Il film biografico “Michael”, dedicato a Michael Jackson, è riuscito in una cosa che oggi sembra quasi impossibile: far parlare tutti della stessa cosa nello stesso momento. E non parlo solo dei fan storici che sanno a memoria ogni passo di danza. Parlo anche di chi, magari, non ascolta Michael da anni, ma si è ritrovato davanti quella anteprima video e ha pensato: “Aspetta… qui sta arrivando qualcosa di grosso”.
Il dato che sta rimbalzando ovunque è semplice e spaventoso: 116,2 milioni di visualizzazioni in 24 ore per il primo filmato promozionale. Un numero enorme, che ha fatto saltare il primato precedente e che, per un film musicale biografico, è un risultato mai visto a questi livelli. E quando succede una cosa del genere, la domanda diventa inevitabile: è solo nostalgia, oppure c’è davvero voglia di rivedere Michael, anche se fa discutere ancora oggi?
La risposta, secondo me, sta nel fatto che Michael Jackson non è mai stato solo un cantante. È stato un fenomeno culturale, una figura che ha segnato un’epoca, nel bene e nel male. E un film su di lui non può essere “solo” un film. Diventa subito un campo di battaglia: tra chi vuole celebrarlo, chi vuole capire, chi vuole criticare, chi vuole difendere a spada tratta il mito.
A interpretare Michael c’è Jaafar Jackson, che è suo nipote. Già questa scelta ha un peso emotivo enorme. Perché non è un attore qualunque chiamato a “somigliare” a Michael: è una persona di famiglia, con un legame reale e anche con una responsabilità che si sente addosso. E dalle immagini si nota una cosa: non c’è solo la somiglianza del viso. C’è il lavoro sul corpo, sui movimenti, su quella presenza scenica che, nel caso di Michael, era quasi ipnotica.
Nel nuovo filmato promozionale si vedono momenti iconici, quelli che tutti abbiamo in testa: il moonwalk, l’immaginario di “Thriller”, le scelte di stile, le esibizioni che hanno fatto la storia. E c’è anche un dettaglio che per qualcuno sarà “folle”, ma per altri è semplicemente Michael: Bubbles, lo scimpanzé legato a Neverland. È uno di quegli elementi che ti fa capire la direzione del film: non sembra voler essere “freddo” o distante. Sembra voler entrare nel mondo di Michael, con le sue luci e con le sue ombre.
E qui arriviamo al punto che spacca il pubblico.
Perché più cresce l’entusiasmo, più crescono anche le polemiche. Una delle critiche più pesanti è arrivata da Paris Jackson, la figlia di Michael. Non una commentatrice qualsiasi. Non una voce esterna. Ma una persona che, per ovvie ragioni, sente questo film come una cosa personale. Paris ha detto di non riconoscersi nella direzione presa dal progetto, e ha parlato di una ricostruzione poco accurata, con parti che secondo lei sarebbero piene di inesattezze e persino di affermazioni non vere.
È una presa di posizione che pesa tantissimo, perché rende tutto più complicato. Quando un film biografico racconta un personaggio famoso, c’è sempre una tensione tra due strade: raccontare la storia “da cinema” oppure raccontare la storia “come è andata davvero”. Il problema è che il pubblico spesso non distingue. Vede il film, si emoziona, e poi porta quella versione nella propria testa come se fosse la verità definitiva.
E se lo dice la figlia, il dubbio diventa ancora più forte: questo film sta davvero raccontando Michael, oppure sta raccontando un Michael “costruito” per piacere a una parte di pubblico?
Nel frattempo, però, il progetto va avanti con una macchina produttiva enorme. La regia è di Antoine Fuqua, uno che sa gestire ritmo, tensione e immagine. La sceneggiatura è firmata da John Logan, nome pesante. E tra i produttori c’è anche chi ha già lavorato su biografie musicali di grande successo. Insomma: non sembra un film fatto “tanto per”. Sembra un’operazione gigantesca, con l’obiettivo di fare il botto.
E allora eccoci qui, con due forze che si scontrano.
Da una parte c’è la curiosità: rivedere sul grande schermo un artista che ha cambiato la musica pop, capire meglio il dietro le quinte, rivivere certi momenti. Dall’altra parte ci sono le controversie: non solo quelle che accompagnano Michael da anni, ma anche il tema della memoria e del controllo della narrazione. Perché quando racconti una vita così famosa, non stai solo intrattenendo: stai influenzando il modo in cui milioni di persone giudicheranno quella persona.
Il film uscirà il 23 aprile 2026 in Italia. E, nel bene e nel male, sarà un evento. Ma la domanda che resta sul tavolo è sempre la stessa: un film del genere deve essere un omaggio, un processo, oppure tutte e due le cose insieme?
E soprattutto: tu come lo vuoi? Vuoi emozionarti e basta, oppure vuoi anche che il film si prenda la responsabilità di raccontare tutto nel modo più onesto possibile?
Se ti va, dimmelo nei commenti: guarderai “Michael” o pensi che queste polemiche rendano tutto troppo difficile da accettare?


