Mick Jagger non considera l’intelligenza artificiale il nemico della musica. Il cantante dei Rolling Stones accetta che gli artisti possano usarla per comporre, sperimentare o costruire nuove idee, ma pretende una cosa piuttosto semplice: il risultato deve essere originale. Creare l’ennesima canzone che imita la sua voce e il suono degli Stones, secondo lui, non significa essere creativi.
Jagger ne ha parlato insieme a Keith Richards in una nuova intervista concessa a Billboard, affrontando uno dei temi che stanno dividendo maggiormente il mondo musicale. Da una parte ci sono artisti che vedono l’intelligenza artificiale come uno strumento utile, simile a quelli arrivati negli studi di registrazione durante gli ultimi decenni. Dall’altra cresce la preoccupazione per le voci clonate, i brani costruiti copiando stili riconoscibili e le opere pubblicate senza il consenso degli interpreti originali.
La posizione di Jagger è meno rigida di quanto ci si potrebbe aspettare da un musicista che ha attraversato oltre sessant’anni di storia del rock. Il cantante non vuole vietare l’intelligenza artificiale e non sembra nemmeno particolarmente spaventato dalla tecnologia in sé.
«Se qualcuno vuole fare musica con l’intelligenza artificiale, la faccia pure», ha spiegato. La condizione è che l’artista aggiunga idee personali, scelte riconoscibili e una direzione propria. Premere un pulsante e chiedere al sistema di creare un brano nello stile dei Rolling Stones, invece, gli sembra una scorciatoia povera di immaginazione.
La distinzione fatta da Jagger riguarda quindi l’uso dello strumento, non lo strumento stesso. Un musicista può servirsi dell’intelligenza artificiale per modificare un suono, trovare una soluzione insolita o sviluppare qualcosa che non avrebbe potuto realizzare con i mezzi tradizionali. Copiare la voce di un altro cantante e assemblare una canzone già sentita cento volte resta invece una forma di imitazione, anche se dietro c’è una tecnologia nuova.
Jagger è molto netto su un aspetto: non vuole che l’intelligenza artificiale riproduca la sua voce, i suoi strumenti o il suono della band senza autorizzazione. Non desidera ritrovarsi davanti a nuove canzoni dei Rolling Stones che i Rolling Stones non hanno mai scritto, registrato o approvato.
Il rischio non è più teorico. I programmi capaci di ricreare la voce di un cantante sono ormai accessibili anche a utenti senza particolari competenze tecniche. Basta fornire alcune indicazioni per ottenere brani che ricordano artisti famosi, spesso in modo abbastanza convincente da confondere almeno una parte del pubblico.
Keith Richards condivide la posizione del compagno, ma la esprime con la consueta schiettezza. La musica, secondo il chitarrista, dovrebbe cercare idee nuove anziché continuare a copiare se stessa. L’intelligenza artificiale può certamente imparare strutture, ritmi e progressioni già esistenti. La domanda è cosa resti dopo l’imitazione.
Richards ha ricordato che il rock degli Stones nasce spesso da elementi relativamente semplici. Non si tratta di ricostruire una composizione di Bach o Beethoven, ma di mettere insieme riff, ritmo, intenzione e personalità. Una macchina può analizzare questi ingredienti e riprodurli. Il risultato, però, rischia di essere una sintesi pulita e tecnicamente corretta, priva di quella stranezza che rende una canzone riconoscibile.
La posizione dei due musicisti potrebbe sembrare contraddittoria considerando il video di In the Stars, brano incluso nel nuovo album Foreign Tongues. Nel filmato alcuni attori interpretano i Rolling Stones del 1968, mentre i loro volti vengono modificati digitalmente per assomigliare a quelli giovani di Jagger, Richards e degli altri componenti della band.
Jagger ha raccontato che i protagonisti del video erano musicisti reali, scelti anche per una certa somiglianza fisica con gli Stones dell’epoca. La tecnologia è intervenuta soprattutto sui volti. Il primo tentativo dedicato a lui, però, non lo aveva convinto fino in fondo: sembrava più uno dei suoi figli a 23 anni che il giovane Mick Jagger.
Anche Ronnie Wood aveva richiesto qualche correzione. Secondo Jagger, la prima versione assomigliava troppo a Jeff Beck. Keith Richards, invece, ha accolto il risultato con maggiore leggerezza, osservando che gli sarebbe piaciuto avere ancora quell’aspetto.
Il video mostra bene la differenza indicata dalla band. La tecnologia non è stata usata per inventare una falsa esibizione e spacciarla per un documento del 1968. È diventata parte dichiarata di un progetto visivo, realizzato con attori, musicisti e una precisa idea registica.
Jagger e Richards non chiedono quindi di fermare l’intelligenza artificiale. Chiedono che venga usata per creare qualcosa, non per saccheggiare quanto esiste già. È una posizione pragmatica, lontana sia dall’entusiasmo cieco sia dal rifiuto automatico di ogni novità.
Dopo sei decenni passati a vedere la musica cambiare strumenti, formati e sistemi di produzione, i Rolling Stones sembrano aver capito che la tecnologia continuerà comunque ad avanzare. Resta agli artisti decidere se usarla come una scorciatoia per imitare gli altri oppure come un mezzo per trovare un suono che ancora non esiste.
Sei d’accordo con Mick Jagger oppure pensi che l’intelligenza artificiale dovrebbe restare fuori dalla creazione musicale? Scrivilo nei commenti.
