Quando un’attrice di successo decide di mettersi dietro la macchina da presa, spesso il risultato è un disastro. Ma Greta Scarano con “La vita da grandi” dimostra che il talento non conosce confini: il suo esordio alla regia è un film “quadrato” – nel senso migliore del termine – che affronta l’autismo senza cadere nei soliti cliché pietistici del cinema italiano.
Da Rimini con amore e responsabilità
Irene (Matilda De Angelis) ha la vita pianificata come un business plan: lavoro stabile a Roma, fidanzato, casa da comprare insieme. Il classico percorso millennial senza intoppi. Fino a quando i genitori partono per un controllo medico e lei si ritrova a dover tornare a Rimini per badare al fratello maggiore Omar (Yuri Tuci), autistico e cresciuto nella classica “campana di vetro” familiare.
Omar ha un sogno che sembra impossibile: diventare adulto e indipendente. E chi meglio di sua sorella può insegnargli come si fa? Quello che inizia come un dovere diventa un viaggio di scoperta per entrambi – lei riscoprirà le priorità della vita, lui inizierà a costruire la sua autonomia.
Il rischio del già visto evitato con maestria
Ammettiamolo: le premesse narrative di “La vita da grandi” non sono esattamente rivoluzionarie. È il tipo di storia che potrebbe trasformarsi facilmente in un melodramma strappalacrime con tanto di standing ovation obbligatoria al cinema. Ma Scarano, alla sua prima prova dietro la macchina da presa per un lungometraggio (aveva già diretto il corto “Feliz Navidad” nel 2022), dimostra una maturità registrante sorprendente.
Il film, ispirato al libro autobiografico di Damiano e Margherita Tercon “Mia sorella mi rompe le balle”, non rischia, non sorprende, non intraprende direzioni impreviste. Eppure funziona perfettamente all’interno del suo genere. È quella che potremmo chiamare una regia di mestiere: Scarano sa esattamente dove vuole andare e ci porta lì senza deviazioni.
Le interpretazioni che fanno la differenza
Il vero punto di forza del film sono le performance di Matilda De Angelis e Yuri Tuci. I due attori riescono a creare una chimica fraterna così credibile che dimentichi di star guardando una finzione. Non è facile interpretare l’autismo senza cadere nella rappresentazione stereotipata o nell’eccessiva teatralità, ma Tuci trova il giusto equilibrio tra autenticità e accessibilità cinematografica.
De Angelis costruisce una Irene multidimensionale: non è la classica sorella angelica che sacrifica tutto per il fratello disabile, ma una giovane donna con i suoi problemi, le sue ambizioni e le sue resistenze emotive. Il loro rapporto si sviluppa attraverso piccoli gesti e micro-conflitti quotidiani, senza bisogno di grandi scene madri o colpi di teatro emotivi.
La regia che non cade nei tranelli del genere
Scarano dimostra una consapevolezza notevole nell’evitare i luoghi comuni del cinema sociale italiano. Non ci sono situazioni catastrofiche, miracoli improvvisi o didascalie emotive pesanti. La regista punta sulla costruzione graduale dell’empatia dello spettatore, facendoci tifare per i protagonisti anche nelle piccole conquiste quotidiane.
È qui che si vede la mano esperta di chi ha studiato il cinema da attrice: Scarano sa come dirigere le performance e come calibrare il tono emotivo delle scene. Quando vuole colpire lo spettatore, ci riesce – sia dal punto di vista drammatico che comico – ma mai in modo meccanico o manipolativo.
La colonna sonora che diventa metafora
C’è un momento nel film che rappresenta perfettamente l’approccio registrante di Scarano: quando Irene e Omar cantano insieme “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci. Non è una scelta casuale. Il brano del grande cantautore milanese è “intenso ma non rinuncia all’ironia, e la profondità delle cose passa da scene piuttosto semplici” – esattamente come il film.
Questo finale, descritto dal critico come il “punto massimo” del film, incarna perfettamente la filosofia narrativa dell’opera: la bellezza sta nelle cose semplici, l’emozione nasce dalla verità delle situazioni, non dalla loro spettacolarizzazione.
Il cast di supporto e la produzione
Il film può contare su un cast di supporto solido: Maria Amelia Monti, Paolo Hendel, Adriano Pantaleo e Christian Ginepro completano un ensemble che funziona senza stonature. La durata di 96 minuti è perfetta per questo tipo di racconto – abbastanza lunga da sviluppare i personaggi, abbastanza corta da non risultare dispersiva.
01 Distribution porta il film nelle sale con una campagna che punta giustamente sulla dimensione umana della storia, evitando il marketing pietistico che spesso accompagna film su tematiche sociali.
Il verdetto finale
“La vita da grandi” è un film onesto. Non pretende di rivoluzionare il cinema italiano o di inventare nuovi linguaggi narrativi. È semplicemente un racconto ben fatto su un tema importante, con personaggi credibili e situazioni verosimili.
Greta Scarano dimostra che il passaggio dalla recitazione alla regia può essere naturale quando si ha qualcosa da dire e si sa come dirlo. Il film funziona perché non ha paura di essere semplice, perché sa che a volte la semplicità è la forma più sofisticata di eleganza cinematografica.
Non è un capolavoro, ma è un buon film che affronta un tema delicato con rispetto e intelligenza. E nel panorama del cinema italiano contemporaneo, questo è già molto.
Hai mai visto un film che ti ha fatto cambiare prospettiva sui rapporti familiari? Pensi che il cinema italiano sappia raccontare la disabilità senza cadere nei cliché? Raccontaci la tua esperienza nei commenti!
La Recensione
La vita da grandi
La vita da grandi segna l'esordio convincente di Greta Scarano alla regia. Storia di fratelli che affronta l'autismo senza pietismo, sostenuta dalle ottime performance di Matilda De Angelis e Yuri Tuci. Regia quadrata che funziona perfettamente nel genere, evitando cliché e puntando sull'autenticità emotiva.
PRO
- Regia matura di Greta Scarano: esordio convincente che evita i tranelli del cinema sociale italiano
- Performance autentiche: Matilda De Angelis e Yuri Tuci creano una chimica fraterna credibile
CONTRO
- Trama prevedibile: sviluppo narrativo che procede esattamente come ci si aspetta
- Mancanza di rischi: film che non sorprende né intraprende direzioni impreviste


