L’altro delitto è comparso questa settimana tra i titoli più visti su Netflix Italia, e se non lo hai ancora visto ti starai chiedendo perché un film del 1991 stia scalando le classifiche di una piattaforma di streaming nel 2026. La risposta è semplice: è uno di quei lavori che il tempo ha trattato meglio di quanto la critica dell’epoca non avesse fatto, un thriller che mescola reincarnazione, amnesia, noir anni Quaranta e una quantità quasi comica di forbici come simbolo ricorrente, diretto da un giovane Kenneth Branagh che in quel momento era convinto di poter fare qualsiasi cosa. E in buona parte ci riuscì.
Un’idea semplice, una trama complicatissima
La storia parte da un doppio binario narrativo. Nel 1949 il compositore tedesco Roman Strauss viene condannato a morte per aver ucciso con un paio di forbici la moglie Margaret, una pianista. Poco prima dell’esecuzione, si avvicina all’orecchio di un giornalista presente e gli sussurra qualcosa. La scena si chiude lì, senza che lo spettatore senta una parola.
Quarant’anni dopo, a Los Angeles, il detective privato Mike Church viene chiamato a occuparsi di una donna trovata muta e senza memoria, che risponde al nome provvisorio di Grace. La donna ha incubi ricorrenti in cui compare sempre la stessa scena: una donna in abiti d’epoca, un uomo con le forbici in mano, sangue. Un ipnotizzatore dilettante, il curioso Franklyn Madson, inizia a indurla in trance per capire qualcosa di più, e da quei sogni emergono i nomi Roman e Margaret Strauss. A questo punto la storia comincia a prendere una piega che sarebbe stata cara a Edgar Allan Poe: Church e Grace sembrano essere la reincarnazione della coppia morta nel 1949, destinati a rivivere le stesse dinamiche, la stessa passione e forse lo stesso finale.
Branagh interpreta sia Church che Roman Strauss, mentre Emma Thompson è sia Grace che Margaret. Una doppia recitazione pensata per far capire allo spettatore che queste sono le stesse anime, tornate in corpi diversi, in un’altra epoca, con gli stessi irrisolti conti in sospeso.
L’omaggio a Hitchcock che non è una copia
Il paragone con Alfred Hitchcock è inevitabile, e Branagh non lo ha mai schivato: lo ha cercato con metodo, con consapevolezza, senza che il risultato finisse per essere una fotocopia di qualcosa di già visto. L’influenza più diretta è quella di Vertigo e di Notorious, da cui L’altro delitto prende la struttura dell’ossessione romantica che trascina il protagonista in un meccanismo che non riesce a controllare, e quella di Io ti salverò di Hitchcock, in cui anche lì l’amnesia e l’ipnosi servivano da motore narrativo per svelare un segreto sepolto nel passato.
La scelta visiva più efficace è quella di girare i flashback degli anni Quaranta in bianco e nero, tenendo il colore per il presente, e alternando i due piani con un ritmo che ricorda certi film noir classici di Hollywood piuttosto che un thriller contemporaneo. Il direttore della fotografia Matthew F. Leonetti costruisce inquadrature di una teatralità quasi esagerata, con luci tagliate, ombre lunghe e angolazioni che in un film realistico sembrerebbero fuori posto ma qui funzionano perché il film non ha mai preteso di essere realistico. Branagh lo ha sempre girato sapendo che la storia era melodrammatica, quasi al limite dell’operistico, e ha avuto l’intelligenza di non ammorbidirla.
Il critico Roger Ebert, nella sua recensione dell’epoca, scrisse che Branagh dimostrava un’audacia paragonabile a quella di Orson Welles e dello stesso Hitchcock, non per il risultato ma per lo spirito con cui si affrontava il materiale. Non era interessato a fare film timidi. E L’altro delitto, qualunque cosa si pensi dei suoi difetti, non è mai timido.
Robin Williams senza nome nei titoli
Fra le curiosità del film, ce n’è una che ancora oggi stupisce chi non la conosce. Robin Williams è nel cast, ma non appare nei titoli di testa. Non perché avesse litigato con la produzione o perché la sua parte fosse stata ridotta all’ultimo minuto, bensì per una scelta sua, precisa e ragionata: chiese espressamente di essere tenuto fuori dai credits iniziali per non indurre in errore il pubblico, che nel 1991 associava il suo nome quasi esclusivamente alla commedia.
Williams interpreta il dottor Cozy Carlisle, uno psichiatra radiato dall’albo che sopravvive come può e guarda il mondo con il cinismo di chi ha già perso ogni illusione. Non c’è nulla di comico nel personaggio, se non un umorismo nerissimo, quasi brechtiano, che emerge in poche battute secche. È una delle prove più sorprendenti della carriera di Williams in quel periodo, un assaggio di quello che avrebbe poi sviluppato in film come Will Hunting – Genio ribelle e L’uomo nell’ombra. Chi lo rivede oggi, sapendo già chi è, capisce che stava aspettando solo l’occasione giusta per dimostrare di che pasta era fatto.
Le forbici, un’ossessione visiva
Se guardi L’altro delitto con un minimo di attenzione, ti accorgi presto che le forbici sono ovunque. Non solo come arma del delitto del 1949, ma come presenza ricorrente, quasi maniacale, in oggetti di scena, in dialoghi, in dettagli di sfondo. È una scelta dello sceneggiatore Scott Frank, che ha costruito la storia attorno a questo simbolo con una coerenza che qualcuno ha definito esilarante e altri ha letto come un’allegoria del destino che taglia i fili delle vite, ricucendoli poi in modo diverso.
Frank, che in seguito avrebbe scritto la sceneggiatura di Out of Sight e creato la serie Il gambito della regina, ha costruito una trama di una complessità notevole per un thriller commerciale, piena di false piste, personaggi che sembrano secondari e poi si rivelano centrali, e un colpo di scena finale che ribalta tutto ciò che si credeva di aver capito. La struttura regge, anche a una seconda visione, e forse regge meglio, perché sapendo già come va a finire si notano tutti gli indizi che Branagh aveva disseminato dall’inizio con precisione quasi artigianale.
Un budget da 15 milioni, un incasso quasi triplo
L’altro delitto costò 15 milioni di dollari e ne incassò 38 solo sul mercato nordamericano, un risultato che per un thriller non d’azione con una storia di reincarnazione al centro non era affatto scontato. La Paramount distribuì il film nell’agosto del 1991 senza aspettarsi grandissime cose, e invece il pubblico lo scoprì con un entusiasmo che la critica aveva in parte trattenuto.
Le recensioni dell’epoca furono divise: c’era chi apprezzava l’ambizione e chi trovava il film troppo sopra le righe, troppo ostentato nei suoi debiti cinefili. Col tempo, quella lettura si è ribaltata quasi completamente. Oggi L’altro delitto viene citato come uno dei migliori thriller degli anni Novanta, un film che ha invecchiato bene proprio perché non cercava di sembrare moderno ma puntava a qualcosa di deliberatamente classico, quasi fuori tempo massimo rispetto all’epoca in cui uscì.
I Dream Theater e il concept album ispirato al film
C’è un aspetto di L’altro delitto che va oltre il cinema e riguarda la musica, e che i fan del progressive metal conoscono bene. Nel 1999, gli americani Dream Theater pubblicarono Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, considerato ancora oggi uno dei concept album più riusciti della storia del genere, con una trama che ruota attorno alla scoperta di una vita precedente, all’ipnosi regressiva, a un omicidio rimasto irrisolto e a identità che si sovrappongono attraverso le generazioni. L’ispirazione diretta, più ancora del singolo «Metropolis – Part I» che aveva aperto la strada, fu proprio L’altro delitto, con la sua figura dell’ipnotizzatore e tutta la meccanica della regressione alle vite passate.
Non è un omaggio nascosto o una citazione di sfuggita: i membri della band lo dichiararono apertamente, e chi conosce entrambe le opere trova non poche corrispondenze strutturali tra la storia di Nicholas che scopre di essere la reincarnazione di Victoria Page e quella di Mike Church che riconosce in sé il fantasma di Roman Strauss. Due narrazioni costruite sullo stesso archetipo, uno cinematografico e l’altro musicale, che si parlano a distanza di quasi un decennio.
Perché vale la pena vederlo adesso
L’altro delitto è disponibile su Netflix da qualche settimana ed è già nei titoli più discussi della piattaforma in Italia. Guardarlo nel 2026 è un’esperienza diversa da quella che avrebbe avuto uno spettatore del 1991, perché ora si ha la distanza giusta per apprezzarne le scelte stilistiche senza sentirle come manieriste, e soprattutto si può godere della coppia Branagh-Thompson con la consapevolezza di quello che entrambi sono diventati in trent’anni di carriera. Lei, in particolare, è di una lucidità assoluta: riesce a tenere in piedi un personaggio che sulla carta avrebbe potuto scivolare nel caricaturale, e lo fa con una naturalezza che non si invecchia.
Per chi ama il cinema classico di genere, i thriller con una componente soprannaturale e le storie che si sviluppano su più livelli temporali, questo è uno di quei film che non deludono. E per chi è arrivato fin qui dopo aver letto del legame con i Dream Theater, prima o poi la tentazione di mettere in pausa e riascoltare Scenes from a Memory sarà irresistibile.
Hai già visto L’altro delitto oppure lo hai scoperto solo adesso che è tornato in tendenza su Netflix?


