Se hai guardato L’inverno più duro su Netflix e sei rimasto lì a fissare lo schermo nero con la faccia di chi non ha capito bene cosa è appena successo, sappi che sei in buona compagnia. Il film sta girando molto in questo periodo sulla piattaforma, e la scena finale ha lasciato parecchia gente con qualche domanda in sospeso. Non perché sia fatta male, anzi, ma perché il regista islandese Thordur Palsson ha costruito tutto il film proprio attorno a un’ambiguità che non viene mai sciolta del tutto, nemmeno nell’ultima inquadratura.
Vale la pena spiegare per bene cosa succede, partendo dall’inizio.
La storia, in breve
Siamo nell’Ottocento, in un avamposto di pescatori nell’Artico. Eva è una donna che ha ereditato la stazione di pesca dal marito morto in mare la stagione precedente. L’inverno è duro, il cibo scarseggia, l’equipaggio inizia a mangiare le esche pur di sopravvivere. Un giorno una grande nave mercantile si schianta contro gli scogli al largo, in un punto pericolosissimo soprannominato “i Denti”. Alcuni uomini vogliono prendere una barca e tentare il salvataggio, ma il timoniere Ragnar si oppone: le provviste sono quasi finite, il rischio è troppo alto, e mettere a repentaglio la vita dell’intero equipaggio per salvare degli stranieri non ha senso.
Eva ascolta Ragnar. Decide di non intervenire.
La mattina dopo trovano un barile di carne salata trascinato a riva dal mare. Abbastanza cibo per giustificare un’escursione verso il relitto, per recuperare altri rifornimenti. Ma quando si avvicinano al naufragio, trovano dei sopravvissuti: marinai baschi che implorano aiuto in una lingua che nessuno capisce. Ragnar ordina di tenerli a distanza. Nella confusione che segue, Ragnar cade in mare. Uno dei naufraghi cerca di aggrapparsi alla barca, e Daniel, l’amico più fidato di Eva, lo colpisce con un’ascia. L’uomo muore. La ciurma torna a riva senza Ragnar, che non ritornerà mai più.
Il giorno successivo, i corpi dei naufraghi baschi vengono ritrovati sulla spiaggia. Li seppelliscono in fretta, ma la cuoca Helga, donna superstiziosa e piena di anni, avverte tutti di seguire un rituale preciso per impedire ai morti di trasformarsi in draugr, i non-morti della tradizione nordica, una sorta di zombie del folklore scandinavo. Bisogna legare i corpi e girare le bare tre volte. Nessuno la ascolta. Helga viene liquidata come una vecchia che vede spettri dove non ce ne sono.
Quando inizia a non tornare niente
Da quel momento in poi, le cose si deteriorano in modo progressivo e inquietante. Eva comincia ad avere sogni vividi sull’uomo che Daniel ha ucciso. Crede di vedere figure nel buio. Le riserve di pesce appena pescato vengono trovate distrutte una mattina, con tracce nella neve che portano da qualche parte e poi scompaiono nel nulla. Helga sparisce. Uno dei marinai, Hakon, si ammala gravemente e in stato delirante attacca Daniel prima di essere ucciso a sua volta. Daniel stesso inizia ad avere visioni, e a un certo punto dice ad Eva una frase che vale la pena ricordare: “I morti sono molto meno pericolosi dei vivi.”
Poi Daniel impazzisce, aggredisce Eva e si uccide con un coltello.
A questo punto dell’equipaggio sono rimaste pochissime persone. Eva organizza una caccia al draugr nella tundra. Durante la spedizione, una tormenta di neve riduce la visibilità a zero e uno degli ultimi sopravvissuti precipita da una scogliera. Si tratta di un incidente? O è stato il draugr a spingerlo? Il film non lo dice. Eva ritrova anche il corpo di Helga, morta di freddo da sola.
Con i pochi rimasti, Eva decide di abbandonare la stazione e fuggire in barca. Mentre gli uomini preparano l’imbarcazione, lei entra un’ultima volta nell’edificio e si trova davanti a qualcosa. Lo spara. Dà fuoco all’intera stazione. Raggiunge i sopravvissuti e racconta loro di aver ucciso il draugr. Tutti accettano la versione. Si allontanano in mare.
Cosa succede davvero nel finale
Ed è qui che il film ribalta tutto quello che hai visto.
Negli ultimi minuti, la stessa scena viene mostrata di nuovo, ma questa volta con i sottotitoli. Perché l’essere che Eva ha trovato nella stazione non era un draugr. Era un uomo in carne e ossa, uno dei sopravvissuti baschi del naufragio, evidentemente ancora vivo quando l’avevano inchiodato nella bara. Si era liberato da solo, il che spiegherebbe perché una delle casse era stata trovata vuota con i chiodi strappati dall’interno.
L’uomo, con le parole che finalmente possiamo capire, racconta di essere stato lui a distruggere il pescato: lo ha fatto per rabbia, per vendicare il trattamento riservato ai naufraghi, compreso suo fratello. Poi però chiede scusa. Chiede solo di poter usare la barca per scappare. E tende ad Eva l’orologio d’oro che i pescatori avevano trovato su uno dei corpi e che lei stessa aveva ordinato di restituire al defunto, rifiutando di saccheggiare i cadaveri. Forse quell’orologio apparteneva a suo fratello. Forse l’uomo lo tiene in mano come gesto di fiducia, come a dire: “So che sei una persona giusta. Ricordati di chi sei.”
Eva prende l’orologio. E poi lo uccide comunque. Lo brucia insieme alla stazione.
Il film chiude su di lei con un’espressione che non è sollievo. È vergogna.
Cosa significa tutto questo
Il punto del film non è capire se il draugr esiste o no. Il punto è che non importa.
L’inverno più duro racconta di come la colpa, il freddo, la fame e l’isolamento riescano a trasformare le persone in qualcosa che non riconoscono più. Ogni morte nell’equipaggio ha una spiegazione razionale: malattia, delirio, incidenti durante una tormenta, un uomo che perde la testa. Non c’è nessun mostro soprannaturale che spinge qualcuno giù da una scogliera. C’è solo un gruppo di esseri umani ridotti all’osso dalla sopravvivenza, che inizia a sgretolarsi dall’interno.
Il draugr è la forma che prende il senso di colpa quando non hai il coraggio di chiamarlo con il suo vero nome. Eva non ha salvato quei naufraghi. Ha guardato morire delle persone che avrebbe potuto aiutare, e ha passato tutto l’inverno a convincersi che c’era una ragione valida per farlo. Quando l’unico sopravvissuto si presenta davanti a lei come uno specchio, come la prova vivente di quella scelta, lei non riesce a sopportarlo. Lo elimina. E brucia la stazione come se potesse bruciare anche quello che ha fatto.
C’è una scena all’inizio del film che in retrospettiva pesa molto: Eva ordina ai suoi uomini di rimettere a posto l’orologio trovato addosso a uno dei morti. Un gesto piccolo, quasi automatico, che dice qualcosa sulla persona che è, o che vorrebbe essere. Alla fine, quell’orologio ritorna. E lei lo prende lo stesso, anche sapendo cosa significa farlo.
Palsson non giudica apertamente il suo personaggio. Non ci dice che Eva è malvagia né che ha torto. Le mette davanti una scelta impossibile fin dall’inizio, e poi la segue mentre le conseguenze di quella scelta la consumano dall’interno. Il draugr del folklore nordico è una creatura che torna dai morti per reclamare quello che gli è dovuto. In questo film, il debito che torna a reclamarsi non è soprannaturale. È semplicemente umano.
Se ti aspettavi un horror con un mostro vero e un finale chiaro, probabilmente sei rimasto deluso. Ma se riesci ad accettare che il film stia facendo qualcosa di diverso, la scena finale acquista un peso che non lascia in pace facilmente. È raro che un film di questo tipo riesca a disturbarti non per quello che mostra, ma per quello che ti fa pensare dopo.
Hai già visto il film? Facci sapere nei commenti cosa hai pensato di quel finale.


