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Miglior pollo fritto di Milano: a Foodish vince il domenicano Mamajuana, bocciato il coreano Dream troppo italianizzato

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
16 Settembre 2025
in Film & Serie TV, Food Experience, Programmi Televisivi
Tempo di lettura 7 minuti
Miglior pollo fritto di Milano a Foodish vince il domenicano Mamajuana, bocciato il coreano Dream troppo italianizzato

Alessandro Betti della Gialappa’s Band si aggira per Milano con la sua fame da attore comico e l’inarrestabile Joe in cerca del pollo fritto perfetto. La gara di Foodish per il miglior pollo della città ha riservato sorprese, colpi di scena e soprattutto un vincitore inaspettato che ha battuto la concorrenza italiana e coreana con la sua indole caraibica.

Ma partiamo dal siparietto che fa sempre ridere: l’autista Vittorio, ironicamente definito da Joe “il mio assassino”. Chissà cosa combinerà stavolta questo personaggio che sembra uscito da una sitcom italiana, probabilmente guidando con quella nonchalance che solo i milanesi doc sanno avere. Alessandro Betti, volto noto delle gag della Gialappa’s Band, si è prestato al gioco con la sua consueta verve comica, trasformando ogni assaggio in un momento di intrattenimento puro.

La sfida ha portato i nostri protagonisti in quattro tappe gastronomiche che raccontano la Milano multietnica di oggi: dal chiosco italiano della Stazione Centrale al ristorante coreano di Porta Venezia, fino al locale domenicano di Parco Sempione e al taiwanese di Porta Nuova. Quattro continenti, quattro tradizioni, quattro modi completamente diversi di interpretare l’arte della frittura del pollo.

Ciò che emerge da questa gara è una geografia del gusto che fotografa perfettamente l’evoluzione della ristorazione milanese: non più solo cucina italiana, ma un melting pot di sapori che riflette la trasformazione sociale della città. E il verdetto finale, con la vittoria del Mamajuana, dimostra che a volte l’autenticità batte l’innovazione.

Slay: l’America che conquista con i cornflakes

Il primo round si è svolto da Slay, il chiosco di pollo fritto americano che ha fatto della marinatura lunga il suo punto di forza. Ventiquattro ore di riposo per il pollo, doppia impanatura con cornflakes e un mix di farine: la ricetta della dark kitchen di via Mauro Macchi sembra uscita da un manuale del perfetto fast food americano.

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Alessandro e Joe hanno apprezzato la tecnica impeccabile: tenders e bocconcini dalle dimensioni giuste, tre salse fatte in casa che accompagnano ogni morso. “I nuggets hanno le dimensioni giuste”, ha commentato Joe, mentre Alessandro ha gradito l’approccio professionale del locale. Le tre salse preparate artigianalmente dimostrano che anche nel mondo del delivery si può puntare sulla qualità.

L’unico neo, secondo i giudici, è stato l’equilibrio tra carne e impanatura: troppa panatura per quanto ottima fosse la qualità della carne. Un difetto tecnico che ha portato a voti buoni ma non eccellenti: 7 per Alessandro e 8 per Joe. Slay rimane comunque un punto di riferimento per chi cerca il pollo fritto americano a Milano, con quel mix di croccantezza e succosità che caratterizza la tradizione d’oltreoceano.

La filosofia del buttermilk fried chicken

La scelta di Slay di utilizzare il buttermilk nella marinatura segue la tradizione del Sud degli Stati Uniti, dove il pollo fritto è una religione. Il latticello acido rende la carne più tenera e crea quella caratteristica crosta dorata che tutti associamo al fried chicken americano. La doppia impanatura con cornflakes aggiunge quella croccantezza extra che distingue i locali più attenti dalla concorrenza.

Il problema dell’eccesso di impanatura evidenziato dai giudici è tipico dei locali che vogliono impressionare con l’effetto visivo: più crosta c’è, più il prodotto sembra sostanzioso. Ma l’equilibrio è fondamentale: il pollo deve rimanere il protagonista, non la panatura.

Dream: la Corea si italianizza troppo

Il secondo appuntamento ha portato la gara in piazza Otto Novembre, da Dream, il ristorante coreano a conduzione familiare che dal 2017 porta la cucina tradizionale coreana a Porta Venezia. Otto anni di attività hanno fatto di questo piccolo locale un punto di riferimento per la comunità coreana milanese.

Il pollo presentato seguiva la tradizione del dakgangjeong, il pollo fritto coreano che unisce croccantezza e sapori speziati. Pastella a base di polvere di peperoncino coreano, fecola di patate e farina di riso, condito con salsa di soia, zucchero e ketchup, completato da polvere di arachidi e daikon sottaceto.

Ma qui è arrivata la bocciatura tecnica di Joe: “Un po’ italianizzato con lo sciroppo di mais e dolcezza squilibrata”. La scelta del pollo era ottima e la frittura ben eseguita, ma la temperatura dell’olio troppo bassa ha compromesso il risultato finale. “Manca la spinta di autenticità”, il verdetto che ha portato a voti bassi: 5 per Joe e 6 per Alessandro.

L’adattamento al palato italiano

Il problema di Dream evidenziato dai giudici tocca una questione cruciale della ristorazione etnica in Italia: fino a che punto adattare i sapori originali per incontrare il gusto locale? La dolcezza eccessiva e l’uso dello sciroppo di mais tradiscono la ricerca di un compromesso che spesso snatura l’autenticità del piatto.

Il dakgangjeong autentico prevede un equilibrio perfetto tra piccante, dolce e salato, con una salsa a base di gochujang (pasta di peperoncino fermentato) che qui sembra essere stata addolcita per incontrare il palato italiano. Una scelta comprensibile dal punto di vista commerciale, ma penalizzante in una gara che cerca l’eccellenza.

Mamajuana: il trionfo dell’autenticità domenicana

La svolta della gara è arrivata in via Carlo Maria Maggi, da Mamajuana, il ristorante che porta i sapori dei Caraibi a Milano. Il picapollo domenicano ha conquistato entrambi i giudici con la sua autenticità e il sapore deciso che caratterizza la cucina caraibica.

Alessandro e Joe sono stati unanimi nell’entusiasmo: 9 per entrambi, voti che fotografano perfettamente un piatto che ha saputo mantenere le caratteristiche originali senza compromessi. Il picapollo è il pollo fritto per eccellenza della Repubblica Dominicana, caratterizzato da una marinatura a base di aglio, oregano e spezie caraibiche che lo rendono inconfondibile.

L’unico appunto di Joe riguardava la rivisitazione americana del piatto, più che domenicana secondo la sua opinione. Ma il sapore autentico e la tecnica di cottura impeccabile hanno fatto dimenticare questa osservazione, portando il locale caraibico direttamente al primo posto della classifica.

La cucina creola che conquista Milano

Mamajuana rappresenta quella cucina creola che nasce dall’incontro tra tradizioni europee, africane e indigene americane. Il pollo fritto domenicano si distingue da quello americano per l’uso massiccio di aglio, l’oregano e soprattutto il sofrito, il condimento base della cucina caraibica fatto con peperoni, cipolle e erbe aromatiche.

La vittoria del picapollo dimostra che l’autenticità paga: in un mondo dove tutto si omologa, i sapori decisi e caratteristici riescono ancora a conquistare anche i palati più esperti. La scelta del ristorante di non adattare la ricetta al gusto italiano si è rivelata vincente.

Taiwan: il basilico che fa la differenza

La quarta tappa ha portato i giudici in via Turati, da Taiwan, il ristorante che dal 1996 porta la cucina dell’isola asiatica a Milano. Una storia lunga trent’anni che ha fatto di questo locale un punto di riferimento per la comunità taiwanese e per gli amanti della cucina asiatica autentica.

Il pollo presentato utilizzava la sovracoscia invece del petto, una scelta tecnica che garantisce maggiore succosità. Ma il vero colpo di genio è stato l’abbinamento con il basilico fritto: “Una bomba”, secondo Joe, che ha apprezzato la frittura perfetta e l’originalità dell’accostamento.

I voti finali hanno premiato la qualità tecnica: 9 per Alessandro e 8 per Joe, numeri che collocano Taiwan al secondo posto della classifica. La scelta di non seguire la tradizione taiwanese delle grandi cotolette, adattando il formato a bocconcini più facilmente gestibili, si è rivelata vincente.

La tradizione taiwanese reinterpretata

La cucina di Taiwan risente delle influenze multiple della storia dell’isola: cinese, giapponese e aborigena si mescolano creando sapori unici. Il pollo fritto taiwanese tradizionale prevede fette enormi di petto impanate e fritte, spesso condite con spezie locali come la polvere di pepe bianco.

L’idea del basilico fritto richiama la tradizione del sanbeiji (pollo ai tre bicchieri), uno dei piatti più famosi di Taiwan che unisce pollo, basilico santo e salsa di soia. Un accostamento che dimostra come l’adattamento possa essere creativo senza tradire l’autenticità.

Vittorio l’assassino: la spalla comica perfetta

Non si può chiudere questa cronaca senza un pensiero per Vittorio “l’assassino”, l’autista che Joe definisce ironicamente il suo killer personale. Questo personaggio, diventato ormai un cult per i follower di Foodish, rappresenta quella Milano popolare che fa da contraltare all’eleganza della città della moda.

Chissà cosa avrà combinato stavolta questo autista sui generis: probabilmente avrà commentato ogni tappa con la sua filosofia da milanese doc, magari esprimendo giudizi taglienti sui locali visitati. La sua presenza silenziosa ma costante è diventata parte integrante dello show, una spalla comica involontaria che regala sempre qualche momento di ilarità.

Il rapporto Joe-Vittorio rappresenta perfettamente il contrasto tra il food critic esigente e il pragmatismo milanese di chi la città la vive tutti i giorni. Un duo comico che funziona proprio perché non è forzato, ma nasce dalla genuinità dei caratteri.

Il verdetto: l’autenticità batte l’innovazione

La vittoria del Mamajuana racconta molte cose della Milano gastronomica di oggi. Primo, che l’autenticità ha ancora un valore in un mondo sempre più omologato. Secondo, che i sapori decisi e caratterizzanti riescono a distinguersi in un panorama saturo di proposte.

Il secondo posto di Taiwan e i voti buoni ma non eccellenti di Slay e Dream fotografano una classifica equilibrata dove la qualità tecnica è riconosciuta ma l’originalità fa la differenza. Dream paga il tentativo di adattamento eccessivo, mentre Slay sconta l’eccesso di impanatura nonostante la qualità della materia prima.

Questa gara di Foodish dimostra che Milano è ormai una città globale anche dal punto di vista gastronomico: in pochi chilometri si può viaggiare dall’America ai Caraibi, dalla Corea a Taiwan, scoprendo che la qualità non ha nazionalità ma ha sempre un denominatore comune: la passione di chi cucina.

E tu quale pollo fritto preferisci? Hai mai provato il picapollo domenicano o ti sei fermato al classico americano? Secondo te l’autenticità è più importante dell’adattamento al gusto locale? Raccontaci la tua esperienza nei commenti: ogni città ha i suoi tesori nascosti e Milano ne ha davvero tanti da scoprire!

Tags: FoodishJoe Bastianich
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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

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