C’è un episodio di Maicol Pirozzi che riesce a fare una cosa non così comune nella comicità breve: prende un riferimento cinematografico enorme, lo porta dentro una situazione da ufficio ridicola e lo fa funzionare senza sembrare una copia pigra. Il video in questione è quello circolato con il titolo “Addirittura il fax a colori!”, pubblicato sui canali social di GialappaShow a fine marzo 2026, e per molti è uno dei momenti più riusciti del personaggio interpretato da Edoardo Ferrario. Il motivo è semplice: invece di limitarsi alla citazione, lo sketch usa davvero il meccanismo narrativo di I soliti sospetti e lo trasforma in una trattativa aziendale talmente assurda da diventare ancora più divertente.
Per capire perché questa gag colpisca così bene, però, conviene partire da Maicol Pirozzi. Nel mondo di GialappaShow, Maicol è una specie di guru del business, del mindset e dell’ottimismo aziendale spinto fino al delirio. È il personaggio che parla come se fosse sempre dentro una convention motivazionale, con quel tono da imprenditore visionario che promette svolte epocali anche quando sta dicendo sciocchezze gigantesche. Diverse testate che hanno raccontato gli sketch di Ferrario hanno insistito proprio su questo: Maicol è una caricatura dei tanti santoni del successo e della crescita personale che negli ultimi anni hanno invaso il web, i podcast e certi ambienti aziendali. Non è soltanto un manager macchietta. È il riassunto comico di un certo modo di parlare di soldi, leadership e ambizione, sempre con un’enfasi sproporzionata rispetto alla realtà.
In questo episodio, però, la cosa bella è che Maicol non domina subito la scena come al solito. Anzi, per una volta sembra quasi spiazzato. La gag parte con lui che si muove nel suo ambiente da capo carismatico e un po’ farsesco, tutto slogan, autosuggestione e pose da uomo che deve sempre dare l’idea di controllare il quadro. Poi arriva Antonio e annuncia di aver ricevuto un’offerta di lavoro da un’altra società. Da lì lo sketch si accende davvero. Il tono cambia, si irrigidisce, si fa più teatrale. Antonio espone la notizia come se stesse consegnando una bomba sul tavolo, e Maicol reagisce come se non fosse una banale proposta lavorativa ma una questione di potere, fedeltà e sopravvivenza interna all’azienda. È qui che si sente il gioco con I soliti sospetti: non tanto nella parodia esplicita, ma nel modo in cui una situazione minima viene trattata con una gravità sproporzionata e quasi criminale.
La richiesta di Antonio, infatti, non si limita a un aumento o a una promozione. Diventa una trattativa sempre più assurda. Chiede una stanza personale, un fax, l’abbonamento intera rete per i mezzi pubblici e altri benefit che, messi così uno dietro l’altro, fanno ridere proprio perché oscillano tra il misero e il megalomane. Non siamo davanti al classico personaggio che chiede milioni o stock option. Qui il comico nasce dal contrasto: Antonio si comporta come uno che sta negoziando il proprio destino da top player della finanza, ma in realtà si muove su richieste da piccolo impiegato che vuole finalmente sentirsi importante. E Maicol, invece di ridimensionare la scena, la alza ancora di più. La tratta come una crisi diplomatica.
La parte più riuscita, però, arriva nel finale, ed è lì che lo sketch smette di essere solo una buona scena da ufficio e diventa una citazione fatta bene. Maicol, dopo tutta la trattativa, accetta. Antonio prende il contratto firmato e sembra chiuderla lì. Ma quando sta per uscire, la macchina da presa e il meccanismo della gag fanno una virata precisa verso I soliti sospetti. Maicol si gira verso la lavagna e comincia a vedere davanti a sé, sparsi nello spazio, tutti gli elementi che Antonio gli aveva appena raccontato o lasciato cadere durante il dialogo: l’aereo che rimanda alla frase sul bambino che sta decollando, l’isola al largo del Venezuela, Viterbo, la società di integratori alimentari con sede a Potenza. In un attimo capisce che il discorso di Antonio non era una confessione lineare, ma un collage costruito pescando dettagli dall’ambiente attorno. Ed è esattamente il meccanismo che rende immortale il finale del film a cui il video si ispira.
Per chi non lo ricordasse, I soliti sospetti è un thriller del 1995 diretto da Bryan Singer e scritto da Christopher McQuarrie. Il film ruota attorno all’interrogatorio di Roger “Verbal” Kint, piccolo criminale zoppo e apparentemente innocuo, unico superstite di un massacro su una nave nel porto di Los Angeles. Durante l’interrogatorio, Verbal racconta all’agente Dave Kujan una storia intricata fatta di cinque criminali, un misterioso boss chiamato Keyser Söze e una catena di eventi che avrebbe portato tutti sulla nave. Il film regge per quasi tutta la durata su questo racconto, finché nel finale Kujan capisce di essere stato ingannato: molte delle cose che Verbal gli ha raccontato sono state improvvisate guardando parole e oggetti presenti nell’ufficio in cui si trovava. Subito dopo, lo spettatore scopre che anche la zoppia era finta e che Verbal era in realtà proprio Söze. Il film vinse due Oscar, uno per la sceneggiatura originale a McQuarrie e uno per l’attore non protagonista.
La gag di Maicol funziona così bene perché non prende in prestito solo il titolo o l’atmosfera del film. Prende il suo trucco narrativo. In I soliti sospetti, il colpo di scena nasce dal fatto che lo spettatore, insieme all’investigatore, si accorge troppo tardi che il racconto ascoltato era stato montato sul momento usando quello che c’era intorno. Nello sketch succede la stessa cosa, ma al posto di un criminale leggendario e di un’indagine sanguinosa ci sono un capo caricaturale, un dipendente che vuole alzare il prezzo della propria permanenza e un ufficio pieno di indizi sparsi. È un ribaltamento molto intelligente, perché il meccanismo resta identico ma l’oggetto del dramma diventa minuscolo. E quando una forma gigantesca viene riempita con contenuti ridicoli, la comicità esce quasi da sola.
C’è anche un altro dettaglio che rende la scena particolarmente riuscita: Antonio non si limita a fare il furbo. Gioca proprio il ruolo di quello che ha capito come manipolare l’ego di Maicol. Gli mette davanti l’idea della perdita, del talento che se ne va, della concorrenza che gli soffia via un uomo prezioso. E Maicol ci cade perché il suo personaggio vive di auto-rappresentazione. Non può accettare di essere quello che perde il pezzo migliore. Deve essere quello che rilancia, che trattiene, che convince, che “vede il valore”. In questo senso lo sketch è anche una presa in giro delle dinamiche aziendali più grottesche, quelle in cui una semplice trattativa interna viene raccontata come se fosse una guerra strategica tra imperi. Chiunque abbia avuto a che fare con certi uffici, certi manager o certi colloqui in cui si parla di “vision” più che di stipendio, qui ride con un piccolo brivido di riconoscimento.
E poi c’è il finale materiale, quello che sigilla davvero la gag: Antonio che scappa in scooter con il contratto firmato. È una chiusura perfetta perché smonta in un secondo tutta la pomposità costruita prima. Dopo il tono da thriller, dopo la trattativa da summit, dopo la scoperta alla Keyser Söze, il colpo finale non è un’auto nera che sparisce nella notte ma uno scooter. Cioè il mezzo più normale, più terra terra, più lontano possibile dall’epica criminale del film. Ed è proprio questo abbassamento finale a far ridere ancora di più. Perché in fondo lo sketch gioca sempre lì: prende modelli enormi e li costringe in una realtà piccola, aziendale, italiana, un po’ meschina e un po’ geniale.
Per questo, tra i vari episodi di Maicol Pirozzi, questo sembra davvero uno dei più belli. Non solo perché ci sono battute riuscite o dettagli visivi azzeccati, ma perché la scrittura ha una struttura solida sotto. Si vede che la gag non vive soltanto di tormentoni. Ha un’idea chiara, la porta avanti fino in fondo e la chiude bene. E non è poco. Spesso gli sketch ispirati a film famosi si fermano alla maschera, alla musica, alla faccia seria. Qui invece c’è un piccolo congegno comico costruito con precisione. E quando succede, si nota subito.
In fondo il bello di Maicol è anche questo: riesce a essere stupido e costruito bene nello stesso momento. Fa ridere per i nomi, per la Lucania tirata in ballo a caso, per l’azienda di integratori a Potenza, per l’idea che il massimo della controfferta possa essere un fax a colori o un abbonamento intera rete. Ma sotto c’è anche una presa in giro abbastanza feroce di certo linguaggio manageriale e di un certo immaginario del successo. Non male per uno sketch di pochi minuti. E forse è proprio qui che sta la differenza tra una clip che strappa un sorriso e una che ti resta in testa anche dopo. Se ti è capitato di vederla, dimmi la verità: hai riso di più per la parodia di I soliti sospetti o per il fatto che, alla fine, il sogno professionale di Antonio passi pure dal fax a colori?


