Le Donne della Bibbia è arrivata su Canale 5 nel pieno delle feste pasquali e, a giudicare dagli ascolti della prima serata, l’operazione ha funzionato. La miniserie ha vinto domenica 5 aprile con 2.281.000 spettatori e il 17,1% di share, battendo su Rai 1 Filumena Marturano. Ma al di là del dato tv, il motivo per cui se ne parla è un altro: questa serie prende figure bibliche che di solito restano sullo sfondo e prova a metterle finalmente al centro del racconto.
La prima cosa utile da chiarire è anche la più pratica: su Canale 5 gli appuntamenti sono due, non di più. La serie è stata programmata in due prime serate, domenica 5 e lunedì 6 aprile 2026, con i sei episodi distribuiti in queste due serate. Quindi, se ti stavi chiedendo quando andranno in onda “le altre puntate”, la risposta è semplice: il secondo e ultimo appuntamento è lunedì 6 aprile in prima serata. Negli Stati Uniti, invece, la serie è andata su Fox come evento in tre domeniche consecutive, dal 22 marzo al 5 aprile, con il titolo originale The Faithful: Women of the Bible.
Una serie biblica, sì, ma raccontata in modo diverso
La vera particolarità di Le Donne della Bibbia è il punto di vista. La storia non parte dagli uomini più famosi dell’Antico Testamento, ma dalle donne della Genesi: Sara, Agar, Rebecca, Lia e Rachele. In pratica, invece di seguire il racconto biblico nella forma più tradizionale, la serie prova a farci entrare nelle pieghe della storia attraverso personaggi femminili che spesso, nelle versioni più scolastiche o più solenni, restano “la moglie di”, “la serva di” o “la madre di”. Qui no. Qui diventano persone con desideri, frustrazioni, rivalità, paure e scelte pesanti.
Ed è forse proprio questo che rende la serie più interessante del previsto. Perché il rischio, con prodotti del genere, è sempre quello della ricostruzione impettita, tutta costumi, sabbia e frasi pronunciate guardando l’orizzonte. Invece qui l’idea è più concreta: prendere personaggi antichissimi e farli sentire umani, anche contraddittori. Non perfetti, non sempre simpatici, ma vivi. E onestamente è una strada più intelligente di quella del semplice “kolossal religioso” vecchio stile.
Da dove nasce la serie e perché è arrivata proprio adesso
La serie è una produzione Fox Entertainment Studios e dietro c’è anche Carol Mendelsohn, nome molto conosciuto in tv per il suo lavoro su CSI. Questa cosa, detta così, può sembrare solo una nota da addetti ai lavori, ma in realtà spiega parecchio. Perché Le Donne della Bibbia ha un impianto narrativo più moderno di quanto ci si aspetterebbe da una miniserie a tema religioso. Non punta solo alla reverenza, punta anche al coinvolgimento emotivo e alla serialità.
C’è anche un piccolo aneddoto curioso sulla nascita del progetto. In un articolo di Kveller, viene raccontato che Carol Mendelsohn aveva da tempo il desiderio di costruire una serie sulle matriarche bibliche e che, a un certo punto, decise di proporla ai vertici Fox quasi seguendo una specie di intuizione personale legata alla memoria del suo bisnonno, che era rabbino. È uno di quei dettagli che non trasformano automaticamente un progetto in capolavoro, però aiutano a capire che l’idea non è nata solo per riempire uno slot pasquale. Dietro c’era proprio la volontà di raccontare queste figure in modo diverso.
Il cast è più ricco di quanto sembri a un primo sguardo
Uno dei motivi per cui la serie si lascia guardare facilmente è il cast internazionale. Minnie Driver interpreta Sara, Natacha Karam è Agar, Alexa Davalos è Rebecca, Millie Brady è Lia e Blu Hunt è Rachele. Accanto a loro ci sono anche Jeffrey Donovan, Tom Mison, Tom Payne e Ben Robson. Non è il classico cast messo insieme tanto per fare numero: ci sono volti che il pubblico delle serie e del cinema riconosce, e questo aiuta.
Minnie Driver, poi, è probabilmente il nome che spicca di più per il pubblico generalista. Vederla nei panni di Sara è una scelta interessante, perché porta con sé una faccia familiare ma non troppo “televisiva” nel senso italiano del termine. E infatti la sua presenza dà subito alla serie un tono un po’ più internazionale. Corriere della Sera, parlando della miniserie, sottolineava proprio il suo ruolo di protagonista del primo episodio.
Girata in Italia, ma con un respiro molto più ampio
Altra curiosità bella concreta: Le Donne della Bibbia è stata girata tra Roma e Matera. E questa non è solo una nota geografica messa lì per dovere. Si vede proprio. Matera, ormai, è diventata quasi un linguaggio visivo a sé quando si vogliono evocare tempi antichi, spazi biblici, paesaggi aridi e pietra che sembra fuori dal tempo. Roma, invece, offre il supporto produttivo e logistico che serve a una serie del genere. Diverse fonti italiane concordano su queste location, e non è difficile capire perché siano state scelte.
Tra l’altro c’è anche un dettaglio che può incuriosire il pubblico italiano: nella serie compare Corrado Invernizzi nel ruolo di Dio. È una scelta particolare, anche simbolica, che varie testate italiane hanno evidenziato proprio come una delle piccole sorprese del cast.
Le storie che racconta sono più intrecciate di quanto sembri
Un’altra cosa che secondo me merita di essere detta bene è questa: non sono cinque storie separate messe una dopo l’altra. Le vite di Sara, Agar, Rebecca, Lia e Rachele formano una specie di filo genealogico e narrativo. La serie segue infatti l’arco della Genesi, mostrando come le scelte di una generazione ricadano sulla successiva. Sara e Agar aprono il racconto dentro una tensione fortissima tra promessa, maternità e gelosia; Rebecca porta dentro il conflitto familiare e la gestione del destino dei figli; Lia e Rachele trasformano il discorso in una storia di amore, rivalità e discendenza.
Questo è uno degli aspetti più riusciti del progetto, almeno come idea di base. Non guarda queste donne come figure isolate, ma come parte di una catena. E infatti una delle frasi usate per presentare la serie insiste proprio sul fatto che dalle loro decisioni dipenderà il futuro della fede così come la conosciamo. È una formula un po’ solenne, sì, ma il punto resta valido: il racconto vuole mostrare che queste donne non sono decorative, sono strutturali.
Perché Canale 5 l’ha messa proprio a Pasqua e Pasquetta
Qui la spiegazione è abbastanza lineare. Pasqua e Pasquetta sono il momento perfetto, televisivamente parlando, per una miniserie del genere. C’è un contesto già predisposto, un pubblico più disponibile a guardare storie di ispirazione biblica, e una concorrenza che magari punta su registri diversi. Ma non è solo una scelta di calendario: è anche una scelta editoriale abbastanza furba. Portare una serie americana recente, con taglio internazionale e facce riconoscibili, dentro una finestra tradizionalmente legata ai temi religiosi, permette a Canale 5 di evitare sia l’effetto “catechismo televisivo” sia quello del film evento troppo freddo.
E infatti il risultato della prima serata è arrivato. La vittoria contro Filumena Marturano lo dimostra. Non vuol dire automaticamente che la serie resterà nella storia della tv, ci mancherebbe, ma vuol dire che il posizionamento era giusto.
Qualche piccola curiosità che rende la serie più interessante
La prima è che in America The Faithful: Women of the Bible è stata presentata come una event series in tre settimane consecutive, quindi non come una serie destinata a trascinarsi per mesi. Una scelta che oggi ha senso: poco, compatto, riconoscibile.
La seconda è che più di una recensione e presentazione americana ha insistito sul concetto di “storie della Bibbia raccontate attraverso gli occhi delle donne”. Detta così sembra una formula promozionale, ma in realtà è davvero il centro del progetto. Non è un dettaglio cosmetico, è il motivo per cui la serie esiste.
La terza è che la serie si muove su un terreno delicato: rendere relatabili, per usare un termine che in italiano suona malissimo ma qui rende l’idea, personaggi biblici antichissimi senza trasformarli in protagonisti da soap moderna travestita. È una sfida non banale. E forse è anche il motivo per cui la serie incuriosisce pure chi normalmente non si metterebbe a cercare una miniserie religiosa in prima serata.
E poi c’è un’ultima curiosità simpatica: molti spettatori italiani la stanno conoscendo in questi giorni, ma in realtà arriva quasi in contemporanea con gli Stati Uniti. Non è sempre così scontato per prodotti di questo tipo.
Alla fine, Le Donne della Bibbia interessa per due motivi. Il primo è televisivo: Canale 5 ha trovato un titolo coerente con il periodo e capace di portare a casa una vittoria di serata. Il secondo è più narrativo: la serie prova a fare una cosa che spesso viene annunciata ma fatta male, cioè prendere figure conosciutissime e raccontarle da un’angolazione meno automatica. Poi può piacere o non piacere, può sembrare riuscita solo a metà oppure molto centrata, ma almeno prova a spostare il focus.
E forse è proprio questo che resta più di tutto: vedere personaggi che pensavi di conoscere già, ma da una prospettiva che di solito nessuno ti racconta davvero.
Se la stai seguendo o l’hai vista ieri sera, dimmi la tua: ti ha incuriosito più il lato biblico o il fatto che per una volta siano le donne a guidare davvero il racconto?



Mi ha colpito di piu il fatto che per quanto questa dovesse essere una serie incentrata sulle donne della bibbia,faccia passare queste nel peggior modo possibile ancor più di quanto lo sia concretamente all’interno delle Sacre scritture(qui non spesso prese alla lettera)vi sono inoltre molte reinterpretazione a volte azzecate e necessarie per rendere piu fluida la trama gia di per se complicata,altre meno idonee ed errate.la prima parte riguardante Sara è comunque abbastanza godibile e probabilmente non lontano da ciò che ci è stato tramandato su di lei