L’industria del cinema iraniano è finita dentro una delle giornate più tese e controverse degli ultimi anni. L’Iranian Independent Filmmakers Association (IIFMA), un’organizzazione composta da professionisti iraniani del cinema in esilio, ha diffuso una dichiarazione in cui appoggia azioni mirate contro funzionari e agenti repressivi della Repubblica Islamica, chiedendo allo stesso tempo la protezione della popolazione civile.
Il contesto è quello di un conflitto che, nelle ultime ore, ha accelerato in modo drammatico. Secondo più ricostruzioni giornalistiche internazionali, Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare su obiettivi strategici in Iran, mentre da Teheran sarebbero arrivate risposte con attacchi missilistici verso Paesi del Golfo e altri bersagli nella regione. In mezzo a tutto questo, si è inserita la voce di IIFMA, che ha scelto parole durissime contro il governo iraniano, ma ha anche cercato di fissare un limite: colpire i responsabili, non i civili.
La dichiarazione nasce, secondo IIFMA, da un punto preciso: l’idea che i cittadini iraniani siano rimasti senza difese davanti alla repressione interna. Il testo parla di una stretta violenta contro proteste pro-democrazia e cita numeri altissimi di vittime. Va detto con chiarezza, perché è importante: in situazioni di guerra e propaganda, molte cifre diventano oggetto di scontro e non sempre sono verificabili in modo indipendente. Però la sostanza del messaggio è comprensibile anche senza fissarsi sui numeri: IIFMA descrive un Paese in cui una parte della popolazione si sente ostaggio di un apparato di potere e chiede un intervento esterno.
La parte che fa discutere è proprio quella delle “azioni mirate”. IIFMA afferma di sostenere interventi contro “funzionari governativi e agenti oppressivi” e, nello stesso passaggio, ribadisce la necessità di evitare danni ai civili. Il concetto, espresso così, prova a stare su un crinale complicato: da una parte la volontà di colpire chi comanda e reprime, dall’altra il tentativo di non legittimare una punizione collettiva su un’intera popolazione. È un equilibrio fragile, perché nella realtà delle operazioni militari l’errore, la spirale e la vendetta sono sempre dietro l’angolo.
Nel testo c’è anche un richiamo storico molto forte, che dice tanto su come IIFMA teme la narrazione del potere. L’organizzazione cita la tragedia del Cinema Rex del 1978, quando un incendio doloso in una sala ad Abadan uccise centinaia di persone. L’episodio è ricordato come un trauma nazionale e come un momento che contribuì ad alimentare rabbia e caos nella fase che portò alla rivoluzione. IIFMA scrive di temere “tattiche ingannevoli” che possano portare a un nuovo scenario in cui la colpa delle morti civili viene spostata su altri, mentre sul campo la popolazione paga il prezzo più alto. È un passaggio che colpisce perché non parla solo di bombe, ma di propaganda e di paura: la guerra non è mai solo ciò che accade, ma anche ciò che viene raccontato.
Un altro punto delicato riguarda i prigionieri. IIFMA dichiara di essere “allarmata” per la vita dei detenuti, soprattutto di quelli coinvolti nella “rivoluzione” in corso. In un momento di caos, il rischio di esecuzioni sommarie, sparizioni e vendette interne è concreto, e la storia recente insegna che gli apparati autoritari, quando si sentono sotto assedio, spesso diventano ancora più brutali.
Nella parte finale del comunicato, IIFMA lega tutto a una visione politica più ampia. Parla di decenni in cui il regime avrebbe speso risorse su programmi militari, lasciando la popolazione sotto pressioni economiche e sanzioni. Parla di un ciclo di violenza che definisce “patriarcale”, e richiama l’idea di una resistenza unita contro la teocrazia. Qui il linguaggio diventa quasi manifesto: non è più solo una presa di posizione su una notizia, ma un tentativo di dare una cornice morale a ciò che sta accadendo.
Resta però una domanda enorme, che riguarda anche chi osserva da fuori: cosa significa, oggi, sostenere “azioni mirate” in uno scenario di guerra moderna? Sulla carta sembra una formula che prova a limitare i danni. Nella pratica può trasformarsi in una giustificazione elastica, usata da tutti per spingere oltre la linea. E quando quella linea si rompe, a pagare sono quasi sempre i civili, proprio quelli che si dice di voler proteggere.
Questa è la contraddizione che rende la presa di posizione di IIFMA così esplosiva. Da un lato c’è la denuncia di un potere percepito come repressivo, dall’altro c’è il rischio che ogni “azione mirata” diventi un frammento di un incendio più grande. E in mezzo ci sono milioni di persone che, indipendentemente da politica e schieramenti, vogliono una cosa elementare: vivere.
Tu come la vedi: è possibile parlare di protezione dei civili mentre si invocano azioni contro i vertici, oppure è una linea che, nella realtà, si spezza sempre? Lascia un commento e dicci la tua.


