Al cinema da due giorni c’è Mercy: Sotto Accusa, un thriller con Chris Pratt e Rebecca Ferguson che racconta la storia attraverso schermi di computer, telecamere e cellulari. Questa tecnica narrativa chiamata “screenlife” è stata usata con successo in film come Unfriended del 2014, Host del 2020 e Missing del 2023. Quando funziona riesce a creare tensione, quando non funziona diventa solo un espediente stanco.
In Mercy purtroppo siamo nel secondo caso. Dopo mezz’ora di visione la sensazione è che questa tecnica sia stata ormai sfruttata troppo. Il film diventa frenetico e confuso, alla fine stanca invece di coinvolgere. La voglia di uscire dalla sala cresce col passare dei minuti.
Il regista Timur Bekmambetov ha dimostrato in passato di saper osare con film interessanti. Ma questo suo ultimo lavoro sembra assemblare pezzi presi da Il fuggitivo e Minority Report senza aggiungere nulla di originale. La sceneggiatura solleva questioni importanti sulla perdita della privacy, la sorveglianza diffusa, l’intelligenza artificiale nei sistemi decisionali. Ma abbandona rapidamente questi temi per concentrarsi su sequenze d’inseguimento con droni e rivelazioni talmente prevedibili da risultare frustranti.
Un sistema giudiziario gestito dall’intelligenza artificiale
Il film è ambientato a Los Angeles nel 2029, in un futuro dove la criminalità dilaga. Le autorità hanno attivato un nuovo sistema giudiziario chiamato Mercy Capital Court, dove le sentenze vengono emesse da un’intelligenza artificiale invece che da giudici umani. Il detective Chris Raven, interpretato da Chris Pratt, ha contribuito alla creazione di questo sistema. Ora però si ritrova dall’altra parte.
Chris si risveglia confuso e con i postumi di una sbronza, legato a una sedia. Viene accusato di aver ucciso sua moglie Nicole a coltellate nella cucina di casa. Di fronte a lui appare su uno schermo gigante la giudice Maddox, un programma di intelligenza artificiale con il volto di Rebecca Ferguson. Il sistema spiega le regole del processo:
La Corte Mercy funge da giudice, giuria ed esecutore della sentenza.
Chris può accedere al “Municipal Cloud” della città, che comprende ogni telecamera, cellulare e database disponibile.
Un indicatore mostra sullo schermo la probabilità di colpevolezza, attualmente oltre il 90 percento. Chris ha 90 minuti per portare quel valore sotto il 92 percento, altrimenti verrà giustiziato immediatamente.
La corsa contro il tempo che non emoziona
La narrazione procede in tempo reale con il countdown dai 90 minuti, un espediente che dovrebbe creare tensione drammatica. Chris è un detective esperto ma la sua indagine parte svantaggiata: nelle ore successive al crimine era ubriaco in un bar, ha partecipato a una rissa violenta, poi ha perso i sensi. Si è risvegliato solo dopo l’arresto, già legato alla sedia del tribunale. Non ricorda nulla.
Ed è qui che emergono i limiti del film. Chris Pratt funziona meglio quando può sfruttare la sua presenza fisica e il suo carisma dinamico, come dimostrato nella saga dei Guardiani della Galassia. In questo film invece rimane immobilizzato su una sedia per la quasi totalità della durata. Quando deve affidarsi solo alle espressioni facciali e al tono di voce, il risultato non sempre convince. Si percepisce lo sforzo ma manca l’efficacia.
Lo stesso problema riguarda Rebecca Ferguson, attrice di grande talento qui ridotta a interpretare una voce robotica. Il suo personaggio è un programma senza emozioni che parla con toni meccanici. I due attori non condividono mai una scena reale perché la giudice Maddox esiste solo come intelligenza artificiale sullo schermo.
Il bombardamento visivo che confonde
Per compensare la staticità dei protagonisti, il film bombarda lo spettatore con un flusso incessante di immagini provenienti da fonti diverse. Video registrati con cellulari privati, riprese aeree dei droni della polizia, filmati delle telecamere di sicurezza dei ristoranti, telecamere agli angoli delle strade, persino la “telecamera per uccelli” del vicino di casa. Il risultato è un sovraccarico visivo che confonde invece di coinvolgere.
Vengono introdotti alcuni personaggi secondari: Britt, la figlia adolescente di Chris e Nicole interpretata da Kylie Rogers che passa molto tempo a piangere al telefono, la sua collega della polizia Jaq interpretata da Kali Reis in un ruolo poco sviluppato, e Rob, lo sponsor degli Alcolisti Anonimi interpretato con solidità da Chris Sullivan.
Verso la fine la trama prende una svolta in stile Breaking Bad che sembra completamente arbitraria. Poi il film esagera ulteriormente diventando quasi ridicolo. L’ultimo atto risulta faticoso da seguire invece che emozionante.
Un’occasione sprecata
Mercy: Sotto Accusa solleva questioni rilevanti sulla tecnologia, la privacy e il potere dell’intelligenza artificiale. Ma usa questi temi solo come sfondo decorativo per un thriller che non aggiunge nulla di nuovo al genere. La tecnica screenlife è ormai abusata, due attori di talento vengono sprecati in ruoli che non permettono loro di brillare, la trama è prevedibile dall’inizio alla fine.
Se cercate un thriller di fantascienza anche quando risulta prevedibile, questo film può andare bene per una visione leggera. Ma se volete qualcosa di intelligente e ben costruito, ci sono opzioni migliori al cinema in questo momento.
E voi, lo avete già visto? Cosa ne pensate dell’uso dell’intelligenza artificiale nei thriller? La tecnica screenlife vi coinvolge ancora o vi stanca? Condividete la vostra opinione nei commenti!
La Recensione
Mercy: Sotto Accusa
Mercy: Sotto Accusa spreca Chris Pratt e Rebecca Ferguson in un thriller AI prevedibile che abusa della tecnica screenlife. Pratt immobilizzato non può usare la sua presenza fisica, Ferguson è ridotta a voce robotica. Solleva questioni su privacy e intelligenza artificiale ma le usa solo come sfondo. Il finale diventa esagerato e ridicolo. Un'occasione sprecata che non vale il prezzo del biglietto.
PRO
- Il tempo reale crea tensione con i 90 minuti che scorrono mentre Chris cerca di dimostrare la sua innocenza davanti all'intelligenza artificiale
- Solleva questioni importanti sulla privacy, la sorveglianza diffusa e l'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari anche se superficialmente
CONTRO
- La tecnica screenlife risulta ormai abusata e il bombardamento continuo di schermi e immagini diverse confonde invece di coinvolgere
- Chris Pratt viene sprecato perché rimane immobilizzato su una sedia per quasi tutto il film senza poter sfruttare la sua presenza fisica
- Il finale perde credibilità diventando esagerato e quasi ridicolo in modo arbitrario dopo una prima parte già debole


