Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul finale di Lee Cronin – La mummia. Se non l’hai ancora visto e vuoi conservare la sorpresa, smetti di leggere adesso. Se invece sei uno di quelli che leggono gli spoiler deliberatamente e poi fanno finta di essere sorpresi al cinema, benvenuto nel club, sei in buona compagnia.
C’è un tipo di film che quando finisce ti lascia lì seduto in poltrona con la faccia di chi sta cercando di decidere se quello che ha visto era geniale o assurdo. Lee Cronin – La mummia è esattamente quel film, e il suo finale è esattamente quel tipo di finale. Non perché non si capisca, anzi si capisce benissimo. Ma perché una volta capito ti rendi conto che stai pensando a un uomo che si fa avvolgere nelle bende per sfuggire agli impegni familiari, e non sai bene se applaudire o chiamare un consulente matrimoniale.
Partiamo dall’inizio, che è anche la parte meno mummificata della faccenda.
Un padre colpevole, una figlia ritrovata e una pedicure che non dimenticherai facilmente
Charlie (Jack Reynor) è un padre che non ha mai creduto davvero di essere all’altezza del ruolo. Sua figlia Katie viene rapita dal giardino di casa mentre lui è al telefono, come capita nelle storie in cui la colpa deve essere distribuita in modo che faccia il massimo danno emotivo. Otto anni dopo, Katie viene ritrovata dentro una bara tra i rottami di un incidente aereo, viva ma in condizioni che “strana” è l’aggettivo più gentile che si possa usare.
La madre Larissa prova a reintegrarla nella vita domestica con quella combinazione di amore materno e negazione della realtà che solo i genitori riescono a sostenere davanti all’evidenza. Tra i tentativi di normalizzazione c’è una pedicure che il film gestisce in modo talmente disturbante da diventare probabilmente la scena di cure personali più inquietante della storia del cinema, e questo è un record che nessuno stava cercando di battere ma che Lee Cronin ha battuto lo stesso.
Charlie nel frattempo, sorretto dal senso di colpa di chi sa di aver sbagliato qualcosa ma non sa esattamente dove, inizia a indagare. Lo aiuta Dalia, una detective, e un professore di archeologia che compare nel tipo di ruolo in cui i professori di archeologia compaiono sempre nei film sulle mummie, cioè quello di spiegare cose antiche con urgenza crescente mentre tutti intorno a loro non capiscono la gravità della situazione.
Il nastro VHS, il demone e la logica dei contenitori umani
La rivelazione centrale arriva quando Dalia mostra a Charlie e Larissa un nastro VHS. Quello che vedono conferma quello che lo spettatore aveva già capito da un bel po’: Katie è stata scelta dal Mago (personaggio interpretato da Hayat Kamille con quella qualità specifica di chi sa esattamente quanto male sta facendo e non si preoccupa minimamente) come ultimo contenitore umano per il demone Nasmaranian.
Il meccanismo è semplice nella sua crudeltà: il demone ha bisogno di un corpo umano, il corpo viene mummificato per tenerlo contenuto, e così avanti da generazioni. Katie non è una mummia nel senso classico del termine, non è una principessa egizia risorta o un sacerdote vendicativo. È una bambina usata come prigione biologica per qualcosa di molto più vecchio e molto più brutto di lei.
Qui il film fa una cosa interessante: sposta il centro emotivo dalla mitologia all’elaborazione del trauma. Non è una storia sulla maledizione di un faraone. È una storia su una famiglia che non sa come stare insieme davanti a qualcosa di incomprensibile, e che cerca soluzioni anche quando le soluzioni disponibili sono tutte pessime.
Il finale: Charlie fa la cosa eroica, o forse fa la cosa comoda (dipende da come la guardi)
Arrivati all’ultimo atto, Charlie prende la decisione che definisce tutto il film. Ripete il rituale visto sul nastro VHS, trasferendo il demone da sua figlia a sé stesso. In teoria è un sacrificio paterno di portata epica: prende su di sé il male per liberare sua figlia, esattamente come si immagina che un padre ideale farebbe. È il completamento dell’arco del personaggio, il riscatto dell’uomo che non credeva di essere all’altezza della paternità.
In pratica, come ha osservato lo stesso Reynor con una lucidità che fa un po’ ridere e un po’ riflettere, è anche un ottimo modo per non dover fare più il padre. Perché adesso Charlie è la mummia. Sta in una bara. Non deve portare i bambini a scuola, non deve fare la spesa, non deve avere conversazioni difficili con sua moglie su come stia andando la cosa del lavoro. È “il tizio nella scatola”, come lo chiama lui stesso, e la scatola risolve molti problemi pratici della vita quotidiana familiare.
Reynor lo ha detto esplicitamente in un’intervista: “È una doppia lama. Da un lato è il sacrificio più altruistico che si possa fare. Dall’altro lo assolve dalla responsabilità della paternità, perché adesso è solo il tizio nella scatola.” Raro che un attore smontasse il proprio personaggio con questa precisione chirurgica, ma qui funziona perché il film stesso non prende una posizione netta. Ti lascia con entrambe le letture attive, e tocca a te scegliere quale preferisci portarti a casa.
Il colpo di scena finale: la mummia lascia la scatola e il Mago ha un problema
Il film non finisce con Charlie nella bara. Questa è la parte in cui capisci che Lee Cronin non ha nessuna intenzione di lasciarti uscire dalla sala senza un’ultima cosa a cui pensare.
Nei minuti finali, il Mago si sveglia in prigione e trova Dalia e Larissa davanti alla porta della sua cella. Non sono sole. Con loro c’è Charlie, fasciato, su una sedia a rotelle, fuori dalla bara, con l’aria di chi ha una lista di argomenti da discutere con la persona che ha trasformato sua figlia in un contenitore demoniaco per otto anni.
Il finale non mostra cosa succede dopo. Non è necessario. L’immagine di Charlie mummificato che fissa il Mago con quella che possiamo ragionevolmente chiamare intenzione, è sufficiente. La vendetta è servita fredda, avvolta nelle bende, su una sedia a rotelle, il che è probabilmente la forma più insolita in cui la vendetta sia mai stata servita nella storia del cinema di genere.
Reynor ha commentato questo finale con un gioco di parole in inglese che perde qualcosa nella traduzione ma che nella sua lingua originale funzionava benissimo, notando che preferiva un finale così rispetto a uno “wrapped up too neatly”, dove “wrapped up” significa sia “risolto” che “avvolto nelle bende”. Gioco di parole da attore soddisfatto del proprio film, che è sempre un buon segno.
Cosa resta di tutto questo: un film sulla paternità travestito da film horror sulla mummia
Lee Cronin, che prima di questo aveva diretto Evil Dead Rise con risultati abbastanza convincenti da giustificare la fiducia dei produttori su un franchise ancora più vecchio, ha fatto una scelta precisa: usare la mummia come metafora invece che come protagonista. La mummia nel senso tradizionale, quella con la maledizione e il ritorno dalla morte e il sacerdote vendicativo, è lo sfondo. In primo piano c’è un uomo che non sa essere padre e che alla fine si trasforma letteralmente in qualcosa che non può muoversi, non può parlare, non può fare niente che non sia stare fermo mentre gli altri decidono cosa fare di lui.
Se vuoi leggere il finale in chiave psicologica, Charlie non diventa la mummia nonostante il suo senso di colpa paterno. Diventa la mummia a causa di quel senso di colpa, come conseguenza logica di un personaggio che ha sempre pensato che qualsiasi cosa facesse, avrebbe comunque sbagliato.
Se invece vuoi leggere il finale come puro horror con ambizioni di sequel, hai Charlie mummificato che esce dalla bara e va a fare visita alla cattiva della storia, il che è un ottimo punto di partenza per un secondo film nel caso qualcuno voglia farne uno.
Natalie Grace, l’attrice che interpreta Katie, ha passato sette ore al giorno in fase di trucco prostetico per tutta la durata delle riprese. Reynor si è fatto bendare una volta sola, per la scena finale, girata in un giorno. La differenza di impegno fisico tra i due dice forse qualcosa sulla differenza di peso emotivo tra i due personaggi nel film, oppure dice solo che il cinema è un mestiere che distribuisce il disagio in modo non sempre proporzionale al minutaggio sullo schermo.
Sei uscito dalla visione pensando che Charlie abbia fatto la cosa giusta, quella sbagliata, o entrambe?


