NAZA costruisce gran parte della propria forza su 24 testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana. Volti oscurati, voci alterate, identità protette. È una scelta che rende il documentario potentissimo sul piano emotivo, ma apre anche una domanda inevitabile: come facciamo a sapere che quelle persone sono davvero chi dicono di essere e che ciò che raccontano è attendibile?
La risposta breve è questa: l’anonimato non rende automaticamente una testimonianza inaffidabile, ma obbliga i giornalisti a un lavoro di verifica molto più duro.
Ed è proprio su questo che si gioca una parte importante della credibilità di NAZA.
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor hanno dichiarato di aver parlato con oltre 100 fonti durante circa tre anni di lavoro. Nel film ne compaiono 24, ma secondo gli autori le informazioni raccolte sarebbero state confrontate con altre testimonianze, documenti classificati e materiale già emerso in precedenti inchieste giornalistiche. Il documentario nasce infatti da un lavoro sviluppato insieme a giornalisti del Guardian, di +972 Magazine e Local Call.
Questo dettaglio cambia molto.
Un conto è avere una persona anonima che racconta qualcosa di enorme senza fornire altri elementi. Un altro è avere decine di fonti che descrivono procedure simili, ruoli diversi nella stessa catena decisionale e documenti capaci di confermare almeno una parte di ciò che viene detto.
Una fonte anonima non deve essere “creduta”: deve essere verificata
Nel giornalismo serio funziona così.
Una fonte anonima può essere usata se possiede conoscenza diretta dei fatti, se l’informazione è importante, se non è disponibile altrimenti e se il giornalista conosce la vera identità della persona anche se il pubblico non la conosce.
È uno standard seguito da grandi agenzie come Associated Press e Reuters. Entrambe richiedono di verificare la posizione della fonte, il suo accesso alle informazioni e, soprattutto, di cercare conferme indipendenti. AP specifica inoltre che, in presenza di fonti anonime, la regola normale è cercare più di una conferma.
Per NAZA, quindi, la domanda corretta non è: “Sono anonimi, possiamo fidarci?”.
La domanda dovrebbe essere: “Quanto è stato corroborato quello che raccontano?”
Ed è proprio su questo terreno che i registi difendono il film.
Dopo le critiche dell’esercito israeliano, Abraham e Szor hanno sostenuto che tra le persone intervistate figuravano anche ufficiali senior coinvolti nei diversi livelli del processo di selezione degli obiettivi. Hanno inoltre dichiarato che alcune ricostruzioni erano sostenute da documenti e da fonti giornalistiche separate tra loro.
Il fatto che i volti siano oscurati resta comunque un limite
Va però detto chiaramente: per lo spettatore l’anonimato crea un limite reale.
Noi non possiamo controllare chi stia parlando.
Non possiamo verificare personalmente grado, reparto, incarico o accesso alle informazioni. Dobbiamo quindi fidarci del processo editoriale che precede il film.
È una debolezza riconosciuta anche da alcune recensioni positive del documentario. Il Guardian, pur essendo coinvolto nella produzione, ha osservato che il fatto di non avere testimoni disposti a mettere pubblicamente nome e volto alle proprie parole riduce inevitabilmente la forza testimoniale diretta.
Questo non significa che le testimonianze siano false.
Significa che lo spettatore deve distinguere tra ciò che il film mostra direttamente e ciò che afferma sulla base di persone la cui identità non può essere resa pubblica.
È una distinzione importante, soprattutto davanti ad accuse gravissime.
Perché allora garantire l’anonimato?
Perché in certe inchieste senza anonimato non parlerebbe quasi nessuno.
Militari, funzionari pubblici, dipendenti di servizi di intelligence o persone inserite in strutture molto sensibili possono rischiare procedimenti disciplinari, perdita del lavoro, azioni penali o minacce personali.
NAZA arriva inoltre in un clima estremamente teso. Dopo l’uscita del film, i registi hanno ricevuto minacce e alcuni esponenti politici israeliani hanno chiesto provvedimenti durissimi nei loro confronti. Questo contesto aiuta a capire perché una persona che racconta informazioni interne possa rifiutarsi di comparire con il proprio nome.
L’anonimato, quindi, non è necessariamente uno stratagemma cinematografico.
Può essere la condizione necessaria per ottenere una testimonianza.
L’esercito israeliano contesta il metodo
L’IDF ha respinto diverse accuse contenute nel documentario e ha criticato esplicitamente l’uso di testimonianze anonime, sostenendo che le identità dei testimoni non possano essere verificate pubblicamente e contestando anche alcune ricostruzioni relative alle procedure militari.
In una risposta successiva, però, lo stesso esercito ha riconosciuto che accuse di questo tipo richiedono un esame dettagliato e basato sulle prove, invece di una semplice smentita generale.
È un passaggio importante perché restituisce la complessità del caso.
Il documentario presenta una ricostruzione.
L’esercito la contesta.
Il lavoro giornalistico consiste quindi nel confrontare testimonianze, documenti, dati, fonti indipendenti e versioni ufficiali.
Quanto possiamo fidarci, quindi?
La risposta più corretta è: non perché i testimoni siano anonimi, ma nella misura in cui le loro parole risultano confermate da elementi esterni.
Da quello che è stato reso pubblico, NAZA non sembra poggiare sulla confessione isolata di una sola persona. I registi parlano di oltre cento fonti consultate, 24 testimonianze utilizzate nel film e informazioni già incrociate durante anni di inchieste giornalistiche.
Questo rende il materiale più forte.
Ma non elimina il bisogno di prudenza.
Un documentario d’inchiesta non dovrebbe chiedere allo spettatore un atto di fede. Dovrebbe mostrare abbastanza elementi da permettergli di capire perché quelle testimonianze sono state considerate credibili.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante di NAZA: oltre a ciò che racconta, costringe lo spettatore a interrogarsi anche su come nasce una verità giornalistica quando chi la racconta non può mostrare il proprio volto.
Tu come la pensi? Le testimonianze anonime ti bastano se sono confermate da più fonti e documenti, oppure in un caso così grave vorresti vedere almeno alcuni testimoni metterci nome e faccia? Scrivicelo nei commenti.



Sicuramente ci sono verità, stante l’odio che si alimenta da anni tra palestinesi e Israele, mi chiedo se la stessa onestà intellettuale può essere utilizzata per divulgare le atrocità di Hamas. Risposta israeliana spropositata e massacro e distruzione inaccettabili ma quelle di Hamas che hanno schiavizzato il loro stesso popolo rendendolo di fatto “scudo umano”?