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Lo chef che non voleva “comunisti e gay” in cucina deve risarcire la Cgil: dove finisce la libertà di scegliere chi assumere?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
29 Aprile 2026
in Gossip
Tempo di lettura 6 minuti
Lo chef che non voleva “comunisti e gay” in cucina deve risarcire la Cgil dove finisce la libertà di scegliere chi assumere

Uno chef può scegliere liberamente chi assumere nella propria brigata, oppure quando pubblica un annuncio di lavoro deve rispettare limiti molto chiari? La domanda torna fortissima dopo il caso di Paolo Cappuccio, chef noto al pubblico, finito al centro di una decisione del Tribunale di Trento per alcune frasi pubblicate nel 2025 durante la ricerca di personale per la cucina di un hotel a Madonna di Campiglio.

Secondo quanto riportato da ANSA e RaiNews, Cappuccio cercava chef e pasticceri per la stagione invernale e, nel descrivere il profilo ideale, avrebbe escluso persone comuniste, lavoratori troppo inclini alle rivendicazioni sindacali e persone con “problematiche” legate all’orientamento sessuale. Quelle parole, poi riprese anche in interviste e articoli, sono state ritenute discriminatorie dal Tribunale di Trento, che ha accolto il ricorso della Cgil del Trentino. Lo chef dovrà risarcire il sindacato con 6.000 euro, oltre alle spese legali, e la sentenza dovrà essere pubblicata su un quotidiano nazionale.

Il caso è interessante perché non riguarda solo una frase infelice sui social. Riguarda il confine, spesso molto discusso, tra libertà personale e regole del lavoro. Perché una cosa è dire: “A casa mia scelgo chi entra”. Un’altra è pubblicare un annuncio di lavoro, legato a una selezione professionale, indicando categorie di persone che non sarebbero gradite per motivi che non c’entrano con la capacità di cucinare, gestire una partita, preparare un dolce o reggere il ritmo di una brigata.

E qui la discussione cambia.

Perché molti, istintivamente, potrebbero pensare: “Ma se uno deve lavorare con una persona tutti i giorni, potrà pure scegliere chi vuole?”. È una domanda legittima. In una cucina, poi, il clima conta tantissimo. Chiunque abbia visto anche solo una puntata di un programma culinario sa che una brigata non è un ufficio silenzioso con le piantine grasse e la macchinetta del caffè. È un posto dove si corre, si suda, si sbaglia, ci si parla male, ci si salva a vicenda e a volte si litiga per una salsa come se fosse una questione diplomatica internazionale.

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Quindi sì, è normale che uno chef cerchi persone affidabili, puntuali, capaci di lavorare sotto pressione, rispettose della gerarchia, pulite, professionali, magari anche compatibili con il carattere della squadra. Questo non è strano. Anzi, è lavoro.

Il problema nasce quando il filtro non riguarda più le competenze, ma chi sei o cosa potresti pensare, votare, amare, rappresentare. Dire “cerco una persona con esperienza in cucina”, “cerco qualcuno disposto a lavorare nei weekend”, “cerco un pasticcere ordinato e veloce” è una cosa. Dire, in sostanza, che alcune persone non devono nemmeno candidarsi per ragioni politiche, sindacali o legate all’orientamento sessuale è un’altra.

Secondo il Tribunale, quelle dichiarazioni potevano avere un effetto concreto: scoraggiare alcune persone dal presentarsi alla selezione. E questo è uno dei passaggi più importanti della vicenda. Non serve per forza dimostrare che qualcuno sia stato escluso dopo un colloquio o mandato via dalla cucina. Il punto è che un annuncio pubblico può già creare una barriera prima ancora che la selezione inizi. Domani un lavoratore legge quel testo e pensa: “Io qui non ci provo neanche”. E se il motivo non riguarda la sua professionalità, ma una caratteristica personale o una posizione sindacale, allora la questione diventa seria.

La Cgil del Trentino ha parlato di sentenza storica. Manuela Faggioni, delegata alle pari opportunità del sindacato, ha sottolineato che lavoratori e lavoratrici devono essere valutati per capacità e competenze, non per appartenenza politica, sindacale o orientamento sessuale. È una posizione prevedibile da parte di un sindacato, certo, ma è anche il cuore della sentenza: nel lavoro non puoi trasformare un pregiudizio in requisito di selezione.

C’è poi un altro elemento: il post non sarebbe rimasto confinato a una battuta buttata lì e subito dimenticata. Secondo le ricostruzioni, il contenuto è stato ripreso dalla stampa locale e nazionale, e alcune posizioni sarebbero state ribadite anche in interviste successive, tra cui a La Zanzara e in un articolo su Il Giornale. Questo ha dato alla vicenda una diffusione molto più ampia, rendendo il messaggio non solo un post privato, ma un caso pubblico.

Naturalmente, per raccontare la storia senza trasformarla in un processo da bar, bisogna restare ai fatti. Il Tribunale di Trento ha ritenuto discriminatorie quelle dichiarazioni in ambito lavorativo. Cappuccio dovrà risarcire la Cgil e sostenere le spese previste. Questo non significa che si debba usare la vicenda per dipingerlo come un mostro o per fare caricature facili. Significa però che un giudice ha stabilito un principio molto chiaro: quando cerchi personale, non puoi indicare esclusioni legate a caratteristiche che non hanno nulla a che fare con il lavoro.

Ed è qui che la domanda diventa interessante anche per chi magari non è d’accordo con la decisione.

Dove finisce la libertà di un datore di lavoro? E dove inizia il diritto di chi cerca lavoro a non essere escluso a priori?

Se parliamo di casa tua, puoi invitare chi vuoi. Puoi cenare con chi ti pare. Puoi decidere di non avere nella tua cucina domestica il cugino che mette l’ananas sulla pizza, e nessun tribunale verrà a bussarti. Ma un annuncio di lavoro è un’altra cosa. Lì non stai scegliendo gli amici per una serata. Stai aprendo una selezione professionale. E in quel contesto le parole pesano, perché possono chiudere la porta prima ancora del colloquio.

Il caso Cappuccio, quindi, non parla solo di uno chef e di un post finito male. Parla di come comunichiamo il lavoro oggi, soprattutto sui social. Molti professionisti usano Facebook, Instagram o LinkedIn come se fossero una chiacchierata al tavolino, ma un annuncio resta un annuncio. Se cerchi personale, non stai solo sfogandoti. Stai definendo criteri. E quei criteri devono reggere anche fuori dal tono provocatorio o dalla battuta.

Poi c’è la parte più spinosa: la politica. Si può escludere qualcuno perché comunista, sindacalista, o comunque vicino a idee che non piacciono al datore di lavoro? Nel lavoro privato esistono rapporti fiduciari, soprattutto in contesti piccoli e intensi. Ma anche lì c’è un limite. Se la persona sa lavorare, rispetta il contratto, non crea problemi e ha le competenze richieste, le sue idee politiche non dovrebbero diventare un motivo per impedirle di candidarsi. Altrimenti il lavoro smette di essere un terreno professionale e diventa una specie di club ideologico.

Sull’orientamento sessuale il discorso è ancora più netto. Non c’entra nulla con la capacità di stare in una brigata, preparare un servizio o mandare fuori un piatto fatto bene. E infatti è proprio questo il punto che ha acceso più reazioni: legare l’orientamento sessuale a una presunta “problematicità” non è una selezione dura. È un pregiudizio messo nero su bianco.

Quello che resta, alla fine, è una sentenza che farà discutere. Da una parte chi dirà che nel proprio lavoro si deve poter scegliere la squadra come si vuole. Dall’altra chi risponderà che scegliere non significa discriminare, e che la libertà di selezione non può diventare libertà di escludere intere categorie di persone.

Personalmente, la distinzione mi sembra abbastanza chiara: puoi pretendere serietà, competenza, disciplina, esperienza, rispetto dei turni e capacità di lavorare in gruppo. Puoi anche cercare qualcuno che regga lo stress di una cucina professionale. Ci mancherebbe. Ma se inizi a dire che certe persone non devono presentarsi perché hanno certe idee, sono vicine al sindacato o hanno un determinato orientamento sessuale, non stai più parlando di cucina. Stai parlando di una barriera all’ingresso.

E forse questa vicenda serve proprio a ricordare una cosa banale, ma spesso dimenticata: un annuncio di lavoro non è uno sfogo personale. È una porta. E quando la apri, devi stare attento a non chiuderla in faccia a qualcuno per motivi che con il lavoro non c’entrano nulla.

E tu che ne pensi: il Tribunale ha fatto bene a intervenire oppure un datore di lavoro dovrebbe poter assumere chi vuole nella propria squadra? Scrivilo nei commenti.

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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

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