mai chiuso.
Se ci sarà una seconda stagione non è ancora confermato ufficialmente, ma quel finale non è il tipo di cosa che scrivi se non hai già in mente dove vuoi andare.
Perché il finale funziona, e perché la serie vale quelle ore di sonno perso
Man on Fire non è una serie che reinventa il genere. Il veterano con il trauma, la bambina da proteggere, il complotto che va fino in alto: sono elementi che conosci già. La differenza sta nel modo in cui vengono usati, e soprattutto nel fatto che il rapporto tra Creasy e Poe non è mai sentimentale nel senso cattivo del termine. Non c’è mai un momento in cui la scena si ferma per dirti “guarda quanto si vogliono bene.” Lo capisci dai dettagli, da come Creasy cambia il modo di muoversi quando lei è in pericolo, da come Poe smette di fare la faccia di chi vuole stare da sola e inizia a fidarsi di qualcuno per la prima volta dopo la morte della sua famiglia.
Il finale paga tutto questo in modo soddisfacente. Non perfetto, non memorabile nel senso in cui lo è un finale di Breaking Bad, ma onesto con la storia che ha raccontato. E onestà, nel genere action, è già qualcosa.


