Lucky Luke su Disney+ era uno di quei progetti che mi aveva entusiasmato già prima di cominciare. Un’icona del fumetto europeo – 300 milioni di album venduti nel mondo, 80 anni di storia, un personaggio che ha attraversato generazioni – finalmente in una serie live action di otto episodi, con la fotografia del vero Far West spagnolo e un cast che sulla carta sembrava azzeccato. Poi l’ho guardata e mi sono resa conto che qualcosa non funziona. Che la somma delle parti non dà il risultato che mi aspettavo. E il voto che ho in testa non arriva sopra il 4.
Disponibile su Disney+ dal 23 marzo 2026, Lucky Luke è una produzione principalmente francese diretta da Benjamin Rocher, scritta da Mathieu Leblanc e Thomas Mansuy, e interpretata da Alban Lenoir nel ruolo del leggendario cowboy che spara più veloce della sua ombra. Accanto a lui c’è Billie Blain nei panni di Louise, una ragazza di diciotto anni che Luke deve aiutare a ritrovare la madre misteriosamente scomparsa. Il viaggio dei due attraverso il selvaggio West li porta a incrociare personaggi che i fan del fumetto conosceranno bene: Joe Dalton (Jérôme Niel), Calamity Jane (Camille Chamoux), Billy the Kid (Victor Le Blond). E sullo sfondo c’è una cospirazione che dovrebbe cambiare il corso della storia degli Stati Uniti.
Il problema non è la premessa. La premessa è solida. Il problema è l’esecuzione.
Alban Lenoir è un attore capace – lo si è visto in produzioni francesi di ben altra caratura – ma qui mi sembra intrappolato in una versione di Lucky Luke che non trova mai il tono giusto. Il personaggio originale di Morris era costruito su quell’ironia europea dissacrante che rendeva il western americano guardato con occhi stranieri: un cowboy quasi soprannaturale nel talento, silenzioso quanto basta, con la sigaretta sempre tra le labbra e l’umorismo incorporato nella struttura stessa delle situazioni. Nella serie invece si cerca di costruire attorno a Luke un arco emotivo più contemporaneo, di dargli un passato da scoprire, di inserirlo in una dinamica da duo con Louise. L’intenzione è comprensibile. Il risultato è che il personaggio perde esattamente quella qualità enigmatica che lo rendeva speciale, e io questa cosa l’ho sentita fin dal primo episodio.
La serie funziona meglio quando abbraccia la leggerezza e l’avventura spensierata del fumetto. Ci sono sequenze d’azione ben costruite, alcune trovate comiche che funzionano, e la produzione scenica è davvero imponente – le riprese in Spagna restituiscono l’atmosfera del Far West in modo credibile e visivamente bello. Ma appena la scrittura cerca di aggiungere profondità alla trama principale, il ritmo si perde e la serie si inceppa. La cospirazione che dovrebbe tenere insieme tutto mi è sembrata prevedibile e non abbastanza interessante da giustificare l’attenzione che le viene dedicata per otto episodi.
Il cast di supporto è diseguale. Camille Chamoux come Calamity Jane porta energia e divertimento nei suoi episodi, ed è probabilmente la presenza più riuscita dell’intera serie – alcune sue scene mi hanno fatto ridere davvero. Jérôme Niel come Joe Dalton è invece una delle note più dolenti: il personaggio più iconico tra gli antagonisti di Lucky Luke finisce per sembrare una versione annacquata di se stesso, senza quella stupidità gloriosa e quella frustrazione inesauribile che nei fumetti lo rendevano irresistibile.
Otto episodi sono anche troppi per questa storia. Con sei avrebbe probabilmente funzionato meglio, perché avrebbe costretto la scrittura a essere più precisa. Così com’è, ci sono episodi centrali in cui la mia attenzione è calata in modo evidente, e mi sono ritrovata ad aspettare che le cose si muovessero invece di essere trascinata avanti dall’entusiasmo.
Non è una serie da abbandonare dopo il primo episodio – c’è intrattenimento sufficiente per tenerla in piedi, e chi ha nostalgia del fumetto troverà momenti di genuino piacere nel riconoscere personaggi e atmosfere. Ma chi si aspettava qualcosa all’altezza di quello che Lucky Luke avrebbe potuto diventare in mani più sicure resterà, come me, con quella sensazione di occasione mancata che è difficile scrollarsi di dosso.
Pensi che Lucky Luke meritasse un adattamento più fedele allo spirito originale del fumetto, oppure era giusto cercare qualcosa di più contemporaneo anche a costo di perdere parte del carattere originale? Scrivilo nei commenti – su questo i fan del fumetto e quelli della serie animata stanno dicendo cose molto diverse.
La Recensione
Lucky Luke (Serie)
Lucky Luke su Disney+ è una serie con ambizioni giuste e un impianto produttivo solido, che però non trova mai il tono giusto per onorare davvero il personaggio di Morris. Alban Lenoir è un protagonista onesto ma non memorabile, la trama principale è prevedibile e alcuni episodi centrali perdono ritmo in modo evidente. C'è intrattenimento, ma non abbastanza per considerarla un adattamento riuscito.
PRO
- La produzione scenica è imponente e i paesaggi spagnoli restituiscono un Far West credibile e visivamente curato
CONTRO
- Il tono oscilla tra commedia e avventura senza trovare mai un equilibrio convincente
- Alban Lenoir non costruisce un Lucky Luke memorabile, perdendo l'enigmaticità del personaggio originale
- La trama della cospirazione è prevedibile e non abbastanza interessante da reggere otto episodi
- Joe Dalton è una versione annacquata di se stesso, privato di quella stupidità gloriosa che lo rendeva irresistibile nel fumetto


