La Valle dell’Eden di Netflix funziona. Non è perfetta, ma funziona. Nella nostra recensione le abbiamo dato 7, soprattutto perché riesce a trasformare un romanzo gigantesco, stratificato e difficilissimo da adattare in una miniserie elegante, intensa e sorretta da un’interpretazione enorme di Florence Pugh. Il prezzo da pagare, però, è stato molto alto: una parte importante del libro di John Steinbeck è stata ridotta, riscritta oppure eliminata del tutto.
La differenza più evidente riguarda la famiglia Hamilton, ma non è l’unica. Zoe Kazan, che ha adattato il romanzo per Netflix, ha scelto di concentrare quasi tutta la storia sui Trask e soprattutto su Cathy Ames. È una decisione comprensibile, perché sette episodi non possono contenere un romanzo di oltre seicento pagine senza diventare una corsa continua. Allo stesso tempo, però, chi conosce bene il libro sentirà immediatamente che manca qualcosa.
E quel qualcosa non è piccolo.
La famiglia Hamilton è stata quasi cancellata
Nel romanzo di Steinbeck, i Trask e gli Hamilton sono due famiglie parallele. Le loro storie si incontrano, si separano e si osservano a distanza, costruendo insieme il grande affresco della Salinas Valley.
Netflix mantiene Samuel Hamilton, interpretato da Ciarán Hinds, ma riduce drasticamente tutto ciò che riguarda la sua famiglia.
Nel libro gli Hamilton non sono personaggi secondari messi lì per riempire qualche capitolo. Sono fondamentali per capire il territorio, il passare del tempo e perfino John Steinbeck stesso. Samuel Hamilton era infatti ispirato al nonno materno dello scrittore e molti membri della famiglia derivano direttamente dalla sua storia personale.
Personaggi come Tom e Dessie Hamilton, molto amati dai lettori, praticamente scompaiono dal racconto televisivo o vengono fortemente ridimensionati.
La serie perde così una parte più intima e autobiografica del romanzo. Il libro non racconta soltanto la tragedia dei Trask: racconta anche famiglie che invecchiano, figli che partono, sogni che falliscono e persone che cercano di trovare un posto in una California che cambia velocemente.
Netflix sacrifica quasi tutto questo per rendere la narrazione più compatta.
La scelta è efficace dal punto di vista televisivo, ma cambia profondamente l’equilibrio originale.
Cathy Ames diventa il vero centro della storia
Il secondo cambiamento enorme riguarda Cathy Ames, interpretata da Florence Pugh.
Steinbeck non usa mezze misure con lei. Nel romanzo Cathy viene descritta quasi come un’anomalia morale, una persona incapace di provare empatia e capace di manipolare chiunque incontri. È uno dei personaggi più inquietanti della letteratura americana proprio perché l’autore non sembra interessato a cercare una spiegazione che possa renderla più comprensibile.
La serie prende una strada diversa.
Zoe Kazan mantiene moltissimi elementi oscuri del personaggio, ma cerca anche di mostrarci da dove possa arrivare quella durezza. Cathy resta violenta, manipolatrice e spesso terribile, però viene osservata come una persona e non soltanto come un simbolo del male.
Alcuni elementi della sua infanzia vengono ampliati. Il rapporto con il trauma, con gli uomini e con il proprio corpo viene reso molto più esplicito. La serie suggerisce che dietro il bisogno ossessivo di controllare gli altri ci sia anche una persona che ha imparato molto presto a considerare il mondo come un posto pericoloso.
Non significa assolverla.
Significa renderla più complessa.
Ed è probabilmente la modifica più importante di tutta la miniserie.
Florence Pugh cambia completamente il modo in cui guardiamo Cathy
Questa riscrittura funziona soprattutto perché Florence Pugh è gigantesca.
Nel romanzo Cathy mantiene spesso una distanza quasi innaturale dagli altri personaggi. Nella serie basta invece osservare lo sguardo di Pugh per vedere rabbia, paura, calcolo e fragilità convivere nello stesso momento.
Netflix rischiava moltissimo scegliendo di mettere proprio Cathy al centro.
Poteva diventare una banalizzazione contemporanea del classico personaggio cattivo trasformato a forza in vittima. Fortunatamente non succede. La serie non cancella le sue responsabilità e non pretende di renderla simpatica.
La rende semplicemente più umana.
Ed è anche uno dei motivi per cui, pur con alcuni difetti, noi abbiamo dato alla serie un 7.
Non è un adattamento definitivo de La Valle dell’Eden. Non sostituisce Steinbeck. Però riesce a trovare una propria identità invece di limitarsi a illustrare il romanzo scena dopo scena.
Anche il rapporto tra Adam e Charles viene compresso
Nel libro c’è molto più spazio dedicato all’infanzia di Adam e Charles Trask.
Il rapporto con il padre Cyrus, la gelosia di Charles e la differenza di carattere tra i due fratelli vengono sviluppati con una lentezza che serve a preparare tutto ciò che accadrà dopo.
Steinbeck costruisce deliberatamente la prima generazione come una versione della storia biblica di Caino e Abele.
Charles ama il padre in modo quasi disperato, ma percepisce Adam come il favorito. Quella ferita diventa una delle radici del suo rancore.
La serie conserva questo conflitto, ma accelera.
Mike Faist e Christopher Abbott riescono comunque a rendere credibile il rapporto tra i due, però chi arriva dal romanzo noterà che molti passaggi psicologici sono stati condensati.
Netflix ha bisogno di arrivare più rapidamente all’incontro con Cathy e all’inizio della vera tragedia dei Trask.
Steinbeck poteva permettersi decine di pagine.
Una serie di sette episodi no.
Cal e Aron arrivano molto prima al centro della storia
Un’altra conseguenza della compressione riguarda la seconda generazione.
Nel romanzo la storia attraversa lentamente decenni prima di arrivare a Cal e Aron, i figli di Adam e Cathy.
La loro rivalità ripete deliberatamente quella di Adam e Charles, ma Steinbeck costruisce questo parallelismo con enorme pazienza.
Netflix rende il meccanismo molto più evidente.
Cal e Aron diventano rapidamente il nuovo centro del racconto e il parallelismo con Caino e Abele viene messo sotto gli occhi dello spettatore in modo più diretto.
Cal è tormentato dall’idea di avere ereditato qualcosa di oscuro dalla madre. Aron, invece, cerca una purezza quasi impossibile da mantenere.
Il romanzo dedica molto spazio alla domanda che attraversa l’intera opera: siamo destinati a diventare ciò che abbiamo ereditato oppure possiamo scegliere?
La serie conserva questa domanda, ma la rende più legata ai personaggi e meno filosofica.
Lee ha più spazio emotivo rispetto ad altri personaggi
Una scelta interessante riguarda Lee, il domestico cinese della famiglia Trask.
Nel romanzo è uno dei personaggi più intelligenti e importanti. È lui a partecipare alle grandi discussioni sul significato di “Timshel”, il termine ebraico che diventa uno dei concetti fondamentali del libro.
Netflix mantiene questo aspetto, ma gli concede anche una dimensione emotiva più moderna.
Non è semplicemente l’uomo saggio che osserva la famiglia dall’esterno. Viene mostrato come individuo con una propria identità, una propria storia e un rapporto molto più personale con ciò che succede ai Trask.
È una delle modifiche che funzionano meglio.
“Timshel” resta, ma viene reso più semplice
Chi ha letto La Valle dell’Eden sa quanto sia importante una parola: Timshel.
Nel libro nasce da una lunga discussione sulla traduzione della storia di Caino e Abele. La domanda riguarda il rapporto tra destino e libertà.
L’uomo è condannato al peccato?
Può dominarlo?
Oppure può scegliere?
Steinbeck costruisce una parte enorme del romanzo intorno a questa idea.
Nella serie il concetto resta fondamentale, ma viene spiegato in maniera più accessibile. Non ci sono le stesse lunghe discussioni teologiche e linguistiche del romanzo.
È probabilmente inevitabile.
Inserire intere conversazioni filosofiche avrebbe rallentato moltissimo la narrazione televisiva.
Il significato, però, rimane: non siamo obbligati a diventare ciò che temiamo di essere.
Anche il finale di Cathy viene reinterpretato
La serie modifica inoltre la maniera in cui arriviamo alla fine della storia di Cathy.
Nel romanzo il suo declino è molto più freddo e fisico. Steinbeck insiste sul deterioramento, sulla paranoia e sull’isolamento.
Netflix sceglie invece un finale più emotivo.
Le motivazioni che la spingono verso l’ultima decisione vengono legate maggiormente al trauma, alla solitudine e al rapporto con i figli.
È una modifica coerente con tutta la riscrittura del personaggio.
La Cathy di Steinbeck è quasi una forza negativa che attraversa la vita degli altri.
La Cathy di Florence Pugh rimane pericolosa, ma è anche qualcuno che non ha mai imparato a fidarsi veramente di un’altra persona.
La serie è meno “americana” del romanzo
Questo probabilmente è il sacrificio più difficile da spiegare a chi non ha letto il libro.
La Valle dell’Eden non è soltanto una storia familiare.
Steinbeck voleva raccontare l’America.
La Salinas Valley, gli immigrati, l’agricoltura, il denaro, la nascita delle nuove città, la guerra, il rapporto con la terra.
Gli Hamilton servivano anche a questo.
Riducendo la loro presenza, Netflix rende la serie più focalizzata e più emotiva, ma perde parte dell’enorme respiro storico del romanzo.
La serie racconta soprattutto persone.
Il libro raccontava persone e un intero Paese.
Eppure La Valle dell’Eden funziona proprio perché ha avuto il coraggio di tagliare
Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è.
Alcune delle cose che rendono il romanzo straordinario avrebbero potuto rendere una serie televisiva ingestibile.
Sette episodi non bastano per adattare fedelmente ogni ramo della famiglia Hamilton, ogni riflessione di Steinbeck e ogni passaggio della storia dei Trask.
Zoe Kazan ha quindi scelto.
Ha sacrificato molto, ma ha evitato di trasformare la serie in un riassunto affrettato del libro.
Il risultato è un adattamento diverso, più concentrato, più moderno e decisamente più interessato alle donne della storia.
Non sempre le modifiche funzionano allo stesso livello. Alcune semplificazioni si sentono e chi ama il romanzo potrebbe rimpiangere profondamente gli Hamilton.
Ma la serie ha una personalità.
Florence Pugh offre una delle interpretazioni più potenti della sua carriera, Mike Faist e Christopher Abbott funzionano molto bene e l’intera produzione riesce a restituire la sensazione di una tragedia familiare che attraversa generazioni.
Per questo il nostro 7 resta più che meritato.
La serie non è il romanzo.
E probabilmente non dovrebbe cercare di esserlo.
Tu hai letto La Valle dell’Eden di Steinbeck? Quale taglio o cambiamento della serie Netflix ti ha colpito di più? E dopo aver visto la serie ti è venuta voglia di recuperare il libro? Scrivicelo nei commenti.


