Il biopic Michael su Michael Jackson è appena uscito e sta già facendo parlare più per quello che non racconta che per quello che mette in scena. Il film, con Jaafar Jackson nei panni dello zio, segue l’ascesa del Re del Pop dagli anni dei Jackson 5 fino al 1988, cioè al periodo d’oro di Bad. Il problema? Si ferma prima dei capitoli più controversi della sua vita, comprese le accuse di abusi sessuali su minori emerse dagli anni ’90 in poi. Ora si parla già di un possibile sequel che potrebbe affrontare proprio quella parte. E qui la domanda diventa enorme: si può raccontare Michael Jackson senza arrivare davvero lì?
Perché diciamolo subito: fare un film su Michael Jackson è una missione quasi impossibile. Da una parte hai uno degli artisti più grandi della storia della musica pop. Uno che ha cambiato il modo di cantare, ballare, girare videoclip, stare sul palco, costruire un immaginario. Dall’altra hai una figura segnata da accuse pesantissime, processi, documentari, testimonianze, difese feroci dei fan e una legacy ancora oggi spaccata in due. Chi lo ama continua a vederlo come un genio travolto da accuse mai provate in condanna. Chi lo accusa o crede agli accusatori non riesce più a separare l’artista dall’uomo.
Il film Michael ha scelto la strada più sicura dal punto di vista commerciale: raccontare la nascita del mito e fermarsi prima della tempesta. Una scelta comprensibile, se pensiamo al pubblico generalista, ai fan, al coinvolgimento dell’estate di Jackson e alla volontà di costruire un grande evento cinematografico. Però è anche una scelta che ha fatto arrabbiare molti critici, perché dà l’impressione di voler lucidare la statua e lasciare fuori la parte più scomoda. Alcune recensioni americane lo hanno definito un ritratto troppo ripulito, quasi “estate-approved”, cioè approvato e controllato da chi ha interesse a difendere l’immagine del cantante.
A complicare tutto c’è il fatto che, secondo varie ricostruzioni, versioni precedenti del film avrebbero dovuto includere anche riferimenti alle accuse del 1993. Poi sarebbero arrivati tagli, riscritture e reshoot, anche per questioni legali legate a una clausola di accordo con la famiglia Chandler, che avrebbe reso problematico citare quella vicenda nel film. In pratica, non è solo una questione creativa: c’è anche un terreno legale molto scivoloso sotto i piedi dei produttori.
Colman Domingo, che nel film interpreta Joe Jackson, ha difeso la scelta spiegando che questa prima parte copre gli anni ’60-1988 e si concentra sulla costruzione dell’artista: l’infanzia, il rapporto con il padre, la crescita, la ricerca di una voce propria, la trasformazione in superstar globale. Secondo lui, una possibile parte 2 potrebbe occuparsi di ciò che arriva dopo. Tradotto: non è detto che il film abbia ignorato per sempre i capitoli più discussi, forse li ha solo rimandati.
E qui nasce il vero nodo. Un sequel potrebbe davvero affrontare le accuse senza trasformarsi in un tribunale cinematografico? Perché il rischio è doppio. Se il film le racconta in modo troppo leggero, verrà accusato ancora di ripulire Michael. Se le racconta in modo duro, una parte enorme dei fan parlerà di tradimento. Se prova a stare nel mezzo, rischia di scontentare tutti. Una bella trappola, insomma. Di quelle da cui non esci con un moonwalk, anche se ti chiami Michael Jackson.
Va ricordato che Jackson negò sempre ogni accusa durante la sua vita e nel 2005 fu assolto nel processo per molestie su minori. Dopo la sua morte, il documentario Leaving Neverland del 2019 riportò al centro del dibattito le accuse di Wade Robson e James Safechuck, respinte dall’estate del cantante. Quindi non parliamo di una questione chiusa nel sentimento pubblico. Legalmente ci sono fatti precisi, ma culturalmente la discussione è ancora apertissima.
Il regista di Leaving Neverland, Dan Reed, ha criticato duramente il biopic, accusandolo di costruire un racconto falso e troppo favorevole a Jackson. Secondo lui, presentare Michael come un artista frainteso, empatico e quasi perseguitato senza affrontare davvero il tema degli abusi significa contribuire a una riscrittura comoda della storia. È una posizione durissima, ma prevedibile: Reed ha costruito il suo documentario proprio sull’idea che non si possa più parlare di Michael Jackson ignorando quelle testimonianze.
Dall’altra parte, però, c’è un pubblico enorme che continua a voler vedere Michael Jackson soprattutto come artista. E i numeri del box office lo dimostrano. Il film sta andando forte, segno che la curiosità non manca e che il mito musicale resta potentissimo. Per molti spettatori, Michael è ancora Billie Jean, Thriller, Smooth Criminal, Motown 25, il guanto, i video, il passo all’indietro che sembrava violare la fisica. È difficile chiedere a quel pubblico di entrare in sala solo per assistere a un processo morale.
Eppure un biopic, se vuole essere qualcosa di più di una playlist illustrata, prima o poi deve affrontare le crepe. Non per condannare al posto dei giudici. Non per assolvere al posto dei fan. Ma per raccontare la complessità. Michael Jackson non è una figura semplice. Non lo era da vivo e non lo è oggi. Ridurlo solo al genio musicale è comodo. Ridurlo solo alle accuse è parziale. Il cinema dovrebbe provare a stare in quella zona difficile, dove la grandezza artistica e l’ombra biografica convivono senza annullarsi.
Il possibile sequel, quindi, potrebbe essere molto più interessante del primo. Se davvero deciderà di arrivare agli anni ’90 e 2000, dovrà raccontare Dangerous, HIStory, il rapporto ossessivo dei media con Jackson, Neverland, i processi, la solitudine, la trasformazione fisica, il fanatismo dei fan, la macchina legale e le accuse. Dovrà decidere se essere un film coraggioso o un altro monumento protetto dal vetro.
E forse il pubblico merita proprio questo: non una sentenza, ma un racconto adulto. Un film capace di dire: Michael Jackson è stato un artista immenso, ma la sua storia non può essere raccontata come se fosse solo luce, applausi e moonwalk. Ci sono anche domande scomode. E ignorarle non le fa sparire.
Alla fine, il primo Michael sembra aver fatto il lavoro più semplice: ricordare perché il mondo si innamorò di lui. Il sequel, se arriverà, potrebbe avere il compito più difficile: spiegare perché quel mondo, a un certo punto, non seppe più come guardarlo.
Secondo te un sequel del biopic su Michael Jackson dovrebbe affrontare apertamente le accuse oppure il cinema dovrebbe concentrarsi solo sulla sua musica? Scrivilo nei commenti.


