Ci sono voci che arrivano già formate. Nicolò Filippucci – classe 2006, da Castiglione del Lago in Umbria, chitarra in mano dall’età di 7 anni, coro delle voci bianche al Conservatorio Morlacchi di Perugia da quando ne aveva 9 – approda al Festival di Sanremo 2026 tra le Nuove Proposte con un curriculum che molti artisti adulti si sognano. Ha fatto il serale di Amici e stasera nella seconda serata ha superato la semifinale contro il trio composto da Blind, El Ma e Soniko senza che ci fosse partita – generi e categorie diverse. Domani sera sarà in finale contro la bravissima Angelica Bove. Il brano si chiama “Laguna”, è scritto da Riccardo Schiara (Arashi) e Leonardo Lamacchia, prodotto da Gianmarco Grande, ed è già il più ascoltato su Spotify tra tutti e quattro i concorrenti delle Nuove Proposte. Peccato che non abbia partecipato alla scrittura, per noi sarebbe stato un bel punto in più. Eppure Filippucci dice che la sua carta vincente è semplicemente la sincerità. E dopo averlo ascoltato bene, ci si crede.
Un silenzio accumulato troppo a lungo
“Laguna” apre con una confessione secca che non lascia margini: “non sono riuscito mai a farti capire quello che volevo”. Non c’è accusa verso l’altra persona – c’è un’assunzione di responsabilità mista a frustrazione per i tempi sempre sbagliati. Il problema non è cosa dire, ma quando dirlo: “non era mai il momento giusto per aprire bocca”. La parola viene rimandata, trattenuta, e quel silenzio accumulato diventa vuoto. Quando l’altra persona decide finalmente di voler parlare, è già troppo tardi – e lo fa “solo quando sente che le faccia bene”, trasformando la comunicazione in uno strumento di auto-protezione più che di relazione reale.
Poi arriva un elenco di ricordi concreti e quotidiani: cene insieme, voli presi, cascate, ore in macchina, la sigaretta sul balcone per non litigare. Non è poesia astratta – è la specificità dei dettagli a rendere il dolore credibile. Chiunque abbia vissuto la fine di una storia riconosce esattamente questo catalogo domestico di momenti che non torneranno.
Il costo di dimenticarsi di se stessi
Il pre-ritornello porta la confessione più onesta del brano: “ero pronto a mettermi continuamente in discussione / fino a dimenticarmi di me stesso”. Detto due volte, quasi a sottolineare quanto fosse radicato. È la descrizione precisa di una dinamica relazionale tossica: non l’ostilità dichiarata, ma l’erosione silenziosa di sé stessi nel tentativo di mantenere in piedi qualcosa che non reggeva più. Non c’è rabbia in queste parole – c’è la lucidità fredda di chi ha già capito cosa è andato storto, ma solo adesso riesce a dirlo.
La laguna come luogo dell’anima
Il ritornello è costruito su una serie di immagini acquatiche che si sovrappongono con precisione. La notte sembra un inferno, manca l’aria quando la perdi – e poi il ribaltamento: “tu mi scivoli addosso, ora sei acqua passata”. Dire “acqua passata” dovrebbe significare superamento. Ma il testo lo ripete ossessivamente per tutta la seconda parte del brano, e quella ripetizione dice esattamente il contrario: se fosse davvero passata, non ci sarebbe bisogno di ricordarselo ogni cinque secondi.
L’immagine centrale è la più riuscita: “ci siamo persi in mezzo alla laguna / come radici in cerca della luna”. La laguna non è né terra né mare – è uno spazio sospeso senza direzione, né arrivo né partenza. Le radici di un albero affondano verso il basso per trovare nutrimento e stabilità; qui invece cercano la luna, qualcosa di irraggiungibile e per definizione lontano. È l’immagine di una relazione che non ha mai trovato un appiglio solido, che ha cercato nel posto sbagliato la cosa giusta.
Consapevolezza senza liberazione
La seconda strofa aggiunge un elemento nuovo che cambia il peso dell’intera storia: “sai anche tu che questa storia non ci fa più bene / se le tue bugie sono l’unica cosa che mi dai da bere”. Qui non c’è più idealizzazione del passato – c’è consapevolezza. Entrambi sanno che è finita, che non funziona. Ma sapere non significa essere liberi. Il dolore continua a stagnare, come l’acqua ferma di una laguna che non scorre verso nessuna foce.
Il finale – con “tu mi scivoli addosso” ripetuto tre volte in rapida successione – costruisce una tensione quasi ossessiva. Filippucci ha spiegato di vedere “Laguna” come “uno spazio fatto di pensieri, di ricordi d’amore e di confusione”, e ha aggiunto che la canzone è universale proprio perché tutti, almeno una volta, si sono ritrovati a galleggiare nei ricordi di qualcuno. È una descrizione perfetta: non è la storia di una rottura drammatica, ma quella del galleggiamento emotivo che viene dopo.
Analisi sonora: una power ballad con radici nel cantautorato
L’ascolto dell’audio rivela una produzione firmata Gianmarco Grande che lavora nella zona di confine tra la ballad pop contemporanea e il cantautorato più tradizionale. L’arrangiamento parte scarno – chitarra acustica in primo piano, struttura ritmica contenuta – e si apre progressivamente verso un ritornello con più corpo armonico, archi sintetici discreti e un basso che entra a supportare il climax emotivo.
Il paragone con l’estetica di Brividi di Blanco e Mahmood che circola in questi giorni non è campato in aria: c’è la stessa tensione tra un’intimità quasi sussurrata nelle strofe e un’apertura emotiva nel ritornello, con quella qualità ipnotica nella ripetizione. Ma Filippucci porta un timbro diverso – più caldo, meno tagliente – e una gestione dinamica della voce che colpisce per la sua maturità.
Il registro medio-basso è ricco e controllato; il passaggio verso le note più acute nel ritornello avviene senza forzature, con un fraseggio naturale che non scende mai nel manierismo. Per un 19enne che debutta all’Ariston, la tenuta emotiva e tecnica è notevole. La produzione lascia sempre spazio alla voce senza sovraccaricarla – una scelta che premia chi sa cantare davvero.
“Laguna” è un brano che cresce con gli ascolti – quante più volte la senti, tanti più dettagli emergono. Tu l’hai sentita stasera? Pensi che Filippucci possa vincere le Nuove Proposte domani sera contro la bravissima Angelica Bove? Dimmelo nei commenti.
Il testo di Laguna
Non sono riuscito mai a farti capire quello che volevo
Non era mai il momento giusto per aprire bocca
E sento il vuoto e ora vuoi parlare
Solo quando senti che ti faccia bene
Mancheranno queste cose
Tutte quelle cene insieme
I voli presi, le cascate
Le ore in macchina a guidare
E fumavi sul balcone
Tutte quelle sere per non litigare
Sai che non mi piace
Preferisco stare qui a guardare, male
Ero pronto a mettermi continuamente in discussione
Fino a dimenticarmi di me stesso
Dimenticarmi di me stesso
Ritornello
La notte sembra un inferno, voglio ancora
Averti a meno di un soffio
Manca l’aria
Quando mi perdi e senza una parola
Ti prendi tutto e tutta la paura
E tu mi scivoli addosso
Ora sei acqua passata
Ci siamo persi in mezzo alla laguna
Come radici in cerca della luna
Sai anche tu che questa storia non ci fa più bene
Se le tue bugie sono l’unica cosa che mi dai da bere
Tu mi scivoli
Addosso
Tu mi scivoli
Addosso
Tu mi scivoli addosso
Ora sei acqua passata
(x2)



Bellissima la tua analisi con la quale concordo pienamente
Il brano colpisce, ti resta in mente.
Nicolò davvero un interprete spettacolare.