Kenneth Iwamasa, l’assistente personale di Matthew Perry, è stato condannato a 41 mesi di carcere per il suo ruolo nella morte dell’attore di Friends. È l’ultima sentenza del caso giudiziario nato dopo la scomparsa di Perry, morto il 28 ottobre 2023 a 54 anni nella jacuzzi della sua casa di Los Angeles. E fa male dirlo, ma questa vicenda continua a sembrare una delle pagine più amare della fine di Chandler Bing: non solo dipendenza, non solo fragilità, ma una rete di persone che avrebbero dovuto proteggerlo e invece, secondo i giudici, hanno contribuito al disastro.
Iwamasa aveva ammesso di aver procurato e somministrato ketamina a Perry senza avere alcuna formazione medica. Secondo l’accusa, nelle ultime settimane l’attore riceveva iniezioni continue, anche più volte al giorno. Il giorno della morte, l’assistente gli avrebbe somministrato più dosi a distanza ravvicinata. Poi Perry perse conoscenza e morì per gli effetti acuti della ketamina, con annegamento nella vasca idromassaggio indicato come conseguenza della perdita di coscienza.
La frase che resta più addosso, però, è quella emersa dalle chat dei coinvolti. Perry veniva chiamato “questo idiota” mentre spendeva decine di migliaia di dollari per procurarsi la sostanza. Una crudeltà che rende tutto ancora più sporco. Non stiamo parlando solo di qualcuno che cade di nuovo nella dipendenza. Stiamo parlando di una star fragile, circondata da persone che, invece di frenarlo, avrebbero approfittato del suo momento peggiore.
L’assistente che doveva proteggerlo
Il ruolo di Iwamasa è particolarmente doloroso perché lui non era un estraneo. Era l’assistente personale di Perry, una persona vicina, presente nella sua quotidianità. Secondo i procuratori, proprio questa vicinanza lo rendeva una figura centrale: avrebbe comprato la ketamina e l’avrebbe iniettata all’attore, anche sapendo che la situazione stava diventando sempre più pericolosa. Reuters riporta che Iwamasa è stato definito dagli inquirenti come un facilitatore e fornitore della droga per Perry.
Durante l’udienza, Iwamasa avrebbe espresso rimorso. Ma la famiglia di Perry ha usato parole durissime. Il patrigno dell’attore, Keith Morrison, e la business manager Lisa Ferguson hanno criticato il comportamento dell’assistente, accusandolo di non aver protetto Matthew e di aver tradito la fiducia riposta in lui.
Ed è questo il nodo più umano della vicenda: quando una persona è in ricaduta, chi le sta accanto può fare la differenza. Può chiedere aiuto, può dire no, può chiamare qualcuno, può fermarsi. Qui, invece, secondo quanto ricostruito dal tribunale, è accaduto il contrario.
Tutti i condannati nel caso Perry
Con la condanna di Iwamasa si chiude il procedimento contro le cinque persone coinvolte nella morte dell’attore. La pena più alta è andata a Jasveen Sangha, soprannominata “Ketamine Queen”, condannata a 15 anni di carcere per aver fornito la ketamina collegata alla morte di Perry e ad altri episodi di spaccio.
Poi ci sono Erik Fleming, condannato a due anni di prigione per aver fatto da intermediario, il medico Salvador Plasencia, condannato a 30 mesi, e il medico Mark Chavez, che ha ricevuto otto mesi di arresti domiciliari.
Il quadro che esce da queste sentenze è devastante. Perry aveva iniziato ad assumere ketamina in un contesto medico, per trattamenti legati alla depressione. Poi però, secondo gli investigatori, la situazione sarebbe uscita dal controllo clinico e si sarebbe trasformata in una ricerca illegale della sostanza. E lì è entrata in scena una rete di persone pronte a vendere, procurare, iniettare.
Una fine che fa ancora più male conoscendo la sua storia
Matthew Perry aveva raccontato pubblicamente le sue dipendenze. Nel suo memoir aveva parlato senza troppi filtri della fatica, delle ricadute, dei tentativi di disintossicazione, dei soldi spesi per curarsi, della paura di non farcela. Per questo la sua morte colpì così tanto: sembrava la fine tragica di una battaglia che lui stesso aveva provato a raccontare per aiutare altri.
La condanna dell’assistente non riporta indietro nulla. Non restituisce Perry alla sua famiglia, ai fan, a chi lo amava per Friends e a chi aveva trovato conforto nella sua sincerità. Però mette un punto giudiziario su una vicenda che ha mostrato il lato più brutale della dipendenza quando attorno non ci sono persone capaci di dire basta.
E forse è proprio questa la parte più triste: Matthew Perry non era solo. Ma, nel momento peggiore, essere circondato non è bastato a salvarlo.
E tu cosa ne pensi? In una vicenda come questa, la condanna dell’assistente è giusta o avrebbe dovuto essere ancora più dura? Scrivilo nei commenti.


