C’è una cosa che succede puntualmente quando Mission Impossible: Protocollo Fantasma appare su Netflix o Paramount+. Lo vedi in homepage, ti fermi un secondo, pensi “ah, Protocollo Fantasma” con quel tono da persona che lo conosce bene ma non lo rivede da anni, e poi clicchi su qualcos’altro. Poi magari un’ora dopo, dopo aver scartato mentalmente tredici alternative senza un motivo preciso, ci torni su. A quel punto parte la scena del Burj Khalifa e passi i venti minuti successivi con la mascella leggermente aperta e il telefono abbandonato sul cuscino.
Questo è il film. Non il più cerebrale della saga, non il più complesso, ma probabilmente il più bello da guardare. E quello con la storia dietro le quinte più assurda, il che è già un motivo sufficiente per parlarne.
La Paramount voleva cancellarlo prima ancora di girare
Cominciamo dall’inizio, che in questo caso significa: come si fa a quasi non fare un film che poi diventa il migliore della serie. Nel 2010 la Paramount aveva già avviato la pre-produzione di Protocollo Fantasma, il team stava lavorando, le prove erano in corso, e a un certo punto arrivò la notizia che lo studio stava considerando di cancellare tutto. Senza aver girato un fotogramma, senza una ragione eclatante: quella cosa tipica delle case di produzione che a un certo punto guardano i numeri, guardano il rischio, e cominciano a fare quel ragionamento che i creativi chiamano “visione” e i contabili chiamano “analisi costi-benefici.”
Tom Cruise andò di persona in riunione con i dirigenti. Quello che si disse in quella stanza non è mai trapelato del tutto, ma il risultato fu che ne uscì con il via libera. Il film si fece, incassò 694 milioni di dollari nel mondo, e salvò una saga che dopo il terzo capitolo stava perdendo slancio. La lezione morale è che a volte conviene andare di persona a fare le riunioni invece di mandare un’email, ma questa è una riflessione che si applica anche alla vita quotidiana e che probabilmente ignorerai lo stesso.
Il regista che veniva dai cartoni animati Pixar
Brad Bird, il regista di Protocollo Fantasma, aveva diretto due film prima di questo. Il primo era Gli Incredibili. Il secondo era Ratatouille. Entrambi animazione, entrambi Pixar, entrambi film che chiunque abbia avuto bambini negli anni Duemila conosce a memoria anche senza averli scelto consapevolmente.
La Paramount decise che questa era la persona giusta per dirigere un film d’azione con Tom Cruise che si arrampica sull’edificio più alto del mondo. Il ragionamento aveva una sua logica: Bird sapeva costruire sequenze d’azione spettacolari, sapeva gestire il ritmo, sapeva tenere lo spettatore incollato. Il fatto che lo avesse fatto finora con personaggi animati era un dettaglio, non un problema.
Bird accettò, e portò sul set una regola creativa che spiega gran parte del motivo per cui Protocollo Fantasma funziona in modo diverso dagli altri capitoli della saga: ogni gadget usato dai personaggi doveva rompersi o malfunzionare durante la missione. Nessuna tecnologia perfetta, nessuno strumento che fa esattamente quello che deve fare nel momento in cui serve. I guanti appiccicosi si scaricano a metà scalata. La maschera proiettiva si inceppa al momento sbagliato. Il sistema di controllo remoto va in tilt. È questa insistenza sul caos come condizione normale della missione che rende il film vivo, e ti fa stare sul bordo del divano anche sapendo già come va a finire.
Duecento ore di prove su una parete costruita a Praga
Adesso arriviamo alla parte che tutti conoscono ma che vale raccontare con i dettagli giusti, perché è più assurda di quanto sembri a prima vista. Cruise voleva scalare davvero il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo con i suoi 829 metri. Il coordinatore degli stunt, Gregg Smrz, racconta di aver guardato Bird in faccia e di avergli chiesto: “Hai idea di quello che stiamo per fare?” La risposta implicita era no, ma andarono avanti lo stesso.
Prima di mettere piede sul vero edificio a Dubai, il team costruì una replica di tre piani del Burj su un set a Praga. La alzarono gradualmente fino alla posizione verticale e per mesi Cruise con la squadra ci si esercitò. Duecento ore di prove per una scena che dura otto minuti sullo schermo. Duecento ore: se avessi impiegato lo stesso tempo a imparare qualcosa di utile nella vita, adesso parleresti fluentemente almeno due lingue straniere. Lui invece preferì arrampicarsi su una parete finta per essere pronto ad arrampicarsi su una parete vera. Ognuno fa le sue scelte.
Il proprietario dell’edificio che diceva no a tutto
La parte che non si racconta abbastanza è quella delle trattative con il proprietario del Burj Khalifa. All’inizio la risposta a qualsiasi richiesta della produzione era no. Vuoi usare i piani superiori? No. Vuoi portare Cruise fuori dall’edificio? No. Vuoi rimuovere dei pannelli di vetro? Assolutamente no.
Il coordinatore degli stunt soprannominò il responsabile delle autorizzazioni “Dr. No”, riferimento a James Bond e giudizio piuttosto preciso sulla situazione. Poi, piano piano, la produzione dimostrò di lavorare con cura e rispetto verso l’edificio, e il Dr. No cominciò a cedere. Prima un permesso, poi un altro. Alla fine consentì di rimuovere diciassette pannelli di vetro per far passare Cruise e le telecamere. Diciassette. Il Dr. No era diventato, se non un sì entusiasta, almeno un “fate quello che volete ma poi rimettete tutto a posto.”
518 metri di altezza, cavi rimossi digitalmente e un Tom Cruise che sembra sereno
Quando Cruise scalò il vero Burj Khalifa si trovava a 518 metri di altezza. Per dare un riferimento concreto: la Torre Eiffel arriva a 330 metri. Lui era quasi duecento metri sopra la Torre Eiffel, aggrappato all’esterno dell’edificio più alto del mondo, con cavi di sicurezza fissati alla struttura. Quei cavi, nelle immagini definitive del film, non si vedono: la ILM li ha rimossi digitalmente in post-produzione, fotogramma per fotogramma.
Quello che rimane è Cruise che sembra libero nel vuoto, che scivola lungo la superficie di vetro con una velocità impossibile, che si lancia giù in una caduta controllata e riemerge con quella faccia da “sì, l’ho fatto davvero.” Il coordinatore degli stunt ha dichiarato che probabilmente quella cosa non la rifaranno mai più, che le autorizzazioni per un’operazione del genere su quell’edificio sono qualcosa che difficilmente si otterranno di nuovo. Era la prima e probabilmente l’ultima volta che succedeva.
Léa Seydoux e Paula Patton fecero lo stesso, per solidarietà o per sfida
Quando Cruise decide di fare da solo i propri stunt, il messaggio che arriva al resto del cast è implicito ma chiarissimo: non sei obbligato, ma se puoi, è meglio. Léa Seydoux e Paula Patton, che hanno una scena di combattimento ambientata ai piani alti del Burj Khalifa, decisero di seguire l’esempio e rinunciarono alle loro controfigure. Tre attori che hanno eseguito i propri stunt nello stesso edificio, ad altezze diverse, in giorni diversi. La produzione di Protocollo Fantasma sembra un posto in cui la parola “prudenza” veniva usata esclusivamente in senso ironico.
Il parcheggio di Mumbai costruito in sei mesi per una scena
La scalata al Burj Khalifa è la sequenza più famosa del film, ma non è l’unica cosa costruita appositamente per Protocollo Fantasma. Il parcheggio automatico a più livelli in cui si svolge il combattimento finale non esisteva nella realtà: fu realizzato da zero, su indicazioni precise della produzione, nel corso di sei mesi. Sei mesi di costruzione per una scena che dura una decina di minuti.
È il tipo di informazione che cambia leggermente il modo in cui guardi quella sequenza. Non è un set trovato per opportunità, non è un luogo esistente adattato: è uno spazio progettato pensando esattamente a come le telecamere avrebbero dovuto muoversi, dove la luce avrebbe dovuto cadere, come i corpi degli attori avrebbero dovuto interagire con l’ambiente. Un’architettura creata per essere filmata e poi smontata. Il cinema, quando decide di sprecare risorse, lo fa in modo magnifico.
La stazione di Budapest era a Praga
C’è un dettaglio che riguarda la scena di apertura del film, quella ambientata alla stazione ferroviaria di Budapest, che è diventato un esempio classico di come il cinema trasformi un posto in un altro senza che nessuno se ne accorga. Quella stazione non è a Budapest. È la stazione principale di Praga, con la sua grande hall in stile Art Nouveau che evidentemente si prestava meglio di qualsiasi stazione ungherese reale.
È lo stesso meccanismo del Vaticano nel terzo film che era la Reggia di Caserta. Il cinema ha questa capacità sistematica di convincerti di essere da qualche parte mentre sei da tutt’altra parte, e la cosa interessante è che funziona sempre, a prescindere da quante volte te lo spiegano.
Protocollo Fantasma salvò la saga nel momento in cui sembrava esaurirsi
Il terzo capitolo della serie aveva incassato 398 milioni nel mondo, il meno redditizio fino ad allora. Qualcuno a Hollywood cominciava a chiedersi se la formula di Cruise agente segreto non avesse esaurito la sua spinta. Protocollo Fantasma rispose a quella domanda nel modo più diretto possibile: 694 milioni di incasso globale, recensioni entusiastiche, pubblico che usciva dalla sala con la sensazione di aver visto qualcosa di fisicamente impossibile trasformato in cinema.
Da quel momento i capitoli successivi della serie hanno continuato a spingersi sempre più in là, ogni volta con stunt più elaborati, ogni volta con Cruise sinceramente convinto che il rischio calcolato sia un ottimo modo di trascorrere il proprio tempo. Il risultato è che adesso, ogni volta che esce un nuovo Mission Impossible, la prima domanda non è “di cosa parla” ma “cosa rischia questa volta.”
E Protocollo Fantasma è il film in cui è cominciato tutto questo, quello in cui Cruise si è arrampicato sull’edificio più alto del mondo per dimostrare che non stava bluffando. Il proprietario aveva detto no. La Paramount aveva quasi cancellato tutto. Il regista veniva dai cartoni animati.
Poi è uscito il film, e a quel punto non aveva più importanza nessuno dei tre problemi.


