Monica Bellucci è arrivata al Festival di Cannes 2026 con due film, Histoires de la nuit e Butterfly Jam, ma nelle sue parole al settimanale F c’è molto più di una semplice promozione. C’è una donna che guarda il tempo senza paura, una madre che osserva le figlie crescere e un’ex compagna che parla di Tim Burton senza rancore, con quella frase che sembra chiudere una porta ma senza sbatterla: “Quello che abbiamo avuto non finirà mai”. La loro separazione era stata annunciata nel settembre 2025 con un comunicato in cui si parlava di rispetto e cura reciproca.
A Cannes, Bellucci porta due lavori molto diversi. In Histoires de la nuit interpreta Cristina, una donna austera, solitaria, indurita dalla vita. Non una figura costruita per apparire seducente, non una variazione elegante della solita icona di bellezza italiana. Lei stessa ha spiegato che il personaggio è una donna di sessant’anni che li mostra senza filtri, senza trucchi e senza sconti. E questa frase, detta da una donna che per decenni è stata raccontata quasi sempre attraverso la bellezza, pesa parecchio.
Perché Monica Bellucci è stata una modella, una diva, un simbolo di fascino italiano nel mondo. Però ora sembra interessata a un’altra cosa: non difendere l’immagine a ogni costo. Nel film di Léa Mysius, tratto da Histoire de la nuit, accetta di farsi vedere in una forma più severa, meno protetta, più legata al tempo che passa. Già nel 2025 aveva raccontato di essere al lavoro su questo progetto francese, confermando il legame con il film durante un’intervista.
E forse è proprio qui che Bellucci risulta più interessante oggi. Non perché neghi il passato, ci mancherebbe. Sarebbe anche impossibile. Ma perché sembra aver trovato una libertà nuova nel non dover più dimostrare sempre la stessa cosa. A una certa età, dice in sostanza, l’immagine non è più il centro. Conta la profondità che arriva vivendo, sbagliando, cambiando pelle. E per un’attrice, questa può essere una fase preziosa.
In Butterfly Jam, invece, la presenza è diversa: Monica Bellucci interpreta sé stessa, o almeno entra nel film come figura reale, evocata attraverso immagini, riferimenti e una presenza diretta. Un gioco di specchi curioso, perché da una parte c’è il personaggio duro e consumato di Histoires de la nuit, dall’altra c’è la Bellucci icona, riconosciuta, guardata, citata. Due modi diversi di stare dentro il cinema: sparire in una donna ferita oppure apparire come mito già costruito.
Poi ci sono le figlie, Deva e Léonie, e qui il tono cambia. Bellucci parla di Deva con orgoglio evidente. La figlia avuta con Vincent Cassel si sta costruendo un percorso nel cinema e nella moda, e Monica non sembra vivere questa crescita come una competizione, anzi. Dice di trovare bellissimo vederla andare più veloce di lei, volare, superarla. Una frase non scontata. Perché tra madri e figlie famose il paragone è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando il cognome è pesante e la bellezza diventa subito argomento pubblico.
Deva, secondo Bellucci, aveva già da bambina una vena artistica molto chiara. Lo vedeva nel modo in cui dipingeva, ascoltava musica, guardava film, faceva domande. Ora ha iniziato in Italia, ha girato in Francia e anche negli Stati Uniti. Non viene raccontata come una ragazza spinta a forza dentro un’eredità familiare, ma come una persona che sta scegliendo una strada propria. E qui Monica sembra fare un passo indietro con eleganza: non si mette al centro, non si appropria del percorso della figlia. La guarda andare.
C’è poi Léonie, ancora a scuola, con due anni di liceo davanti. Anche lei, racconta Bellucci, ha uno spirito artistico: le piace la musica, il canto. Ma qui la parola più bella è “non c’è fretta”. In un mondo che spesso pretende di trasformare ogni talento in carriera immediata, ogni adolescente in personaggio, ogni figlio d’arte in progetto pubblico, Monica sembra scegliere la calma. Léonie può restare ragazza. Può studiare, provare, cambiare idea. Che sollievo, ogni tanto.
Sul fronte sentimentale, invece, Bellucci resta più riservata. Con Tim Burton la storia è finita, ma non sembra esserci spazio per parole dure. Dopo la separazione, aveva già dichiarato a Vogue Italia che Burton avrebbe sempre avuto un posto unico nel suo cuore. Ora il senso resta lo stesso: quello che hanno vissuto non sparisce, si trasforma. Affetto e rispetto restano.
Del resto, la loro storia era stata molto osservata. Si erano incrociati per la prima volta a Cannes nel 2006, poi si erano ritrovati anni dopo, quando Bellucci consegnò a Burton un premio al Lumière Festival. La relazione era stata confermata nel 2023, con apparizioni pubbliche rare ma molto commentate. Lui l’ha poi diretta in Beetlejuice Beetlejuice, dove Monica interpretava Delores.
Quando le chiedono come vada l’amore oggi, però, Bellucci risponde rivendicando il diritto alla privacy. E fa bene. Non tutto deve essere trasformato in frase da titolo, anche se poi noi i titoli li facciamo, vabbè. Ma c’è un limite sano: una donna può parlare di lavoro, età, figlie, passato, senza dover per forza consegnare anche il presente sentimentale.
Alla fine, questa intervista racconta una Monica Bellucci molto meno ingessata dell’immagine che spesso le è stata cucita addosso. Non solo bellezza, non solo diva, non solo musa. Una donna che accetta il tempo, sostiene le figlie senza invaderle, parla di un amore finito senza veleno e continua a lavorare scegliendo ruoli anche scomodi.
E forse è proprio questa la parte più bella: Monica Bellucci non sta cercando di restare ferma. Sta cambiando. Con calma, con discrezione, ma senza chiedere permesso.
Tu cosa ne pensi: Monica Bellucci sta vivendo la fase più libera della sua carriera? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


