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L’episodio 7 di Pluribus “Il vuoto” è propaganda politica travestita da fantascienza?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
15 Dicembre 2025
in Film & Serie TV, Serie Tv
Tempo di lettura 6 minuti
L'episodio 7 di Pluribus Il vuoto è propaganda politica travestita da fantascienza

ATTENZIONE SPOILER: questo articolo contiene dettagli importanti sull’episodio 7 di Pluribus. Se non l’hai ancora visto, ti consiglio di recuperarlo prima di continuare a leggere.

Vince Gilligan è un genio. Lo è sempre stato, da Breaking Bad in poi. Ma quando un creatore decide di usare la sua serie per veicolare un messaggio politico così esplicito, mi viene da chiedermi: è ancora intrattenimento o è diventato altro? L’episodio 7 di Pluribus, intitolato “Il vuoto”, è tecnicamente impeccabile. La regia è sublime, le interpretazioni sono straordinarie, la tensione narrativa funziona alla perfezione. Eppure c’è qualcosa che non mi convince, e credo sia giusto parlarne apertamente.

Il Darién Gap e il messaggio fin troppo chiaro

Partiamo dai fatti. Manousos Oviedo, il paraguayano testardo interpretato da Carlos-Manuel Vesga, decide di attraversare il Sud America per raggiungere Carol in New Mexico. Potrebbe accettare l’aiuto degli Altri, che gli offrono un passaggio sicuro e veloce. Invece brucia la sua auto e si butta a piedi nel Darién Gap, una delle zone più letali del pianeta. Cento chilometri di giungla senza strade, serpenti velenosi, palme chunga con spine cariche di batteri, caldo torrido a 38 gradi con il 98% di umidità.

Gilligan non si limita a mostrare il viaggio di Manousos. Ci sbatte in faccia le statistiche reali: oltre 500.000 migranti hanno attraversato il Darién Gap nel 2024. Centinaia sono morti. La Croce Rossa ha distribuito 29,7 milioni di litri d’acqua. Il messaggio è chiaro come il sole: guardatelo, questo è quello che succede ogni giorno a chi cerca di raggiungere una vita migliore.

E qui casca l’asino. Non amo quando un creatore si schiera così apertamente. L’arte dovrebbe far riflettere, non dare risposte preconfezionate. Soprattutto quando tocca temi complessi come l’immigrazione, dove la realtà è molto più sfumata di quanto una serie TV possa raccontare.

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La propaganda mascherata da intrattenimento

In Italia sappiamo bene che il tema migranti è molto più complicato di quanto certe narrazioni hollywoodiane vogliano farci credere. Abbiamo problemi reali di sicurezza, di integrazione, di gestione dei flussi. Non è razzismo dire che ci sono criticità oggettive. Non è mancanza di empatia riconoscere che accogliere senza regole crea tensioni sociali.

Pluribus presenta Manousos come un eroe romantico che rifiuta l’aiuto “del sistema” (gli Altri) per mantenere la sua dignità e autonomia. È un parallelo neanche troppo velato: i migranti che attraversano il Darién non vogliono la carità, vogliono farcela da soli, vogliono mantenere la loro identità. Bellissimo sulla carta, ma nella realtà?

L’episodio costruisce un contrasto devastante tra Carol e Manousos. Lei, privilegiata, ordina Gatorade alla mente alveare mentre lui mangia cibo per cani. Lei gioca a golf dai tetti mentre lui si cauterizza le ferite con un machete rovente. Il messaggio implicito è: voi occidentali privilegiati non capite cosa significa davvero soffrire.

Il problema della narrativa a senso unico

E qui sta il punto. Gilligan vuole che proviamo empatia per Manousos. Vuole che ci sentiamo in colpa per la nostra “indifferenza” verso chi soffre. Ma questa è manipolazione emotiva, non storytelling onesto. Perché quella stessa empatia non viene mai applicata a chi vive nelle città europee e vede cambiare completamente il proprio quartiere? A chi ha paura di tornare a casa la sera? A chi vede aumentare la criminalità?

In Italia abbiamo visto cosa succede quando l’accoglienza non è accompagnata da controlli seri. Abbiamo visto le baby gang, gli stupri, i furti, le violenze. Non è xenofobia, sono fatti. Eppure nelle narrazioni televisive americane, chi esprime queste preoccupazioni viene dipinto come il cattivo insensibile.

L’episodio arriva addirittura a dire, tramite un personaggio, che i migranti devono fare tutto “nel modo giusto”, come se il “modo giusto” fosse facile e accessibile. È una critica diretta alle politiche di controllo delle frontiere. Gli Altri offrono a Manousos un passaggio sicuro, ma lui lo rifiuta perché “tutto quello che hanno è rubato”. Traduzione: il benessere occidentale è costruito sul furto delle risorse del sud del mondo.

Cosa funziona davvero nell’episodio

Detto questo, bisogna riconoscere che tecnicamente l’episodio è straordinario. La sequenza di Manousos che attraversa la giungla è cinema puro. Dieci minuti senza dialoghi, solo un uomo che ripete il suo mantra: “Mi chiamo Manousos Oviedo. Non sono uno di loro. Voglio salvare il mondo”. Carlos-Manuel Vesga è ipnotico.

E poi c’è Carol. Rhea Seehorn fa un lavoro pazzesco nel mostrare la disintegrazione psicologica di una donna completamente sola. La vediamo cantare a squarciagola “It’s the End of the World as We Know It” mentre esplode fuochi d’artificio. La vediamo rubare un quadro originale di Georgia O’Keeffe e appenderlo in salotto. La vediamo preparare una cena elegante nel ristorante dove festeggiava gli anniversari con Helen, seduta da sola.

Il momento più devastante è quando dipinge “COME BACK” (torna indietro) sul vialetto di casa sua. Una supplica disperata alla mente alveare che l’ha abbandonata. Tutta la sua ribellione, tutta la sua ostinazione nel restare umana, crolla di fronte alla solitudine assoluta.

La playlist che racconta più dei dialoghi

Un dettaglio geniale è la colonna sonora dell’episodio. Carol riempie il silenzio con canzoni iconiche: “I Will Survive” di Gloria Gaynor, “Tarzan Boy” dei Baltimora, “Born to Be Wild” degli Steppenwolf. Sono tutte canzoni di sopravvivenza, di ribellione, di libertà. Ma suonano vuote in un mondo dove lei è completamente sola.

C’è persino “Georgia on My Mind” di Ray Charles, un momento più riflessivo in cui Carol sembra finalmente ammettere a se stessa che non sta bene. E poi “Hot in Herre” di Nelly durante una delle scene più disinvolte dell’episodio. Ogni scelta musicale è perfetta, ma crea anche un contrasto stridente con la solitudine opprimente.

La teoria della cura nascosta

C’è una teoria interessante che gira tra i fan: Carol potrebbe aver scoperto la cura senza saperlo. Quando ha iniettato il siero della verità a Zosia nell’episodio precedente, potrebbe aver innescato qualcosa. Gli Altri si sono allontanati tutti da Albuquerque dicendo che “hanno bisogno di spazio”, ma forse la verità è un’altra. Forse temono che Carol abbia trovato il modo di separarli dalla mente alveare.

Alla fine dell’episodio Zosia torna, e non è chiaro se sia ancora parte della mente alveare o se Carol l’abbia davvero “liberata”. Sarebbe un colpo di scena interessante, e darebbe finalmente a Carol un ruolo attivo nella storia invece di farla restare una vittima delle circostanze.

Il salvataggio di Manousos e le domande che restano

Quando Manousos cade sulle spine della palma chunga e sviene per disidratazione e infezione, gli Altri arrivano con un elicottero a salvarlo. Proprio quelli che lui aveva rifiutato con disprezzo. Il messaggio è chiaro: nessuno è davvero autosufficiente. Abbiamo tutti bisogno di aiuto. Ma è un messaggio che suona paternalistico, quasi coloniale. “Vedi? Avevi bisogno di noi alla fine”.

Dove porteranno Manousos? Probabilmente ad Albuquerque, da Carol. Il loro incontro sarà sicuramente uno dei momenti clou della stagione. Due anime ferite, due ribelli testardi che hanno rifiutato la felicità imposta. Ma riusciranno davvero a salvare il mondo o finiranno per cedere?

Il verdetto finale

Pluribus rimane una delle serie più intelligenti e visivamente stupende dell’anno. Ma questo episodio ha un problema: vuole essere troppo esplicito nel suo messaggio politico. E quando una serie smette di fare domande e inizia a dare risposte, perde parte della sua magia.

Vince Gilligan è liberissimo di avere le sue opinioni politiche. Ma quando le infila così palesemente in una storia, rischia di alienare metà del pubblico. In Italia guardiamo serie TV per evadere, per riflettere, per emozionarci. Non per farci la lezione su come dovremmo pensare riguardo a temi complessi su cui siamo già divisi.

“Il vuoto” è tecnicamente perfetto ma ideologicamente discutibile. E voi, cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti.

Tags: Apple TV+Pluribus
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Wonder Channel Redazione

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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

Commenti 2

  1. Fabio Folla says:
    10 mesi fa

    Questa recensione che forza il significato della serie mi pare che parli più del recensore che della serie. Io ad esempio vedo in Manousos un esempio dell’intransigenza e dell’irriducibilità. Lo ascrivo al suo rapporto con la madre, come si è visto e alla sua sfiducia nell’umano in generale. La mia lettura è sbilanciata verso lo psicologico, lo ammetto, ma questa recensione vuole politicizzare a forza i fatti del racconto. Altri vedrebbero nella collettività la realizzazione del socialismo perfetto. Movimento compatto, risparmio energetico, rifiuto di fare del male agli animali. Condivisione estrema degli averi come delle competenze. Ce ne sarebbe da scrivere un manuale. Carol e Manousos , quindi dovrebbero essere dei difensori dell’individualismo. Ma la voglia del recensore di far coincidere le cose alla sua visione anti immigrazionista e volto alla difesa dei privilegi occidentali deforma tutto.

    Rispondi
  2. underdog says:
    10 mesi fa

    Mi sembra una lettura un po’ forzata.
    Sia Carol che Manousos rifiutano ostinatamente il cambiamento, ed entrambi vogliono riportare il mondo alla “normalità”, ma partono da basi ed esperienze personali diverse. Sono nati in due posti economicamente, politicamente e culturalmente differenti, quindi si comportano e reagiscono in modo diverso, ma il fine è il medesimo.
    Gilligan non deve preoccuparsi per il peggioramento della qualità della vita nel mondo occidentale in seguito alle migrazioni che portano più insicurezza e pericolo nelle nostre città. Non deve farlo perché è giusto così, perché non è normale che tre quarti di mondo debbano rassegnarsi a fare la fame per compiacere i fortunati che hanno l’unico merito di essere nati nel posto giusto. Ringraziamo piuttosto la nostra buona stella per averci concesso una parte di esistenza tranquilla senza doverla conquistare come invece tocca a chi è costretto ad abbandonare tutto per potere migliorare la propria.

    Rispondi

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