Su Spotify e sulle classifiche digitali stanno comparendo sempre più canzoni attribuite ad artisti che, a quanto pare, non esistono davvero. Nomi come Benny Rivers, Eddie Dalton, Inga Rose e Dust & Harmony vengono indicati da alcune ricostruzioni come progetti creati con l’intelligenza artificiale, capaci però di raccogliere milioni di ascolti sulle piattaforme. E qui la questione diventa molto meno buffa di quanto sembri: se una voce finta, una foto finta e una biografia finta possono occupare spazio accanto a musicisti veri, allora la musica sta entrando in una zona parecchio scivolosa.
Il caso più recente riguarda Benny Rivers, a cui è attribuito il brano Step by Step in Time, disponibile su Spotify e Apple Music. Il singolo risulta pubblicato nell’aprile 2026 e viene presentato come un pezzo soul/blues, con un’estetica da artista “vero”, immagine compresa. Il punto contestato è proprio questo: secondo le segnalazioni circolate online, Benny Rivers non sarebbe una persona reale, ma un’identità costruita intorno a musica generata con l’IA.
E non sarebbe un caso isolato. Il problema delle canzoni create con piattaforme come Suno e poi caricate come se fossero progetti artistici tradizionali è ormai concreto. Suno, insieme a Udio, è finita al centro di cause avviate dalle major discografiche nel 2024, con accuse di violazione del copyright legate all’addestramento dei modelli su musica protetta. Le etichette hanno chiesto fino a 150.000 dollari per ogni opera presumibilmente copiata e hanno sostenuto che questi strumenti possano produrre musica capace di competere direttamente con quella degli artisti umani.
La difesa delle aziende è un altro pezzo della storia. Suno ha sostenuto che l’uso di materiale protetto per addestrare i modelli rientrerebbe nel fair use, cioè in un uso legittimo secondo il diritto americano. Ma il fatto che in una memoria legale Suno abbia ammesso di aver usato musica protetta per addestrare il proprio modello ha acceso ancora di più il dibattito.
Ora, la domanda è semplice: se una canzone è generata dall’IA, può stare su Spotify? La risposta, oggi, non è “no” in modo automatico. Spotify non ha scelto di vietare tutta la musica generata con l’intelligenza artificiale. Anzi, proprio in queste ore ha annunciato con Universal Music Group un accordo per permettere agli utenti premium di creare cover e remix generati con IA, dentro un sistema pensato per riconoscere compensi ad artisti e autori.
Quindi il problema non è soltanto “IA sì” o “IA no”. Il problema è trasparenza.
Se una canzone è dichiarata come esperimento IA, magari dentro un contesto chiaro, il pubblico può decidere se ascoltarla o evitarla. Se invece viene impacchettata come se dietro ci fosse un cantante soul, con nome, faccia, estetica, biografia e magari pure finta malinconia da vita vissuta, allora diventa un’altra cosa. Diventa una maschera. E quella maschera compete con persone che hanno davvero passato anni a studiare, cantare nei locali, scrivere canzoni, registrare demo, pagare musicisti, provare e riprovare.
È qui che molti musicisti si sentono presi in giro. E come dargli torto?
Il blues, il soul, l’R&B non sono solo “stili” da digitare in un prompt. Sono generi nati da storie, corpi, comunità, dolore, spiritualità, sudore, locali fumosi, chiese, strade, radio, palchi piccoli e vite complicate. Se oggi un creatore digitale può scrivere due righe, generare una voce credibile, mettere una foto finta e caricare tutto sulle piattaforme, il rischio è che la musica venga trattata come contenuto usa e getta. Non arte, non mestiere, non esperienza. Solo prodotto.
E lo so, qualcuno dirà: “Ma se la canzone piace, che problema c’è?”. Il problema c’è. Perché le piattaforme non sono spazi infiniti nel senso pratico. Gli algoritmi spingono alcuni brani e ne seppelliscono altri. Se cataloghi interi di artisti sintetici iniziano a raccogliere milioni di stream, finiscono per occupare attenzione, playlist, suggerimenti e magari anche quote di pagamento che potevano andare a musicisti reali.
E qui non parliamo solo di superstar. Le superstar in qualche modo sopravvivono. Il colpo più duro rischiano di prenderlo gli artisti medi, indipendenti, quelli che già oggi faticano a ottenere compensi dignitosi dallo streaming. Se a loro aggiungi una concorrenza infinita di “cantanti” generati al computer, disponibili 24 ore su 24, senza tour, senza sala prove, senza problemi di salute, senza diritti da rivendicare, il mercato diventa ancora più crudele.
C’è poi il tema dell’identità. Un conto è dire: “Ho creato un progetto musicale con IA e lo firmo come tale”. Un altro conto è costruire un finto artista e venderlo emotivamente come autentico. Perché la musica non la ascoltiamo solo per il suono. La ascoltiamo anche perché immaginiamo una persona dietro quella voce. Una storia. Un volto. Una ferita. Una gioia. Se scopriamo che tutto è stato fabbricato, può restare il brano, certo. Ma qualcosa nel patto con l’ascoltatore si rompe.
E il tempismo è inquietante. La musica sta affrontando ora questo terremoto, ma cinema e serie TV stanno già guardando nella stessa direzione. Voci ricreate, attori digitali, comparse generate, sceneggiature assistite dall’IA. Oggi ci indigniamo per un cantante soul che forse non esiste. Domani potremmo trovarci davanti a film con attori sintetici costruiti per piacere agli algoritmi, magari più economici e meno problematici di una persona vera. Che meraviglia, eh. Mi viene già voglia di spegnere tutto e ascoltare un vinile graffiato.
La soluzione non può essere fingere che l’IA non esista. È troppo tardi. Però servono regole chiare: etichette visibili per i brani generati con IA, controlli sulle identità finte, trasparenza sui dataset usati, tutela per artisti e autori veri, e soprattutto piattaforme che smettano di comportarsi come se tutto fosse uguale purché generi ascolti.
Perché no, non è uguale.
Una canzone creata da un musicista in carne e ossa e una canzone prodotta da un sistema automatico possono anche finire nella stessa playlist. Ma l’ascoltatore ha diritto di sapere cosa sta ascoltando. E i musicisti hanno diritto di non essere sommersi da fantasmi digitali travestiti da colleghi.
E tu cosa ne pensi? Le canzoni generate con l’IA dovrebbero essere vietate dalle piattaforme o basterebbe indicarle chiaramente come musica artificiale? Scrivilo nei commenti.


