Cosa succederebbe se il tuo braccio destro rapisse tua figlia per ricattarti politicamente? È questa la domanda agghiacciante che si pone Le maledizioni, la nuova miniserie Netflix diretta da Daniel Burman che trasforma il potere politico in una partita a scacchi dove i pezzi sono persone in carne e ossa. Basata sul romanzo di Claudia Piñeiro, questa produzione argentina riesce nell’impresa di rendere avvincente un intreccio che mescola corruzione, affetti familiari e interessi economici senza mai perdere credibilità.
Se ti piacciono i thriller politici che scavano nelle contraddizioni del potere, questa serie potrebbe essere la tua prossima ossessione.
Una struttura narrativa che convince
Una delle scelte più intelligenti di Burman è stata quella di concentrare tutto in tre episodi da quaranta minuti, creando un prodotto che ha la struttura formale di una serie ma il ritmo serrato di un lungometraggio. Non c’è tempo per divagazioni o sottotrame secondarie: ogni minuto è funzionale alla tensione principale.
Il secondo episodio, ambientato dodici anni nel passato, funziona come un lungo flashback illuminante che spiega le origini del conflitto presente. È una scelta narrativa coraggiosa che interrompe la tensione del rapimento per costruire le basi emotive della storia, ma che alla fine ripaga con gli interessi quando si torna al presente.
Leonardo Sbaraglia: un governatore tra potere e paternità
Leonardo Sbaraglia interpreta Fernando Rovira con quella intensità controllata che lo ha reso uno degli attori più apprezzati del cinema sudamericano. Il suo governatore è un uomo diviso tra ambizioni politiche e istinti paterni, costretto a scegliere tra il potere e l’amore per la figlia.
Sbaraglia riesce a rendere credibile questa lacerazione interiore senza mai cadere nel melodrammatico. Il suo Rovira è un politico cinico ma non completamente privo di umanità, un padre che scopre quanto sia disposto a sacrificare per il potere quando questo potere minaccia ciò che ha di più caro.
Il litio come metafora del presente
Spostando l’azione dalle dinamiche elettorali del romanzo originale alla questione dello sfruttamento del litio, Burman centra perfettamente l’attualità. Il litio è il nuovo oro dell’economia moderna, essenziale per le batterie che alimentano la nostra vita digitale, e l’Argentina possiede alcune delle riserve più ricche al mondo.
La serie non si limita a usare questa risorsa come pretesto narrativo, ma ne esplora le implicazioni geopolitiche: multinazionali straniere che premono per accedere alle riserve, politici locali divisi tra sviluppo e sostenibilità, popolazioni che rischiano di pagare il prezzo ambientale dello sfruttamento.
Alejandra Flechner: la Lady Macbeth della pampa
Accanto a Sbaraglia brilla Alejandra Flechner nei panni della madre del governatore, una sorta di Lady Macbeth provinciale che manovra i fili del potere mentre il figlio tentenna. La sua performance è glaciale e magnetica allo stesso tempo, incarnando perfettamente quella generazione di politici argentini per cui il potere è un affare di famiglia.
Flechner riesce a rendere il suo personaggio detestabile ma comprensibile, una donna che ha sacrificato tutto per costruire un impero politico e che non è disposta a vederselo sfuggire per questioni sentimentali.
Il rapimento come specchio delle contraddizioni
Il cuore della serie è il rapimento della dodicenne Zoe da parte di Román Sabaté (Gustavo Bassani), il braccio destro di Rovira. Ma questo non è un thriller convenzionale dove si cerca il cattivo: è un labirinto di motivazioni in cui ogni personaggio ha le sue ragioni, per quanto discutibili.
Bassani costruisce un Román che non è il classico villain, ma un uomo convinto di agire per il bene comune, disposto a sacrificare l’innocenza di una bambina per fermare quello che considera un crimine ambientale. La sua logica contorta è tanto più inquietante perché non è completamente irrazionale.
Un thriller che non ha paura della politica
In un’epoca in cui molte produzioni evitano accuratamente di prendere posizioni politiche, Le maledizioni non ha paura di sporcarsi le mani. La serie non è neutrale: ha un punto di vista chiaro sui meccanismi del potere e sulle conseguenze dello sfruttamento delle risorse naturali.
Tuttavia, evita la propaganda facile presentando personaggi complessi che non si possono liquidare semplicemente come buoni o cattivi. Anche Rovira, che potrebbe essere visto come l’antagonista principale, ha le sue ragioni e i suoi momenti di umanità.
Regia essenziale e cast compatto
Daniel Burman dirige con mano sicura e stile essenziale, evitando fronzoli stilistici che distrarrebbero dalla tensione narrativa. La fotografia privilegia toni terrosi che riflettono l’ambiente politico corrotto, mentre il montaggio mantiene sempre alta l’attenzione senza ricorrere a trucchetti da thriller commerciale.
Il cast di supporto, che include Osmar Núñez, César Bordón e Monna Antonopoulos, contribuisce a creare un mondo credibile fatto di piccoli politici, funzionari ambiziosi e mogli sacrificate agli altari del potere.
Un finale che lascia pensare
Senza fare spoiler, posso dire che il finale di Le maledizioni non cerca facili consolazioni. La serie si conclude nel punto in cui finisce anche il romanzo di Piñeiro, ma lascia aperte domande inquietanti sul prezzo del potere e sui compromessi che siamo disposti a accettare.
Non è il tipo di serie che ti fa sentire meglio dopo averla vista, ma è sicuramente il tipo che ti fa riflettere sulle dinamiche del potere nella società contemporanea.
La Recensione
Le maledizioni
Le maledizioni è un thriller politico argentino che mescola sapientemente tensione familiare e critica sociale, concentrando in tre episodi una storia avvincente sul prezzo del potere. Leonardo Sbaraglia e Alejandra Flechner guidano un cast eccellente in una narrazione che usa il rapimento di una bambina per esplorare le contraddizioni della politica contemporanea e lo sfruttamento delle risorse naturali. La regia essenziale di Daniel Burman evita gli eccessi mantenendo alta la tensione senza mai perdere credibilità, creando un prodotto che funziona sia come intrattenimento che come riflessione civile.
PRO
- Leonardo Sbaraglia offre una performance intensa e sfumata nel ruolo di un governatore diviso tra ambizioni politiche e istinti paterni
- La struttura narrativa concentrata in tre episodi crea un ritmo serrato che mantiene alta la tensione senza tempi morti o divagazioni inutili
CONTRO
- Il finale lascia molte domande aperte


