Attenzione: in questo articolo troverai spoiler della serie Pluribus.
Dopo otto episodi di Pluribus, la serie sci-fi di Vince Gilligan che sta mandando in tilt Apple TV+, pensavamo di aver capito tutto. Carol Sturka contro la mente alveare. La resistenza contro l’assimilazione. L’ultima donna libera contro un mondo che ha scelto la felicità collettiva. E invece l’episodio 8, intitolato “Charm Offensive”, ci guarda dritto negli occhi e ribalta completamente le carte in tavola.
Perché quando il nemico non può sconfiggerti con la forza, ti sconfigge con qualcosa di molto più subdolo: l’affetto. E quando sei completamente sola, anche sapere di essere manipolata non basta a salvarti.
La solitudine come campo di battaglia
L’episodio precedente, “The Gap”, si era chiuso con Carol in lacrime dopo 40 giorni di isolamento totale. Gli Altri se ne erano andati tutti da Albuquerque in segno di protesta, lasciandola completamente sola. Niente voci, niente presenze, niente vita. Solo Carol, la sua casa vuota, e il silenzio assordante di una città fantasma.
Quando Zosia torna alla fine dell’episodio 7, Carol crolla. La vediamo correre giù per il vialetto e abbracciare quella che tecnicamente è una rappresentante dell’intera umanità trasformata in mente collettiva. Ma in quel momento non importa. Carol ha bisogno di qualcuno, di chiunque. E gli Altri lo sanno perfettamente.
“Charm Offensive” inizia esattamente da lì. Zosia è tornata, e Carol sa che dovrebbe stare in guardia. Sa che ogni gesto, ogni parola, ogni sorriso è calcolato. Ma dopo 40 giorni di solitudine totale, anche la compagnia della mente alveare sembra meglio del nulla.
Tre giorni che sembrano un appuntamento (inquietante)
L’episodio 8 di Pluribus è diverso da tutti gli altri. È pieno di dialoghi. Dopo episodi quasi muti, dove la tensione si costruiva nel silenzio, qui Carol e Zosia parlano. Tanto. Si conoscono, si raccontano cose, passano tempo insieme.
E il risultato? Sembra un appuntamento romantico.
Carol prepara la limonata (quella surgelata del tetrapak, non fatta in casa). Zosia nota il quadro di Georgia O’Keeffe appeso al muro e Carol si giustifica goffamente dicendo che lo ha preso dal museo per proteggerlo dagli animali selvatici. Una scusa ridicola, e lo sa anche lei.
Poi giocano a carte. Carol scarta Bananagrams (ci sono linguisti nella mente alveare), gli scacchi (ci sono gran maestri), Risk (“Dominio del mondo… esilarante”, borbotta Carol). Alla fine scelgono un gioco di carte che Carol faceva con i cugini da bambina. Ma è come giocare a carte con Google, come dice lei stessa.
Il giorno dopo fanno un’escursione. Guardano le stelle. Si fanno un massaggio. Giocano a croquet. Visitano il ristorante preferito di Carol, quello dove aveva scritto il suo primo libro, seduta per ore in un box con fogli gialli e una penna.
Tutto perfetto. Troppo perfetto.
La manipolazione mascherata da gentilezza
Perché quel ristorante, Lauchlin’s, era bruciato anni fa.
Gli Altri lo hanno ricostruito. Identico. Ogni dettaglio, ogni tavolo, ogni sedia. Hanno anche fatto tornare la cameriera preferita di Carol. Tutto com’era quando Carol ci scriveva il suo primo romanzo di fantasia.
Quando Carol se ne rende conto, esplode. “Mi state manipolando emotivamente per farmi perdere di vista il mio obiettivo”, dice a Zosia. “State cercando di distrarmi”.
E Zosia non lo nega nemmeno. Perché negare l’ovvio?
Ma il punto non è questo. Il punto è che Carol lo sa, e torna comunque. Continua a passare tempo con Zosia. Continua a farsi abbracciare dalla sensazione di non essere sola. Perché quando sei l’unica persona immune in un mondo di otto miliardi di esseri collegati tra loro, anche la manipolazione consapevole sembra un prezzo accettabile da pagare per un po’ di compagnia.
La notte con la mente alveare
Il momento più disturbante dell’episodio arriva quando Zosia chiede a Carol dove dorme. Si scopre che tutti gli Altri della zona dormono insieme al Rio Rancho Events Center, un palazzetto dove si stendono su sacchi a pelo, tutti vicini. È più efficiente dal punto di vista energetico: meglio riscaldare e raffreddare una grande stanza piuttosto che centinaia di case.
Carol va a dare un’occhiata. E poi… resta.
Si sdraia su un sacco a pelo accanto a Zosia. Chiude gli occhi. Si addormenta circondata dall’intera mente alveare, con il suono del loro respiro collettivo che la culla. E quando si sveglia la mattina dopo, ha un braccio intorno a Zosia.
Tecnicamente, ha appena dormito abbracciata all’intera umanità.
Quando torna a casa, Carol va subito alla sua lavagna bianca dove tiene traccia di tutto quello che ha scoperto sugli Altri. E sottolinea una riga in particolare: “6. MANGIANO PERSONE”.
Come a ricordarsi cosa sono davvero. Come a non farsi ingannare dai massaggi e dalle partite a croquet. Ma ormai è tardi. La charm offensive sta funzionando.
Il gioco dei pronomi e l’identità perduta
Una delle scene più sottilmente inquietanti dell’episodio è quando Carol chiede a Zosia di parlare in prima persona. Di dire “io” invece di “noi”.
All’inizio la mente alveare fatica. “Noi… io… noi pensiamo… io penso…”. Come un bambino che impara a parlare. Ma poi ci riesce. Zosia comincia a parlare come una persona singola, non come un collettivo.
E Carol sembra quasi fiera di lei. Come un’insegnante con un alunno promettente. O come una persona che sta addestrando la propria fidanzata a comportarsi in modo più “normale”.
Ma la domanda terrificante è: Carol sta insegnando a Zosia a essere umana, o si sta convincendo che questa cosa davanti a lei è abbastanza umana da poter essere amata?
Perché mentre le guardi giocare a carte, fare escursioni, ridere insieme, per lunghi tratti ti dimentichi cosa sia davvero Zosia. E ti dimentichi cosa facciano gli Altri. E questo è esattamente l’obiettivo della charm offensive.
Il gelato al mango e la speranza nascosta
Ma c’è un momento, uno solo, in cui qualcosa di inaspettato accade.
Carol chiede a Zosia qual è il suo cibo preferito. E Zosia risponde: gelato al mango.
Poi racconta una storia. Da bambina, c’era un uomo nel suo quartiere che vendeva gelato al mango da un carrettino. Lei era affascinata dalle grandi navi nel porto. Dove andavano? Per chi erano?
È una storia personale. Intima. Umana.
E per un momento, guardando Zosia raccontarla, ti chiedi: e se le persone originali fossero ancora lì dentro? Non cancellate, non distrutte, ma sepolte sotto la mente collettiva?
Perché se la mente alveare è davvero un’unica entità, perché Zosia ricorda il gelato al mango? Perché accedere a quei ricordi specifici la fa sembrare più… presente? Più vera?
Carol potrebbe aver scoperto qualcosa. Forse non serve la scienza per distruggere il Joining. Forse serve solo risvegliare l’umanità che è ancora lì dentro.
Le rivelazioni che cambiano tutto
Mentre Carol passa questi tre giorni con Zosia, raccoglie informazioni. Perché sì, è manipolata emotivamente, ma è anche abbastanza intelligente da usare la situazione a suo vantaggio.
Scopre che gli Altri comunicano tramite campi elettromagnetici, non telepatia. Quindi i pensieri di Carol sono al sicuro. Finché non li dice ad alta voce, la mente alveare non può leggerli.
Scopre che il virus viene dal pianeta Kepler-22b, un mondo oceanico con un raggio doppio rispetto alla Terra, a 600 anni luce di distanza.
Scopre che stanno costruendo un’antenna gigante per inviare il “dono” del Joining ad altri mondi nello spazio. Vogliono condividere questa felicità collettiva con l’universo.
E scopre che quando Zosia riceve un massaggio (tecnicamente da se stessa, visto che il massaggiatore è parte della mente alveare), lo gode davvero. Perché gli individui sentono fisicamente, la mente collettiva “sa” ma non sente tutto contemporaneamente. Altrimenti, come spiega Zosia, sarebbe insopportabile: troppe persone nascono e muoiono ogni minuto, troppo dolore, troppo piacere.
Carol torna a casa e riempie la lavagna di nuove informazioni. Ma mente a Zosia quando le chiede perché ha bisogno di nuovi pennarelli cancellabili: dice che le è venuta l’ispirazione per il quinto libro di Wycaro, la sua serie di romanzi fantasy.
Il simbolismo devastante del finale
L’immagine finale dell’episodio 8 è di una potenza simbolica brutale.
Carol sta lavando dei peperoni nel lavandino della cucina. Guarda fuori dalla finestra e nel riflesso vede la tomba di Helen, la sua compagna morta all’inizio della serie, sepolta nel giardino.
Poi Zosia entra nell’inquadratura. Si posiziona esattamente nello stesso punto, occupando lo stesso spazio nel riflesso.
Il messaggio è chiaro: Zosia sta sostituendo Helen. Sta prendendo il suo posto nella vita di Carol. E Carol lo sa, lo vede letteralmente riflesso nella finestra, ma non fa niente per fermarlo.
L’episodio si chiude con una didascalia: 60 giorni dal Joining Day. E con l’immagine di Manousos che finalmente attraversa il confine tra Messico e Stati Uniti, diretto ad Albuquerque.
Lo scontro che sta arrivando
Manousos compare poco in questo episodio, ma quando lo fa è devastante. Si sveglia in un ospedale dopo essere stato salvato dalla giungla panamense. Ha ferite che colano, è debole, dovrebbe riposare.
Invece si alza, ignora tutti i consigli medici, prende la ricevuta dettagliata delle cure mediche e dell’ambulanza, e se ne va. Rifiuta qualsiasi aiuto dalla mente alveare. Vuole pagarsi tutto da solo, anche se non ha soldi, anche se è ridicolo.
È l’esatto opposto di Carol. Lei sta imparando a convivere con gli Altri, a usarli, a lasciarsi aiutare. Lui rifiuta tutto per principio.
E quando questi due finalmente si incontreranno nel finale di stagione, si scontreranno duramente. Perché Carol ha accettato di giocare il gioco della charm offensive, di sporcarsi le mani, di rischiare di essere manipolata pur di ottenere informazioni. Manousos invece è un purista, un idealista, uno che si taglia il naso per fare dispetto alla faccia.
Perché questo episodio è così pericoloso
“Charm Offensive” è l’episodio più lento di Pluribus. Non succede quasi niente dal punto di vista dell’azione. Sono solo Carol e Zosia che parlano, giocano, passano tempo insieme.
Ma è anche l’episodio più pericoloso della serie. Perché mostra come la solitudine possa essere un’arma più potente di qualsiasi virus alieno. Come la manipolazione emotiva possa funzionare anche quando la vittima sa perfettamente di essere manipolata.
Carol non è stupida. Sa cosa stanno facendo gli Altri. Sa che la stanno distraendo, che stanno cercando di farla sentire al sicuro, che vogliono che smetta di cercare modi per distruggere il Joining.
Ma dopo 40 giorni completamente sola, dopo essere stata rifiutata dagli altri undici immuni del pianeta, dopo aver vissuto in una città fantasma senza una sola voce umana… anche la manipolazione consapevole sembra meglio dell’isolamento.
E questo è terrificante. Perché significa che gli Altri hanno già vinto. Non con la forza, non con la scienza, ma con qualcosa di molto più semplice: offrendo compagnia a chi non ne ha.
Il finale di stagione è previsto per il 23 dicembre (anticipato dal 26 per evitare lo scontro con Stranger Things 5). E a questo punto non sappiamo più da che parte sta Carol.
O forse, ancora peggio: lo sa anche lei?


