Quando si parla di accuse di abusi sessuali, di solito la storia va in una direzione sola. Stavolta, invece, si è ribaltata. Rocco Siffredi – il pornoattore italiano più famoso al mondo – ha depositato una maxi querela contro 21 persone, tra cui le attrici che lo hanno accusato di stupro e due autori del programma Le Iene. Il materiale consegnato in procura a Milano è impressionante: 200 pagine di documenti e un hard disk con 500 mega di contenuti, tra video dal set, liberatorie firmate, interviste rilasciate prima che le accuse diventassero pubbliche e testimonianze di cameraman, costumisti e tecnici.
La sua tesi è semplice e diretta: «Una campagna studiata a tavolino per gettare fango su di me».
Tutto è iniziato nell’aprile 2025, quando Le Iene hanno mandato in onda la prima di sette puntate dedicate alle testimonianze di alcune pornoattrici che accusavano Siffredi di abusi sul set. Le donne raccontavano di limiti concordati prima delle riprese e poi ignorati, di pratiche rifiutate e comunque subite, di un clima di pressione psicologica. Alcune si sono mostrate a viso scoperto. I servizi erano firmati dall’inviata Roberta Rei e hanno fatto molto rumore, riaprendo il dibattito sul consenso nel mondo del cinema per adulti.
Siffredi aveva risposto subito, davanti alle telecamere dello stesso programma. «Forse in qualche scena sono stato un po’ esagerato, ma non ho mai costretto nessuna. Il mio modo di vivere il sesso è intenso, ma sempre consensuale. Non sono uno stupratore pervertito», aveva dichiarato. Poi aveva alzato il tiro, parlando di «congiura internazionale» contro di lui e promettendo che avrebbe dimostrato tutto.
Adesso quella promessa si è trasformata in atti giuridici concreti. Insieme alla sua avvocata Rossella Gallo, Siffredi ha portato tutto in procura dalla pm Marina Petruzzella. Tra gli indagati ci sono 16 pornoattrici, i 2 autori del servizio de Le Iene e 3 persone ancora non identificate. La trasmissione aveva dedicato all’intera vicenda sette puntate, di cui sei sono state giudicate diffamatorie dalla difesa di Siffredi.
C’è un dettaglio che la sua avvocata sottolinea con forza: nessuna delle accuse fatte in televisione si è trasformata in una denuncia penale. Le attrici hanno parlato davanti alle telecamere di un programma tv, ma nessuna ha poi formalizzato una denuncia in sede giudiziaria. È un punto che pesa, perché racconta di una situazione in cui le accuse più gravi – quelle di stupro – sono rimaste confinate al dibattito mediatico senza mai approdare in un’aula di tribunale.
Il caso tocca una questione che il mondo del porno si porta dietro da sempre: dove finisce il lavoro e dove inizia l’abuso? I contratti ci sono, le liberatorie anche, i video di consenso pure – almeno sulla carta. Ma alcune attrici raccontano che questi strumenti non bastano, che nella pratica le cose vanno diversamente, che il confine tra ciò che si è accettato di fare e ciò che si è subito è spesso sottile e difficile da dimostrare.
Siffredi sostiene che quei confini li ha rispettati sempre. Le sue accusatrici dicono il contrario. E ora quella contraddizione finirà davanti a un giudice – ma non per le accuse di stupro, come ci si potrebbe aspettare, bensì per la querela di diffamazione che lui ha presentato contro di loro.
Il paradosso è evidente: le donne che lo accusavano di abusi si ritrovano ora nella posizione di indagate. Che abbiano ragione Siffredi o le attrici, una cosa è certa – questa storia è tutt’altro che finita.
E tu da che parte stai? Credi che le accuse fossero fondate oppure pensi che si tratti davvero di una campagna contro di lui? Lascia un commento qui sotto.



Io penso che il celodurismo abbia connotati fini a se stesso. Ecco.