Esiste una verità scomoda che nessuno vuole ammettere: la critica cinematografica e il pubblico che guarda Netflix il venerdì sera vivono in due universi paralleli che occasionalmente si sovrappongono per puro caso. La critica nel 2004 aveva stroncato La tela dell’assassino con una brutalità che normalmente si riserva ai crimini contro l’umanità. Il pubblico se ne è fregato allora, se ne frega adesso, e il film è in tendenza su Netflix nel 2026 come se niente fosse. Ventidue anni dopo. Con il 2% su Rotten Tomatoes. Il che pone una domanda fondamentale: chi ha ragione, i critici con i loro voti o i milioni di persone che lo guardano ogni volta che lo trovano disponibile su qualche piattaforma?
La risposta, ovviamente, è che la domanda è mal posta. Ma andiamo con ordine, perché la storia di questo film è più interessante del film stesso, il che già dice qualcosa.
Il 2% su Rotten Tomatoes: un record che merita rispetto
Prima di tutto, fermiamoci un secondo sul numero. Il 2% su Rotten Tomatoes non è semplicemente un voto basso. È un risultato che richiede impegno, quasi una performance artistica in senso inverso. Per arrivare al 2% devi fare in modo che su cento critici che guardano il film, novantotto escano dalla sala convinti che il loro tempo sarebbe stato meglio investito in qualsiasi altra attività, incluso fissare il soffitto.
Il Corriere della Sera nel 2004 scrisse che Ashley Judd era “ancora una volta sprecata in una pellicola di genere”. Il Giornale disse che “la soluzione finale per uno spettatore medio, già a metà percorso, vale quanto la dichiarazione firmata di un reo confesso”. Il che è un modo elegante per dire che l’assassino si capisce dopo un’ora abbondante di film che ne dura un’ora e trentasette. Un critico definì il tutto “un thriller decisamente mediocre” e aggiunse che arrivava “talvolta, addirittura ad annoiarlo”, usando l’avverbio “addirittura” con quella soddisfazione che si riserva alle conclusioni inevitabili.
Eppure eccolo lì, in tendenza. Ventidue anni dopo. Questo non dimostra che il film è un capolavoro incompreso. Dimostra che il pubblico ha esigenze diverse dai critici, e che esistono film che funzionano esattamente per le ragioni per cui i critici li bocciano: sono prevedibili, sono rassicuranti, sanno già dove vogliono andare e ci vanno senza fare troppe domande.
Il budget, il botteghino e i nove milioni di dollari spariti
Cinquanta milioni di dollari di budget. Quarantuno milioni di incasso mondiale. Nove milioni di differenza che qualcuno ha dovuto spiegare a qualcun altro durante una riunione che probabilmente non è stata piacevole. La tela dell’assassino è uno di quei film che al cinema ha perso soldi e che negli anni successivi, tra televisione e streaming, li ha probabilmente recuperati molte volte, senza che nessuno ne parli esplicitamente perché non fa così notizia quanto il flop originale.
Cinquanta milioni nel 2004 erano una cifra rispettabile, soprattutto per un thriller che non richiedeva effetti speciali particolari. Non stavi finanziando astronavi o dinosauri digitali: stavi pagando Ashley Judd, Samuel L. Jackson, Andy Garcia, un regista di una certa reputazione, e le location di San Francisco. Eppure qualcosa non ha funzionato, e probabilmente quel qualcosa ha un nome preciso, ma ci arriviamo.
Philip Kaufman: da L’insostenibile leggerezza dell’essere a questo
Qui arriva la curiosità che fa più effetto. Il regista di La tela dell’assassino è Philip Kaufman, americano, che nel 1988 aveva diretto L’insostenibile leggerezza dell’essere con Daniel Day-Lewis e Juliette Binoche, tratto dal romanzo di Milan Kundera, film considerato ancora oggi uno degli adattamenti cinematografici più riusciti della storia del cinema europeo-americano. Nel 2000 aveva fatto Quills, con Geoffrey Rush nei panni del marchese de Sade, quattro candidature agli Oscar.
E poi nel 2004 aveva girato La tela dell’assassino, in cui il colpevole si capisce a metà film e nel finale un cadavere galleggia in acqua in modo scientificamente impossibile. I corpi non galleggiano subito dopo essere stati gettati in acqua: lo fanno solo dopo giorni, quando i gas interni producono una galleggiabilità involontaria che è già abbastanza sgradevole da sapere senza doverla vedere al cinema. Qualcuno sul set lo sapeva. Ha deciso di non dirlo. Scelta sua.
Come si passa da Kundera al 2% su Rotten Tomatoes? Probabilmente con una serie di decisioni che ognuna presa singolarmente sembrava ragionevole e che insieme hanno prodotto questo risultato. Succede nelle carriere, succede nella vita, succede ogni volta che accetti di fare una cosa che non fa esattamente per te perché le circostanze sembravano giuste.
Il cast che avrebbe dovuto garantire qualcosa e non l’ha garantito
Samuel L. Jackson è uno degli attori più prolifici e riconoscibili degli ultimi trent’anni. Andy Garcia ha vinto una candidatura all’Oscar per Il padrino parte III. Ashley Judd negli anni Novanta e nei primi Duemila era la regina del thriller al femminile, al punto che qualcuno aveva coniato l’espressione “thriller alla Ashley Judd” come categoria a sé stante, il che è sia un complimento che una trappola.
Tre attori di questo calibro in un film non garantiscono nulla, lo sappiamo, ma di solito spostano qualcosa. In questo caso il cast non è bastato a salvare una sceneggiatura in cui l’assassino è abbastanza ovvio da far scrivere ai critici che lo spettatore medio lo intuisce “già a metà percorso”. La cosa interessante è che Jackson, che interpreta il mentore e figura paterna della protagonista, è anche il colpevole. Twist che sulla carta avrebbe dovuto sorprendere e che in pratica arriva con tutta l’imprevedibilità di un temporale annunciato tre giorni prima.
Mark Pellegrino, Titus Welliver e la coincidenza di Lost
Questa è la curiosità che merita una pausa di riflessione. In La tela dell’assassino compaiono sia Mark Pellegrino che Titus Welliver, due attori che nel film sono dalla stessa parte, due colleghi che lavorano insieme senza tensioni particolari. Qualche anno dopo, entrambi entrano nel cast di Lost, la serie televisiva americana, dove interpretano i nemici più iconici della serialità degli anni Duemila: Pellegrino è Jacob, l’uomo in bianco, custode dell’isola; Welliver è il suo antagonista eterno, l’Uomo in Nero, il fumo nero, il male incarnato.
Due persone che in un film poliziesco del 2004 condividevano le scene senza problemi particolari, ritrovatesi anni dopo a interpretare il conflitto cosmico tra bene e male in una delle serie più discusse della televisione americana. La vita ha un senso dell’ironia abbastanza sviluppato quando vuole.
Il nome sbagliato nei titoli di testa
Piccolo dettaglio che dice molto sulla cura con cui certe produzioni vengono ultimate: nei titoli di testa di La tela dell’assassino il nome dell’attore David Strathairn è scritto in modo errato. Non è un attore di secondo piano, non è una comparsa: è un interprete serio, candidato all’Oscar nel 2005 per Good Night, and Good Luck di George Clooney. Sbagliare il nome di qualcuno nei titoli di testa di un film da cinquanta milioni di dollari è il tipo di errore che si commette quando si ha fretta, quando i controlli finali vengono fatti in modo approssimativo, quando qualcuno aveva già la testa altrove. Anche questo, a modo suo, racconta qualcosa del film.
Perché è in tendenza su Netflix, e perché lo capisco
Arriviamo al punto centrale, quello che rende questa storia interessante al di là delle curiosità singole. La tela dell’assassino è in tendenza su Netflix nel 2026 non nonostante il 2% su Rotten Tomatoes, ma quasi indipendentemente da esso. Il pubblico che lo guarda non lo guarda perché i critici lo hanno consigliato. Lo guarda perché è il tipo di thriller che sai già come funziona prima di iniziare, che ti porta per mano attraverso novantasette minuti senza farti pensare troppo, e che alla fine ti dà quella soddisfazione blanda ma reale di aver visto qualcosa di completo.
Non ogni sera vuoi L’insostenibile leggerezza dell’essere. Certe sere vuoi Ashley Judd a San Francisco che indaga su un serial killer mentre Samuel L. Jackson le fa da mentore con la faccia di chi sa più cose di quello che dice. Il cinema d’autore lo apprezzi, ma non è quello che cerchi dopo una giornata in cui hai già preso troppe decisioni.
Il 2% su Rotten Tomatoes è reale. La tendenza su Netflix è reale. Entrambe le cose sono vere nello stesso momento, e questa contraddizione è forse la cosa più interessante di tutto il film.
Voi lo avete già visto, o lo state guardando proprio adesso con una mano nella confezione delle patatine? E soprattutto: avete indovinato il colpevole prima della metà, o siete riusciti a sorprendervi nel finale? Fatecelo sapere nei commenti.


