Emanuela Maria Lamedica, 26 anni, in arte Lamedica, è stata arrestata a Milano con l’accusa di maltrattamenti nei confronti della nonna. Durante l’udienza di convalida a San Vittore ha rivolto alla gip Chiara Valori una richiesta piuttosto insolita: poter tornare a casa perché doveva promuovere sui social un nuovo brano in uscita.
La giudice ha poi disposto la scarcerazione, ma con braccialetto elettronico e divieto di comunicare con la nonna, indicata come persona offesa. Questo non significa che le accuse siano state accertate: il procedimento dovrà fare il suo corso e Lamedica ha diritto alla presunzione di innocenza. Secondo quanto riferito dalla sua avvocata Alessia Pontenani, la contestazione riguarderebbe maltrattamenti e insulti, senza aggressioni fisiche.
La parte che ha attirato maggiore attenzione, però, è stata quella richiesta fatta davanti alla giudice: Lamedica avrebbe spiegato di dover tornare a casa perché il suo brano stava per uscire su Spotify e doveva pubblicare alcune storie su Instagram per promuoverlo.
Una scena quasi surreale, ma che porta anche a una questione molto più ampia.
La gip è la stessa che pochi giorni prima si era occupata di Tony Boy
Sì, Chiara Valori è la stessa gip di Milano che pochi giorni prima aveva deciso sulla posizione di Tony Boy.
Il dato è confermato anche dal Tribunale di Milano, dove Valori risulta tra i magistrati della sezione Gip-Gup.
Nel caso di Tony Boy, all’anagrafe Antonio Hueber, la giudice aveva convalidato l’arresto e disposto gli arresti domiciliari nella casa dei genitori in provincia di Padova per la contestazione relativa alla pistola con matricola abrasa. Non aveva invece ritenuto sufficienti gli elementi per applicare la misura cautelare anche sull’ipotesi di spaccio, considerando i quantitativi trovati compatibili con l’uso personale prospettato dalla difesa.
La gip aveva comunque scritto che Tony Boy risultava in contatto con “ambienti criminali di spessore”, ritenendo però i domiciliari sufficienti a contenere il rischio di reiterazione.
Quindi non è corretto raccontare queste decisioni come semplici “scarcerazioni”.
In entrambi i casi sono state applicate misure cautelari.
Sono due vicende diverse, con accuse completamente differenti, accomunate soltanto dalla giovane età dei protagonisti, dall’appartenenza alla scena trap e dalla stessa giudice chiamata a valutare le misure da applicare.
Il nuovo brano si intitola Maniere forti
Lamedica ha pubblicato musica con titoli come Barbie nel ghetto e Maniere forti.
Dopo essere uscita da San Vittore ha effettivamente potuto utilizzare Instagram per promuovere la nuova uscita, invitando i follower ad ascoltarla e condividerla.
Naturalmente sarebbe scorretto collegare automaticamente il contenuto di una canzone alle accuse contestate nella vita reale.
La musica può essere finzione, provocazione, costruzione di un personaggio.
Un cantante che parla di violenza, droga o criminalità non sta necessariamente raccontando ciò che fa nella propria vita.
Questa distinzione va mantenuta.
Ma esiste un’altra domanda che merita una discussione, soprattutto perché una parte enorme del pubblico della trap è composta da ragazzi molto giovani.
Il problema non è la trap in sé
Sarebbe troppo facile concludere che “la trap fa male”.
Non è così.
Ci sono artisti trap che raccontano disagio sociale, povertà, discriminazione, crescita personale, relazioni e fragilità.
Altri utilizzano un linguaggio esplicito perché appartiene alla loro forma artistica.
Il problema arriva quando bambini di 9, 10 o 11 anni ascoltano brani pieni di riferimenti a armi, droga, sesso, violenza, soldi facili e criminalità, magari senza che i genitori sappiano neppure cosa stanno ascoltando.
Spotify, YouTube e TikTok hanno completamente cambiato il rapporto dei bambini con la musica.
Una volta un genitore poteva almeno vedere il CD che entrava in casa.
Oggi basta uno smartphone.
Un bambino può ascoltare centinaia di brani in cuffia senza che un adulto senta una sola parola.
Molti genitori probabilmente non hanno mai letto quei testi
Ed è questo forse l’aspetto che viene discusso troppo poco.
Un genitore potrebbe sentire il figlio nominare Tony Boy, Baby Gang, Simba La Rue, Sacky o altri trapper senza avere la minima idea del contenuto di alcune canzoni.
Non significa che ogni brano di questi artisti sia problematico.
Significa che bisognerebbe sapere cosa stanno ascoltando i propri figli.
Alcuni testi contengono espressioni che in un film porterebbero probabilmente a una classificazione per età evidente.
Nella musica, invece, spesso compare soltanto una piccola indicazione “Explicit”.
Per un bambino quella scritta significa pochissimo.
Lo Stato dovrebbe intervenire?
La risposta non può essere semplicemente “vietiamo le canzoni”.
Sarebbe una strada pericolosa.
La libertà artistica deve essere tutelata e lo Stato non dovrebbe decidere quali storie un artista può raccontare.
Un brano può parlare di criminalità senza promuoverla, esattamente come Scarface può raccontare Tony Montana senza invitare lo spettatore a diventare un narcotrafficante.
Una discussione seria potrebbe però riguardare la protezione dei minori e la trasparenza dei contenuti.
Per esempio, si potrebbe ragionare su sistemi di classificazione molto più visibili sulle piattaforme, controlli parentali più semplici, profili realmente pensati per i minori e maggiori informazioni sui contenuti espliciti.
Non censura.
Informazione.
Un sistema simile esiste già per cinema e videogiochi.
Se un videogioco contiene violenza estrema viene classificato PEGI 18.
Un film ha indicazioni sull’età consigliata.
Una canzone con descrizioni molto esplicite di droga, armi o sesso può invece essere ascoltata in pochi secondi da un bambino.
È almeno legittimo chiedersi se questa differenza abbia ancora senso nel 2026.
Anche gli artisti hanno una responsabilità?
È la parte più delicata.
Un artista non dovrebbe essere obbligato a trasformarsi nell’educatore dei figli degli altri.
E non dovrebbe neanche dover scrivere pensando esclusivamente ai bambini se il suo pubblico dichiarato è adulto.
Ma esiste anche una realtà commerciale difficile da ignorare: molti artisti trap sanno perfettamente di essere seguiti da adolescenti e preadolescenti.
Nel caso Tony Boy, per esempio, ANSA raccontava che davanti a San Vittore erano arrivati anche due fan di appena 14 anni ad aspettare la sua uscita dal carcere.
Questo non rende Tony Boy responsabile delle scelte di quei ragazzi.
Dimostra però quanto sia giovane una parte del pubblico.
Un altro trapper nei guai non dimostra che il genere sia criminale
Negli ultimi anni sono finite nelle cronache giudiziarie diverse figure legate alla trap.
Tony Boy.
Baby Gang.
Simba La Rue.
Sacky.
Daytona KK.
Ora Lamedica.
Bisogna però evitare un errore enorme: prendere una serie di casi individuali e trasformarli nella prova che la trap sia necessariamente legata alla criminalità.
Non lo è.
Sono persone diverse, procedimenti diversi e responsabilità personali che devono essere accertate singolarmente.
Il fenomeno interessante è semmai culturale.
Una parte della trap costruisce la propria immagine proprio intorno all’idea di vita estrema, strada, conflitto con l’autorità, denaro, droghe e armi.
Per un adulto è relativamente semplice capire dove finisce il personaggio.
Per un bambino può esserlo molto meno.
Forse dovremmo iniziare almeno a parlarne
La vicenda Lamedica fa notizia per quella frase pronunciata davanti alla gip.
Una ragazza arrestata che pensa anche all’uscita del nuovo brano e alle storie Instagram inevitabilmente attira attenzione.
Ma fermarsi alla battuta significa perdere una discussione più interessante.
I bambini oggi hanno accesso a musica pensata per adulti con una facilità che dieci o vent’anni fa non esisteva.
La soluzione non può essere vietare la trap.
Potrebbe però essere aiutare i genitori a capire cosa ascoltano i figli e rendere molto più chiaro quando un contenuto non è destinato ai più piccoli.
Perché ascoltare una canzone non trasforma automaticamente nessuno in ciò che racconta.
Ma fingere che i testi non abbiano alcuna influenza culturale sarebbe altrettanto semplicistico.
Tu cosa ne pensi? Servirebbero classificazioni per età più evidenti anche per la musica oppure devono essere esclusivamente i genitori a controllare quello che ascoltano i figli? Scrivilo nei commenti.


