Los Creyentes – Oltre la verità, il nuovo film spagnolo con José Coronado arrivato su Netflix il 24 luglio, parte da una premessa che sulla carta funziona benissimo e cioè quella del confine sottile tra il dolore per un lutto e il sospetto verso chi ti sta più vicino. Peccato che, arrivati ai titoli di coda, quella promessa resti in gran parte inespressa.
La storia segue Ruth, interpretata da Stéphanie Magnin, una donna di trent’anni da tempo lontana dalla propria famiglia, che torna a casa dopo la morte improvvisa e poco chiara della madre. Ad accoglierla trova il padre Martín, interpretato da José Coronado, un uomo che dopo il pensionamento si è trasformato in un burbero ossessionato da teorie del complotto su vaccini, 5G e industria farmaceutica… praticamente un NO VAX 😀 Più Ruth osserva il comportamento erratico del padre, più cresce in lei il sospetto che dietro la morte della madre si nasconda qualcosa di ben più oscuro di un semplice incidente.
A mio parere, il film funziona meglio quando si concentra sul deterioro della fiducia tra Ruth e Martín, lasciando che sia l’ambiguità del padre, mai completamente colpevole né completamente innocente agli occhi dello spettatore, a costruire la tensione. Stéphanie Magnin porta al personaggio di Ruth una presenza scenica notevole, più forte di quella dello stesso Coronado, che pure resta un attore capace di risultare inquietante con un solo sguardo, anche quando la sceneggiatura lo relega troppo spesso in secondo piano.
Il problema principale, però, è proprio la scrittura firmata da Carlos Montero e Darío Madrona, gli stessi creatori della famosa serie Élite. Il mistero attorno alla morte della madre non trova mai la spinta necessaria per tenere davvero incollato lo spettatore, e il finale arriva più affrettato di quanto la storia sembrasse promettere nella prima parte. C’è poi un aspetto che mi ha convinto ancora meno: il personaggio di Martín, con le sue teorie complottiste, viene raccontato quasi soltanto come un uomo paranoico, senza che il film provi mai davvero a scavare nel motivo per cui è arrivato a pensarla così. Un’occasione persa, perché proprio da lì sarebbe potuta nascere la riflessione più interessante di tutto il film, quella sul modo in cui la disinformazione riesce a incrinare i legami familiari fino a trasformare il sospetto nell’unico modo rimasto per guardare l’altro.
Va detto anche che il film, soprattutto nella parte iniziale, ricorda da vicino l’atmosfera di altre produzioni spagnole recenti costruite attorno a segreti familiari e ritorni a casa carichi di tensione, un filone che negli ultimi anni Netflix ha coltivato con costanza proprio grazie al lavoro di Montero. Il confronto, però, non gioca a favore di Los Creyentes, dato che quelle produzioni precedenti riuscivano quasi sempre a costruire personaggi più stratificati, capaci di reggere da soli il peso di una storia che qui, invece, si affida troppo alla sola atmosfera per tenere in piedi l’interesse dello spettatore lungo tutta la durata.
Restano comunque da segnalare alcuni elementi positivi, come la cura delle location e un’atmosfera capace, nei momenti migliori, di tenere lo spettatore in un costante stato di dubbio, senza affidarsi a colpi di scena plateali per costruire tensione. Non bastano però a rendere il film qualcosa di più di un’occasione sprecata, un thriller che aveva tra le mani ingredienti solidi e finisce per non sfruttarli fino in fondo.
Il verdetto
Un film che non è un disastro, ma nemmeno il thriller intenso che gli ingredienti in campo lasciavano sperare: si guarda senza annoiarsi, però resta ben lontano dal lasciare davvero il segno.
Tu l’hai già visto? Facci sapere nei commenti se anche per te il film resta un’occasione sprecata o se hai apprezzato più di quanto sia riuscito a convincere me.
La Recensione
Los Creyentes - Oltre la verità
Los Creyentes parte da una premessa interessante, quella del sospetto che si insinua in una famiglia già segnata da un lutto, ma la sceneggiatura non riesce a dare vera profondità né al mistero né al personaggio più complesso della storia, restando un thriller psicologico che promette più di quanto mantenga.
PRO
- Stéphanie Magnin, che porta al personaggio di Ruth una presenza scenica superiore alle attese
- José Coronado, capace di risultare ambiguo e inquietante anche in un ruolo scritto senza troppe sfumature
- Un'atmosfera di dubbio costante, costruita senza appoggiarsi a colpi di scena plateali
CONTRO
- Un mistero centrale che non trova mai la spinta necessaria per tenere davvero incollato lo spettatore
- Il personaggio del padre complottista, trattato in modo troppo semplicistico rispetto al potenziale della storia
- Un finale affrettato, che non ripaga la costruzione della prima parte del film


