C’è un tipo di film italiano che esiste in una categoria tutta sua, quella dei melodrammi borghesi in cui persone di bella presenza, con appartamenti arredati bene e lavori invidiabili, si fanno del male in modo sistematico e parlano di Kierkegaard mentre lo fanno. Non è una critica, è una descrizione. Gabriele Muccino è il maestro indiscusso di questo filone da venticinque anni, e Le cose non dette, uscito a gennaio 2026 nelle sale italiane, è la sua opera più compiuta in questo senso: un film che raccoglie tutto quello che Muccino ha sempre fatto, lo porta a Tangeri, lo fa esplodere sotto il sole del Marocco e poi si chiude sulle note di Tuta Gold di Mahmood, che è esattamente il tipo di scelta che o ti fa adorare un regista o ti fa perdere la fiducia nel cinema italiano, a seconda di come ti sei svegliato quella mattina. A me non è piaciuta la scelta ma va bene lo stesso.
La storia è tratta dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, sorella di quella Nora Ephron che ha scritto Harry ti presento Sally e C’è posta per te, dettaglio biografico che non aggiunge molto alla comprensione del film ma che è il tipo di informazione che non riesci a non citare quando la scopri. Carlo è un professore universitario di filosofia, autore di un solo romanzo di successo e bloccato dal secondo da anni, sposato con Elisa che lavora per Vanity Fair e che non riesce ad avere figli con lui. Carlo ha anche una studentessa, Blu, con cui va avanti da otto mesi e che nel frattempo è rimasta incinta. Carlo non si decide né da una parte né dall’altra, nel frattempo cita Simone de Beauvoir durante le cene, si allena ossessivamente in palestra e guarda le tartarughe, il tutto con l’aria di chi si considera un intellettuale incompreso quando in realtà è semplicemente un uomo di mezza età che non ha ancora capito cosa vuole dalla vita. Chiunque conosca il cinema di Muccino avrà già capito in che territorio siamo.
Stefano Accorsi porta in scena Carlo con quella capacità di essere contemporaneamente simpatico e insopportabile che è la sua specialità da sempre, e se a qualcuno viene il sospetto che questo personaggio somigli molto a quello che interpretava ne L’ultimo bacio venticinque anni fa, quel qualcuno ha ragione e Muccino lo sa perfettamente, tant’è che ci mette dentro citazioni esplicite ai suoi film precedenti con la disinvoltura di chi non ha niente da nascondere. Miriam Leone come Elisa è il vero punto di equilibrio emotivo del film: costruisce un dolore silenzioso e preciso che ogni volta che compare in scena ricorda agli altri personaggi, e allo spettatore, quanto stiano sbagliando. Claudio Santamaria e Carolina Crescentini completano il quadro come Paolo e Anna, l’altra coppia in viaggio, con Santamaria a fare il marito sottomesso e Crescentini a costruire un personaggio volutamente sopra le righe che o ami o trovi insostenibile, con poche vie di mezzo.
La prima metà del film funziona bene. Muccino costruisce la tensione tra i personaggi con quella regia sempre in movimento, sempre addosso alle persone, che è il suo marchio. Poi arrivano a Tangeri, arriva anche Blu, e la storia compie uno scarto verso qualcosa di più torbido e inaspettato che nella seconda metà diventa quasi un thriller sentimentale. Questo cambio di registro non è il massimo: aggiunge solo caos a una storia che aveva già abbastanza materiale con cui lavorare. Il finale con lo sguardo in camera diretto allo spettatore è la mossa più schietta del film, quella in cui Muccino smette di fingere di raccontare una storia e chiede direttamente a chi guarda di prendere posizione, accompagnato dai sintetizzatori di Mahmood.
Tra tutte le cose che funzionano e quelle che fanno discutere, resta Margherita Pantaleo nel ruolo di Vittoria, la figlia adolescente di Paolo e Anna, che osserva gli adulti intorno a lei con uno sguardo che dice tutto quello che i dialoghi si guardano bene dal dire esplicitamente. È lei il personaggio più onesto del film, l’unico che non ha ancora imparato a citare i filosofi per evitare di rispondere alle domande vere.
La Recensione
Le cose non dette
Le cose non dette è il quattordicesimo film di Gabriele Muccino, tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo, professore di filosofia morale in crisi creativa, porta la sua doppia vita fino a Tangeri durante una vacanza con la moglie e gli amici, dove tutto esplode nel modo più mucciniano possibile. Film diviso in due metà piuttosto diverse tra loro, con una regia sempre in movimento e un cast che lavora a pieno regime. La colonna sonora di Paolo Buonvino finisce con Tuta Gold di Mahmood, il che dice molto su cosa aspettarsi. Giudizio: per chi ama Muccino è una summa del suo cinema, per chi lo tollera a fatica è esattamente quello che si aspettava, nel bene e nel male.
PRO
- Miriam Leone è il punto di equilibrio emotivo di tutto il film e ogni sua scena merita
- La prima metà funziona molto bene, con una costruzione della tensione che regge fino all'arrivo a Tangeri
CONTRO
- Se i dialoghi pieni di citazioni filosofiche a casaccio ti fanno venire voglia di spegnere la TV, qui ce ne sono in abbondanza
- Accorsi interpreta ancora una volta un uomo di mezza età che tradisce la moglie con una ragazza più giovane, esattamente come venticinque anni fa ne L'ultimo bacio, e Muccino te lo fa notare esplicitamente
- Il cambio di registro nella seconda metà verso il thriller divide nettamente, e non è detto che tu stia dalla parte giusta della divisione
- La regia sempre addosso ai personaggi, sempre in movimento, in certi momenti stanca prima che la storia arrivi dove deve
- Mahmood nel finale


