Si chiama Eurovision. Si, Eurovision. La parola Europa è letteralmente dentro il nome, non come dettaglio secondario ma come ragione d’essere di una competizione nata nel 1956 proprio per unire culturalmente un continente che usciva devastato dalla guerra. E adesso quella stessa competizione approda in Asia, con Bangkok scelta come sede della prima edizione asiatica, finale fissata per il 14 novembre 2026 e dieci paesi partecipanti tra cui Corea del Sud, Filippine, Vietnam, Malaysia, Cambogia, Laos, Bangladesh, Nepal e Bhutan. Una notizia che fa discutere, e che pone una domanda molto semplice: ma di cosa stiamo parlando esattamente?
Perché chiamarla Eurovision se di europeo non c’è assolutamente niente? La risposta onesta è una sola: il marchio vale soldi. L’Unione Europea di Radiodiffusione, che gestisce la competizione originale, ha costruito in settant’anni uno dei brand televisivi più riconoscibili al mondo. Eurovision significa ascolti, significa sponsor, significa diritti televisivi, significa indotto economico enorme per la città ospitante. Portare quel marchio in Asia significa aprire un mercato nuovo e potenzialmente gigantesco, con un pubblico di miliardi di persone e reti televisive disposte a pagare per partecipare.
È una mossa commerciale, punto. Non c’è nulla di sbagliato nell’ammetterlo, ma il problema è che nessuno lo ammette. Martin Green, direttore dell’organizzazione, ha dichiarato con grande solennità che l’obiettivo è “costruire qualcosa che rispecchi le voci e le identità della regione”. Parole bellissime, che però non spiegano perché un festival che vuole rispecchiare l’identità asiatica debba chiamarsi con una parola che significa Europa.
Il confronto con l’originale rende tutto ancora più evidente. L’Eurovision europeo nacque con una logica precisa: far gareggiare paesi che condividevano una storia comune, confini vicini, radici culturali intrecciate da secoli. Anche nelle sue edizioni più caotiche e politicamente tese – e negli ultimi anni ce ne sono state parecchie – quella competizione aveva un senso geografico e culturale reale. I paesi partecipanti si conoscono, si influenzano a vicenda, litigano e si riconciliano da secoli.
Cosa condividono invece Bangladesh e Corea del Sud? Cosa lega culturalmente il Bhutan alle Filippine? Sono paesi che si trovano nello stesso continente – il più grande del mondo, tra l’altro – ma le distanze culturali, linguistiche e musicali tra loro sono abissali. Mettere insieme il K-pop coreano con le tradizioni musicali cambogiane sotto lo stesso tetto e chiamarlo Eurovision non è un omaggio all’Asia: è prendere un’etichetta occidentale di successo e incollarla sopra qualcosa che non le appartiene.
Poi c’è la questione del momento. L’Eurovision europeo sta attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia, con diversi paesi pronti a boicottare la 70° edizione di maggio per la partecipazione di Israele. In questo contesto, annunciare una versione asiatica della competizione ha anche il sapore di una distrazione, di un modo per spostare l’attenzione dalle tensioni politiche che stanno scuotendo l’edizione originale verso qualcosa di nuovo e luccicante.
Bangkok è una città straordinaria, e chiunque abbia visitato la capitale thailandese sa che ha energie e creatività da vendere. Ma anche questo non c’entra nulla con il nome Eurovision. Avrebbero potuto chiamarla Asian Song Contest, o Asia Music Grand Prix, o in mille altri modi che avrebbero rispettato sia l’identità del continente sia l’onestà verso il pubblico. Invece si è scelto di appendere il cartello Eurovision su una cosa completamente diversa, perché quel cartello vale più di qualsiasi nome originale.
È marketing. È business. È legittimo, probabilmente funzionerà benissimo e il 14 novembre 2026 milioni di persone guarderanno la finale di Bangkok. Ma chiamarla Eurovision è disonesto verso chi quella parola la prende sul serio.
Pensi che abbia senso chiamare Eurovision una competizione che non ha nulla a che fare con l’Europa, oppure il marchio ormai appartiene alla musica globale e il nome non conta più? Scrivilo nei commenti – su questo le opinioni si stanno dividendo in modo molto netto.


