Se sei uno di quelli che ancora non ha scoperto Little Big Italy, la notizia che alcune stagioni del programma sono arrivate su Netflix è la scusa perfetta per rimediare. E se lo conosci già, sai benissimo di cosa stiamo parlando: uno di quei programmi culinari che riesci a guardare alle undici di sera con gli occhi incollati allo schermo anche quando saresti dovuto andare a dormire un’ora prima. Qui a Wonder Channel abbiamo i nostri programmi di cucina preferiti, e Little Big Italy è in cima alla lista insieme a 4 Ristoranti – due format diversi, due modi diversi di fare televisione gastronomica, entrambi capaci di tenerti compagnia in modo diverso dagli altri cento programmi di cucina che affollano i palinsesti italiani.
Il merito, nel caso di Little Big Italy, è quasi interamente di un uomo: Francesco Panella, ristoratore romano di Trastevere, conduttore dall’ottava stagione di uno dei programmi di cucina più longevi e riusciti della televisione italiana degli ultimi anni. Il programma è nato nel 2018 sul Nove e da allora non si è mai fermato – nel 2026 è già tornato con nuove puntate, a dimostrazione che il pubblico non si è mai stancato di seguire Panella in giro per il mondo.
Perché Panella funziona così bene è una domanda che vale la pena porsi. La risposta non è banale. La televisione italiana è piena di conduttori di programmi culinari, molti dei quali simpatici e preparati. Ma Panella ha qualcosa che gli altri non hanno: una credibilità che non viene da un master di cucina o da un percorso televisivo costruito a tavolino, ma da una storia di famiglia che comincia nel 1922, quando i suoi nonni aprirono L’Antica Pesa a Trastevere, uno dei ristoranti più storici di Roma. Francesco è cresciuto letteralmente tra i fornelli di quella trattoria, ha studiato la cucina italiana dalla parte giusta – non come studioso ma come erede di una tradizione – e nel 2012 ha aperto una sede dell’Antica Pesa a Brooklyn, portando la cucina romana direttamente nel cuore di New York. Tra i clienti del suo ristorante americano nel corso degli anni ci sono stati Quentin Tarantino, Robert De Niro, Leonardo DiCaprio, Scarlett Johansson. Non è un dettaglio decorativo: è la conferma che quando Panella parla di cucina italiana nel mondo, sa esattamente di cosa sta parlando perché lo ha vissuto in prima persona dall’altra parte.
Questa credibilità si sente in ogni puntata di Little Big Italy. Il format è apparentemente semplice: Panella arriva in una città straniera e tre italiani expat che vivono lì lo accompagnano ciascuno nel proprio ristorante italiano preferito. Il gruppo pranza in tutti e tre i locali e vota con un punteggio da uno a cinque gettoni. Alla fine Panella assegna il suo voto di italianità – un giudizio da uno a dieci che spesso è decisivo per determinare il vincitore. Dalla settima stagione è stato introdotto anche il Gettone Tricolore, un bonus assegnato a chi supera un test di conoscenza della cucina italiana. Il ristorante che vince ottiene il titolo di “miglior ristorante Little Big Italy della città”.
Detto così sembra un giochetto gastronomico come tanti. Non lo è. La forza di Little Big Italy sta nella componente umana, che è ben più importante di qualsiasi valutazione tecnica sul risotto o sulla carbonara. Gli expat che accompagnano Panella portano ogni volta storie straordinarie: italiani che hanno lasciato il paese per i motivi più diversi e che nel ristorante di un connazionale trovano qualcosa che va ben oltre il cibo. La nostalgia, l’identità, il senso di appartenenza a una cultura che a migliaia di chilometri di distanza diventa ancora più intensa. Panella ha raccontato in varie interviste di aver assistito a momenti di commozione autentica durante le riprese: persone che quando ritrovano un gruppo di connazionali vivono qualcosa che non si aspettavano di sentire così forte. “Ho conosciuto persone che quando ritrovano un gruppo di connazionali vivono momenti di grande commozione e nostalgia”, ha detto il conduttore. Il cibo, in questi casi, è solo il veicolo per qualcosa di più profondo.
Nel corso delle stagioni andate in onda finora il programma ha toccato 73 città in 41 paesi, raccontando storie di italiani che hanno costruito qualcosa di loro lontano dall’Italia. Ha girato dall’Asia all’America Latina, dall’Europa del Nord ai Caraibi. Ha trovato un ragazzo ligure a San Paolo che prepara piatti quasi scomparsi della tradizione ligure, con un pesto che Panella ha ricordato come “meraviglioso”. Ha trovato ristoranti autentici in posti insospettabili e imitazioni imbarazzanti in città dove ti aspetteresti di meglio. Ha trovato italiani che hanno portato all’estero non solo la cucina della loro regione ma anche le storie, i ricordi, la cultura di comunità che altrimenti non avrebbe chi le raccontasse.
Se lo paragoniamo a 4 Ristoranti, l’altro programma che seguiamo con piacere, la differenza principale è proprio questa. 4 Ristoranti è un format più tecnico e competitivo, dove i ristoratori si sfidano su categorie precise – cucina, location, servizio, prezzo – con un giudizio strutturato. Little Big Italy è più sentimentale, più viaggiatore, più personale. Non si tratta di stabilire chi fa la pasta migliore in assoluto, ma di capire chi riesce a portare davvero un pezzo d’Italia in un posto del mondo dove l’Italia non c’è. Sono due angolazioni diverse sulla stessa passione per la cucina italiana, e per questo ci piacciono entrambi.
L’arrivo di alcune stagioni su Netflix adesso allarga il pubblico potenziale in modo significativo. Chi guardava il Nove lo seguiva già da anni. Chi lo scopre adesso tramite la piattaforma globale si ritrova davanti un programma che non assomiglia a niente di quello che è abituato a vedere nel catalogo internazionale di cucina – ed è esattamente per questo che ha senso cercarlo e dargli una possibilità.
Tu conosci già Little Big Italy, oppure è il primo programma di cucina italiano che stai scoprendo grazie a Netflix? Scrivilo nei commenti – e se hai già un episodio preferito, raccontacelo perché vorremmo sapere quale città ti ha convinto di più.


