Se avete seguito le cronache italiane degli ultimi mesi, la storia di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion probabilmente la conoscete già. Se invece vi siete persi la vicenda, eccola in breve: una coppia di stranieri, lei australiana di 45 anni ex istruttrice di equitazione, lui inglese di 51 anni, chef e artigiano, si è stabilita anni fa in un rudere nei boschi di Palmoli, un piccolo comune in Abruzzo in provincia di Chieti. Niente elettricità, niente acqua corrente, una vita costruita deliberatamente lontano da quello che loro chiamano la “società moderna”. Con loro, tre figli: una bambina di 8 anni e due gemelli di 6.
Tutto scorre fino al settembre 2024, quando l’intera famiglia finisce al pronto soccorso dopo aver mangiato funghi raccolti nel bosco. Un episodio che in altre circostanze si sarebbe chiuso con qualche flebo e un racconto sui social. Invece quella notte fa scattare una segnalazione ai servizi sociali, che avvia una serie di verifiche sulla condizione dei bambini. A novembre 2024 il Tribunale per i minorenni dell’Aquila sospende la potestà genitoriale di entrambi i genitori e dispone il trasferimento dei tre figli in una casa famiglia a Vasto, dove si trovano ancora oggi, a sei mesi di distanza.
La vicenda ha diviso profondamente l’opinione pubblica italiana. Da una parte chi ha visto in Catherine e Nathan due genitori che hanno scelto consapevolmente una vita diversa, esercitando un diritto riconosciuto dalla legge italiana, come l’istruzione parentale, e allevando i propri figli a contatto con la natura e gli animali. Dall’altra chi ha ritenuto che quella scelta, per quanto legittima nella sua intenzione, abbia finito per privare i bambini di condizioni minime di sicurezza e di opportunità di crescita sociale. Un dibattito che non si è ancora chiuso, visto che la situazione legale è tutt’altro che risolta: la perizia del tribunale dovrebbe concludersi tra maggio e giugno, e solo allora si capirà se e quando i bambini potranno tornare con i genitori.
Ed è proprio in questo momento, con la causa ancora aperta e i tre figli in una struttura protetta, che arriva la notizia delle ultime ore: Netflix sarebbe in trattativa avanzata per produrre un film sulla storia della famiglia Birmingham-Trevallion. Lo riferisce La Stampa, e la notizia è rimbalzata rapidamente su tutti i principali siti di cronaca italiani. Stando a quanto trapelato, i legali della coppia avrebbero già dato il via libera, e lo stesso avrebbero fatto i responsabili della struttura di Vasto che ospita i bambini. Non ci sono ancora conferme ufficiali da parte di Netflix, né dettagli sulla trama, ma l’intenzione dichiarata sarebbe quella di raccontare non solo i fatti in sé, ma il contrasto più profondo che questa storia rappresenta: da un lato una concezione di libertà individuale spinta fino all’isolamento totale, dall’altro lo Stato che interviene come garante dei diritti dei minori.
Non sarebbe la prima volta che la storia di questa famiglia si trasforma in un prodotto da distribuire al grande pubblico. A maggio è atteso il libro autobiografico di Catherine, intitolato “La nostra vita libera”, in cui la donna racconterà la vicenda dalla sua prospettiva. Il cinema, o meglio lo streaming, arriverebbe come passo successivo naturale di una narrazione che si è sviluppata su più piani: giudiziario, mediatico, editoriale, e ora cinematografico.
La cosa che lascia più perplessi, però, non è tanto che Netflix sia interessata alla storia. Le piattaforme cercano continuamente casi che abbiano già una base di pubblico costruita, e questa vicenda ha tenuto banco per mesi su giornali, social e talk show. È comprensibile. Quello che fa riflettere è la tempistica. I bambini sono ancora in una casa famiglia. La situazione legale non è risolta. I genitori non li vedono regolarmente, e Nathan ha addirittura accettato le chiavi di una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune di Palmoli, salvo poi continuare a vivere nel casolare nel bosco in attesa del ricongiungimento. In questo contesto, trasformare la vicenda in un prodotto di intrattenimento globale, mentre i protagonisti più fragili della storia stanno ancora vivendo le conseguenze concrete di quello che è successo, è una scelta che qualcuno troverà difficile da digerire.
C’è un’altra domanda che viene spontanea: chi racconterà la storia e da quale punto di vista? Un film prodotto con il via libera dei legali di Catherine e Nathan partirà quasi certamente da una prospettiva favorevole alla famiglia, o quantomeno simpatetica nei loro confronti. Non è detto che sia sbagliato, ma è un elemento da tenere a mente quando si valuta cosa si starà guardando.
È giusto che una vicenda del genere, con i bambini ancora coinvolti, diventi un film Netflix prima ancora che si sappia come andrà a finire? Ditemelo nei commenti, perché su questa cosa le opinioni sono davvero divise.


