Con OK, Madame porta dentro il suo nuovo percorso una canzone che non cerca di essere accomodante, elegante o rassicurante. Il brano si muove dentro un disagio molto fisico, molto mentale, molto quotidiano. Non è il classico sfogo pop costruito per essere subito empatico. Qui c’è un malessere che si accumula, si deforma, si fa linguaggio nervoso, a tratti persino sgradevole. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della traccia: Madame non addolcisce niente.
Il pezzo parte da un’idea semplice solo in apparenza. Quel continuo “okay” non è una risposta neutra, non è una formula qualsiasi, non è nemmeno una vera accettazione. È piuttosto il suono di una persona che per troppo tempo ha ingoiato tutto, ha accettato tutto, ha lasciato che gli altri decidessero tempi, modi, distanze, perfino il tono delle relazioni. Dentro questa parola così piccola Madame mette stanchezza, accondiscendenza, fastidio e soprattutto una forma di annullamento personale.
Un testo che sembra un diario di deterioramento emotivo
La scrittura di OK colpisce subito perché non gira intorno al problema. Madame mette in fila settimane, sintomi, gesti, abitudini rovinate, pensieri storti. C’è una scansione temporale quasi ossessiva, che trasforma la prima strofa in una specie di bollettino del crollo. Le pills, il letto, il sesso vissuto controvoglia, il cibo nascosto, le ore chiusa in bagno, la distanza dal padre: tutto concorre a costruire il quadro di una persona che non sta semplicemente male, ma che si sente svuotata, decentrata, quasi estranea a se stessa.
Il pregio più grande del testo è proprio questo. Madame non romanticizza il dolore. Non lo trasforma in una posa. Lo lascia sporco, scomodo, imperfetto. Quando scrive frasi come “mi sento uno zombie” o “resto chiusa al cesso, tipo anche per ore”, non cerca la bella immagine. Cerca la verità emotiva, anche a costo di risultare ruvida. E secondo me è una scelta giusta, perché questa canzone non avrebbe funzionato con una scrittura troppo levigata.
Il vero cuore del brano è la domanda sulla reciprocità
Il centro di tutto arriva nel pre-ritornello: “È tutta una vita che faccio pena a te, ma tu invece a me?”. È una frase che pesa, perché sposta il discorso dalla semplice confessione alla resa dei conti. Madame non sta solo dicendo che soffre. Sta chiedendo conto di un disequilibrio. Sta mettendo sul tavolo una domanda che riguarda i rapporti umani in generale: quanto si dà, quanto si assorbe, quanto si regge per gli altri senza che nessuno faccia lo stesso con noi?
È qui che OK diventa qualcosa di più di una canzone sul disagio. Diventa un brano sull’asimmetria affettiva, su quel meccanismo in cui una persona si abitua a dire sempre sì, a portare pesi non suoi, a lasciar correre, fino al punto in cui non sa più distinguere tra disponibilità e rinuncia.
Il ritornello lavora proprio su questa idea. Le frasi sono brevi, secche, quasi comandi o richieste automatiche: “Come sei?”, “Vieni qua”, “Fallo te”, “Prendi qua”, “Scusa se”, “Resta qua”, “Solo un bacio”. E la risposta è sempre quella: “okay”. A furia di tornare, quel monosillabo perde ogni leggerezza e diventa una forma di sottomissione passiva, una risposta riflessa, il suono di chi ormai reagisce senza nemmeno passare davvero dalla volontà.
Il corpo, il successo e la sensazione di essere usata
La seconda strofa apre un altro livello ancora. Madame parla di chi prende meriti, di chi prende soldi dai suoi guai, di chi la vuole come immagine, esperienza, corpo, fantasia. Qui il pezzo si allarga e smette di essere soltanto privato. C’è dentro anche il fastidio di chi sente che attorno alla propria figura si muove una rete di appropriazione, consumo, proiezione.
Il verso sulle ballerine che le scrivono in DM e vogliono “la M in mezzo alle tette” è volutamente provocatorio, ma il punto vero non è la provocazione. Il punto è mostrare come anche il desiderio degli altri possa diventare una forma di invasione. Madame mette in musica la sensazione di essere osservata, cercata, usata, simbolicamente indossata da chi magari non ha nessun interesse reale per la persona.
Anche qui il brano tiene bene, perché non si limita a dire “sto male”. Fa capire da dove passa questo malessere: dal corpo, dal sesso, dalla famiglia, dall’immagine pubblica, dai rapporti squilibrati. È una scrittura che accumula pressione, e proprio per questo ha una sua forza.
Il sound funziona a metà: la produzione regge, ma l’autotune rovina troppo la voce
A livello sonoro, OK ha una struttura interessante. Il beat è nervoso, martellante, costruito per sostenere la ripetizione del ritornello e quel senso di loop mentale che il testo richiede. La produzione di Bias ha una sua coerenza: non cerca l’esplosione melodica classica, ma una tensione continua, una cadenza quasi claustrofobica. Da questo punto di vista il brano ha una direzione precisa, e si sente.
Il problema vero, però, è la voce. O meglio: il modo in cui è stata trattata. L’autotune qui non è solo presente, ma in diversi punti diventa troppo invasivo. E per me questo finisce per penalizzare il pezzo. Non perché l’effetto vocale sia sbagliato in assoluto, ma perché Madame ha una voce che vive di attrito, di pieghe, di imperfezioni espressive, di piccoli strappi emotivi. Quando si calca troppo la mano con la correzione e con l’effetto sintetico, quella materia viva si appiattisce.
Il risultato è che il brano, pur avendo un testo forte, perde parte della sua carne emotiva. In teoria quel trattamento potrebbe anche avere una funzione coerente con il tema, perché restituisce alienazione, distanza, quasi una dissociazione. In pratica però, almeno in alcuni passaggi, la sensazione è che l’autotune dia una vera e propria botta alla voce, la renda meno incisiva, meno tagliente, meno umana di quanto dovrebbe essere.
Ed è un peccato, perché sotto si sente che la canzone ha una struttura interessante. Il ritornello resta in testa, la dinamica generale regge, la produzione ha una sua compattezza. Ma quando la voce perde troppo della sua grana naturale, anche il dolore raccontato dal testo arriva in modo più filtrato. Non sparisce, ma colpisce meno di quanto potrebbe.
Una canzone forte, imperfetta, ma comunque interessante
Alla fine OK resta un brano che ha qualcosa da dire davvero. Non è una traccia costruita a tavolino per sembrare profonda. È una canzone che mette in scena il logorio di chi ha detto sì troppe volte, di chi ha lasciato che gli altri entrassero ovunque, di chi a un certo punto non sa più distinguere tra disponibilità, stanchezza e resa.
Il testo funziona perché è diretto, fisico, anche brutto quando serve. Il beat accompagna bene questo stato di tensione. Quello che convince meno è proprio la gestione della voce, perché l’autotune finisce per togliere a Madame una parte di quel graffio che la rende riconoscibile e potente. In questo senso OK è una canzone riuscita a metà: molto forte nella scrittura, meno centrata nella resa vocale.
Resta comunque un pezzo che fa discutere, e forse è anche questo il suo valore. Non scivola via. Lascia addosso qualcosa, anche quando non convince del tutto. E già questo, nel pop di oggi, non è poco.
Nelle ultime righe, la domanda resta aperta: l’effetto vocale qui aggiunge davvero qualcosa oppure toglie troppo a una voce che avrebbe avuto bisogno di respirare di più? Nei commenti la discussione può essere parecchio interessante.
Il testo di OK scritto da Madame e Bias
[Intro]
Eh (Ah)
[Strofa 1]
Una settimana che mando giù le pills con
L’acqua con le gocce (Ah), sembra ci sia l’olio
Quattro settimane che mi butto nel letto
Sembra mi rigetti, sembra che mi odii
Otto settimane che scopo controvoglia
Mi fa schifo il porno, sembro in menopausa
Sedici settimane che mangio di nascosto
Resto chiusa al cesso, tipo anche per ore
Ventiquattro settimane, porca la Ma–
Mi sento uno zombie, sembra che poppo fen’
Sessantotto settimane che non parlo con mio padre
E mi sento meno male, sì, fra’, penso: “Meno male”
[Pre-Ritornello]
È tutta una vita che faccio pena a te (A te)
Ma tu invece a me? (A me)
Ma tu invece a me?
Okay, okay (Okay, okay, okay)
È tutta una vita che io penso per te (Per te)
Ma tu invece a me? (A me)
Ma tu invece a me?
Okay (Okay, okay, okay, okay, okay)
[Ritornello]
“Come sei?”, okay
“Vieni qua”, okay
“Fallo te”, okay
“Prendi qua”, okay (Okay)
“Scusa se”, okay
“Scusa, fra’”, okay
“Resta qua”, okay
“Solo un bacio”, okay (Okay, okay, okay, okay)
“Come sei?”, okay
“Vieni qua”, okay
“Fallo te”, okay
“Prendi qua”, okay
“Scusa se”, okay
“Scusa, fra’”, okay
“Resta qua”, okay
“Solo un bacio”, okay (Okay, okay)
[Strofa 2]
Tutti prendon meriti per me (Okay)
Tutti prendon soldi dai miei guai (Okay)
Tutti mi vogliono dentro i jeans
Prendono il fottere con me come un’experience (O-O-Okay)
Queste ballerine che mi scrivono in DM (Oh-oh)
Vogliono la M (Ah) in mezzo alle tette
Baby, spero che da me tu voglia solo sesso (Sesso)
Perché per il tour io non ho abbastanza budget (Budget)
Mi dicono che sono vittima di me stessa (Okay)
Ma io non ho così tanto potere su me stessa (Okay)
Ho un campo gravitazionale, io non ho una fessa
Se mi prende incinta, il bocia non esce la testa
[Ritornello]
“Come sei?”, okay
“Vieni qua”, okay
“Fallo te”, okay
“Prendi qua”, okay
“Scusa se”, okay
“Scusa, fra’”, okay
“Resta qua”, (Okay) okay (Okay)
“Solo un bacio”, okay
“Come sei?”, okay
“Vieni qua”, okay
“Fallo te”, okay
“Prendi qua”, okay
“Scusa se”, okay
“Scusa, fra’”, okay
“Resta qua”, okay
“Solo un bacio”, okay (Okay, okay, okay, okay)
[Outro]
Queste ballerine che mi scrivono in DM
Queste ballerine che mi scrivono in DM
Vogliono la M in mezzo alle tette
Vogliono la M in mezzo alle tette


