“Li derubiamo, senza pietà, baby, è così che facciamo.” Leggere questa frase scritta da un dipendente di Live Nation su una chat aziendale fa venire la nausea. Non perché sia una sorpresa assoluta – in fondo chiunque abbia mai comprato un biglietto per un concerto sa che le commissioni fanno male – ma perché finalmente esiste la prova scritta, nero su bianco, che quello che pagavamo non era frutto del mercato né del caso. Era una scelta deliberata, consapevole, accompagnata da risate.
Ben Baker e Jeff Weinhold, dipendenti di Live Nation, si scambiavano messaggi su Slack nel 2022 in cui si vantavano apertamente di “spennare” i clienti. Baker definiva alcuni aumenti di prezzo “assolutamente oltraggiosi” – parole sue, riferite ai prezzi che la sua stessa azienda applicava. Weinhold ridacchiava raccontando di parcheggi da 250 dollari e dicendo di sentirsi “quasi in colpa” prima di aggiungere che compensava le commissioni standard spremendo i clienti sui servizi aggiuntivi. Ridevano. Di noi. Di chi comprava il biglietto, si faceva due ore di coda, pagava il parcheggio e pensava semplicemente di andare a sentire la sua band preferita.
Queste conversazioni sono ora agli atti del processo intentato dal Dipartimento di Giustizia americano e da quaranta Stati contro Live Nation per monopolio. L’accusa è precisa: la società ha gonfiato illegalmente i prezzi dei biglietti, ha danneggiato gli artisti – che si sono trovati senza alternative valide a cui affidarsi per organizzare i concerti – e ha sfruttato la sua posizione dominante per fare quello che voleva senza temere conseguenze. Live Nation controlla decine di strutture negli Stati Uniti e dal 2010 possiede anche Ticketmaster, il circuito di rivendita biglietti più grande del mondo. Un impero verticale che decide dove si suona, chi vende i biglietti e a che prezzo.
La risposta dell’azienda di fronte alle chat è stata quasi comica nella sua prevedibilità. Un portavoce ha dichiarato che quei messaggi “non rispecchiano assolutamente i valori né il modo di operare” della società, che si trattava di uno scambio privato di cui i vertici non erano a conoscenza e che naturalmente indagheranno. Peccato che Baker fosse il responsabile della biglietteria per una divisione intera dell’azienda, non uno stagista al primo giorno di lavoro. E peccato che quello di cui rideva nei messaggi – i parcheggi a 250 dollari, le commissioni gonfiate, il spremerli sui servizi aggiuntivi – fosse esattamente quello che i clienti pagavano ogni giorno.
Quello che mi indigna di più non sono nemmeno le chat. È la sensazione di essere stati presi in giro per anni sapendo di essere presi in giro, senza poter fare niente. Perché se vuoi vedere un concerto di un artista che si esibisce in una grande struttura, Ticketmaster è quasi sempre l’unica opzione. Non puoi scegliere un’alternativa. Non puoi protestare con il portafoglio andando altrove. Sei intrappolato, e loro lo sanno benissimo. Lo scrivevano anche nelle chat.
L’accordo extragiudiziale raggiunto il 9 marzo tra Live Nation e il Dipartimento di Giustizia ha deluso molti. La società non verrà smembrata, come era stato chiesto inizialmente nel 2024. Dovrà pagare un’ammenda di 280 milioni di dollari, vendere almeno 13 strutture, permettere a piattaforme concorrenti come SeatGeek ed Eventbrite di vendere biglietti degli eventi organizzati da Live Nation, e fissare al 15 per cento il limite delle commissioni nelle sue sale. Sembra molto, ma la procuratrice generale di New York, Letitia James, ha respinto l’accordo duramente, sostenendo che non affronta il vero problema – il monopolio – e che avvantaggia la compagnia a danno dei consumatori. Insieme alla maggioranza degli Stati querelanti ha annunciato che il processo continuerà.
Ha ragione. 280 milioni di dollari per una società come Live Nation sono una multa che fa meno paura di quanto sembri. E lasciare intatto il monopolio significa che tra qualche anno saremo di nuovo qui, a pagare commissioni assurde, parcheggi da centinaia di euro e servizi aggiuntivi gonfiati, mentre da qualche parte in un ufficio qualcuno ride.
Il problema non è solo americano. Live Nation opera in tutto il mondo, anche in Italia, e il meccanismo è lo stesso ovunque: controllo delle strutture, controllo della biglietteria, nessuna alternativa reale per chi vuole andare a un concerto. I governi europei dovrebbero guardare con attenzione a quello che sta emergendo da questo processo e chiedersi se il mercato dei concerti nei loro paesi funziona davvero in modo libero e corretto. La risposta, molto probabilmente, non è quella che vorremmo sentire.
Ci hanno derubato sapendo di farlo, ridendo mentre lo facevano. È ora che qualcuno paghi davvero il conto.
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