Mike Flanagan è diventato, negli ultimi anni, uno dei nomi più associati a Stephen King. E ci sta. Ha diretto Il gioco di Gerald, Doctor Sleep, The Life of Chuck, sta lavorando a una nuova versione di Carrie, ha in ballo The Dark Tower e potrebbe persino rimettere mano a The Mist. Insomma, se oggi a Hollywood dici “adattamento da Stephen King”, qualcuno in sala riunioni probabilmente risponde “chiamiamo Flanagan” prima ancora di finire il caffè. Però, con tutto il rispetto per lui, il trono è ancora occupato da un altro: Frank Darabont.
E non è una questione di quantità. È una questione di colpi andati a segno.
Darabont ha diretto tre adattamenti da Stephen King che, messi uno accanto all’altro, fanno quasi paura per quanto funzionano: Le ali della libertà, Il miglio verde e The Mist. Tre film diversissimi, anche se due sono ambientati in un contesto carcerario. Uno è un dramma sulla speranza, uno è una favola tragica sul dolore e sulla grazia, uno è un horror cattivissimo sulla paura e sulla disperazione. Tre film che dimostrano una cosa semplice: Darabont non si limita a “trasportare” King sullo schermo. Lo capisce.
E capire Stephen King non è facile.
Perché King non è solo mostri, clown, hotel infestati e nebbie piene di tentacoli. King è soprattutto persone. Persone comuni dentro situazioni impossibili. Amicizie, traumi, paure private, provincia americana, colpe, piccoli atti di coraggio, cattiverie quotidiane, religione deformata, dolore familiare, nostalgia, infanzia. Se prendi solo l’elemento horror e dimentichi l’umanità, hai già perso metà del gioco. Darabont questa cosa l’ha sempre saputa.
Il suo primo adattamento importante è Le ali della libertà, tratto dal racconto lungo “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”. E qui siamo davanti a uno dei casi più belli di film cresciuto nel tempo. Al cinema non fu subito il fenomeno enorme che conosciamo oggi, ma poi è diventato uno dei film più amati di sempre. Un titolo che passa in tv e ti blocca lì, anche se lo hai visto dieci volte. Succede perché Darabont prende una storia di carcere e la trasforma in un racconto sulla resistenza dell’anima. Scusa la frase un po’ alta, ma qui ci sta.
Andy Dufresne e Red non sono solo due personaggi in prigione. Sono due modi diversi di sopravvivere. Uno si aggrappa a un piano quasi impossibile, l’altro ha imparato a non sperare troppo per non farsi male. E in mezzo c’è Shawshank, che non è solo un carcere. È un posto che prova a convincerti che il mondo sia finito lì dentro. Darabont non forza la mano. Non trasforma tutto in melodramma urlato. Lascia che la speranza arrivi piano, come una crepa nel muro.
E poi aggiunge quel finale.
Nel racconto di King c’è una chiusura più sospesa, più aperta. Nel film, invece, Darabont decide di portarci fino all’incontro tra Andy e Red sulla spiaggia. Qualcuno potrebbe dire che è più sentimentale. Sì, forse. Ma è anche perfetto. Dopo tutto quello che abbiamo visto, dopo anni di attesa, dolore e silenzi, quel momento non sembra una concessione facile. Sembra il respiro che il film si era meritato.
Con Il miglio verde, Darabont cambia registro ma resta dentro un mondo di muri, celle e condanne. Anche qui siamo in prigione, ma l’atmosfera è diversa. C’è il braccio della morte, c’è il sovrannaturale, c’è John Coffey, una delle figure più dolenti e memorabili uscite dall’universo di King. Il film è lungo, ampio, pieno di personaggi, eppure non si perde. Darabont riesce a tenere insieme il racconto corale e l’intimità emotiva.
Il miglio verde è uno di quei film che ti mette davanti alla crudeltà umana senza toglierti del tutto la possibilità di credere in qualcosa di buono. È un equilibrio difficile. Troppo zucchero e diventa ricattatorio. Troppa durezza e perde la parte miracolosa. Darabont, invece, trova la misura. O quasi sempre, almeno. Si concede il sentimento, certo, ma non lo usa come trucco economico. Lo costruisce.
Tom Hanks, Michael Clarke Duncan, Sam Rockwell, David Morse, Bonnie Hunt, James Cromwell: ogni volto sembra stare nel posto giusto. E anche qui si capisce il punto: Darabont non è interessato solo alla trama. È interessato al peso morale delle storie. A cosa succede quando un uomo buono si trova dentro un sistema che non sa riconoscere la bontà. A cosa resta addosso a chi deve eseguire una condanna, anche quando sa che qualcosa non torna.
Poi arriva The Mist, e lì Darabont prende King per mano e lo porta in un posto ancora più buio.
Il film parte da un’idea semplice e geniale: una nebbia misteriosa avvolge una cittadina e un gruppo di persone resta intrappolato in un supermercato. Fuori ci sono creature mostruose. Dentro, pian piano, gli esseri umani diventano quasi peggio. Ed è molto King, questo. Il mostro fuori spaventa, sì. Ma il vicino di corsia che perde la testa, si aggrappa al fanatismo e cerca un capro espiatorio può fare molto più male.
The Mist è un horror sporco, teso, cattivo. Non ha l’eleganza malinconica di Le ali della libertà, non ha la grandezza tragica de Il miglio verde. Ha paura. Sudore. Panico. Gente chiusa in un posto normale che smette di essere normale nel giro di poche ore. E poi ha uno dei finali più devastanti del cinema horror moderno.
Qui Darabont cambia il finale di King. E lo cambia pesantemente. Nel racconto, la chiusura è più ambigua, aperta, quasi sospesa nella disperazione. Nel film, invece, arriva un pugno nello stomaco che non si dimentica. È un finale crudele, terribile, quasi insopportabile. Ma funziona. Anzi, è diventato uno dei motivi per cui The Mist continua a essere discusso ancora oggi. E la cosa più curiosa è che King stesso ha apprezzato quel finale. Quando l’autore ti dice che forse hai trovato una chiusura ancora più potente della sua, direi che qualcosa hai fatto bene.
Ed è qui che Darabont dimostra di essere un grande adattatore. Non è fedele per paura. Non cambia per vanità. Capisce quando rispettare il testo e quando il cinema ha bisogno di un gesto diverso. Il miglio verde resta molto vicino al romanzo. Le ali della libertà aggiunge una chiusura più emotiva. The Mist tradisce il finale originale, ma lo fa per colpire più forte. Tre approcci diversi, tre risultati fortissimi.
Mike Flanagan, sia chiaro, non va sminuito. Anzi. Il suo lavoro su Doctor Sleep era difficilissimo, perché doveva fare una cosa quasi impossibile: essere sequel del romanzo di King e, allo stesso tempo, dialogare con il film di Kubrick, che King ha sempre avuto un rapporto complicato con Shining di Kubrick, diciamolo con delicatezza. Flanagan è riuscito a costruire un ponte tra due mondi che sembravano quasi incompatibili. Non era scontato.
Anche Il gioco di Gerald era un adattamento complicato. Gran parte della storia si svolge in una stanza, con una donna immobilizzata e la tensione tutta giocata sulla mente, sul corpo, sul trauma. Flanagan lo ha trasformato in un film solido, disturbante, molto più efficace di quanto si potesse immaginare sulla carta. E The Life of Chuck ha mostrato un’altra faccia di King, quella più esistenziale e meno horror, confermando che Flanagan non è interessato solo ai jumpscare o alle case infestate. Vuole davvero entrare nella parte più emotiva dello scrittore.
Però Darabont, per ora, resta davanti.
Perché i suoi tre film hanno una compattezza impressionante. Non sembrano solo buoni adattamenti. Sembrano film destinati a restare. Le ali della libertà è diventato un classico popolare. Il miglio verde è uno di quei drammi che continuano a commuovere generazioni diverse. The Mist è un horror che ha ancora una reputazione fortissima, soprattutto per quel finale da “ok, adesso mi siedo e fisso il muro per dieci minuti”.
Ci sono anche altri registi da citare, ovviamente. Rob Reiner ha fatto due adattamenti splendidi: Stand by Me, tratto da “Il corpo”, e Misery non deve morire. Due film diversissimi e fondamentali. Stand by Me è forse uno dei racconti più belli sull’infanzia, sull’amicizia e sulla perdita dell’innocenza. Misery, invece, è un thriller claustrofobico memorabile, con Kathy Bates in una performance entrata nella storia. Reiner, se avesse continuato ad adattare King con quella qualità, sarebbe nella discussione per il primo posto senza problemi.
Poi c’è Mick Garris, che ha adattato tanto King, soprattutto per la televisione: L’ombra dello scorpione, Shining nella miniserie del 1997, Desperation, Riding the Bullet, Sleepwalkers. Non tutto allo stesso livello, certo, ma la sua importanza nella storia degli adattamenti kinghiani è reale. Ha portato King in tv per anni, con budget spesso più limitati e con risultati alterni ma affettuosi.
Flanagan, però, è quello che oggi può davvero insidiare Darabont. Se riuscisse a fare una grande Carrie, se riuscisse davvero a mettere mano a The Dark Tower senza perdersi nel labirinto, se riuscisse perfino a dare una nuova versione di The Mist che non sembri inutile accanto a quella del 2007, allora la discussione cambierebbe. Perché non basta amare King. Bisogna anche scegliere la forma giusta per ogni storia.
Ecco perché Darabont resta il modello. Ha preso tre opere di King e ha capito che ognuna chiedeva un film diverso. Non ha cercato di imporre sempre lo stesso stile. Ha seguito il cuore del racconto. La speranza in Shawshank. La pietà nel Miglio Verde. La disperazione in The Mist.
Forse il segreto è proprio questo: Darabont non ha mai trattato Stephen King come “l’autore dell’horror”. Lo ha trattato come uno scrittore di esseri umani messi davanti all’impossibile. E quando parti da lì, il mostro può essere una creatura nella nebbia, un sistema carcerario, un fanatico religioso o la perdita della speranza. Cambia la faccia, non cambia il terrore.
Quindi sì, Mike Flanagan è bravissimo. E forse un giorno supererà tutti. Ma per ora, se dobbiamo scegliere il regista che ha portato Stephen King al cinema nel modo più potente, il nome resta Frank Darabont. Tre film. Tre centri. E una lezione semplice: adattare King non significa solo spaventare. Significa farci credere che, anche nell’orrore, ci siano persone vere.
Secondo te il miglior regista di adattamenti da Stephen King è ancora Frank Darabont, oppure Mike Flanagan sta già preparando il sorpasso? Scrivilo nei commenti.


