Ci sono interviste televisive che guardi distrattamente mentre fai altro, e interviste che ti fanno posare quello che stai facendo e stare zitto. Quella di Nino D’Angelo a Verissimo appartiene alla seconda categoria, e non perché contenga rivelazioni clamorose o colpi di scena costruiti a tavolino, ma perché c’è qualcosa nel modo in cui quest’uomo racconta la propria vita che suona vero anche quando dovresti essere abituato a sentire storie difficili in televisione.
Nino D’Angelo ha settantuno anni, viene dai vicoli di Napoli, ha venduto milioni di dischi, ha fatto film, ha attraversato mode e contromode della musica italiana restando sempre riconoscibilmente se stesso. E a un certo punto della sua vita ha lasciato Napoli perché la Camorra aveva sparato a casa sua e gli aveva chiesto un miliardo di lire. Un miliardo. Teniamo questa cifra ferma un momento e lasciamo che faccia il suo effetto.
Quando la Camorra bussa a casa tua, non è uno scherzo
“Pensavo fosse uno scherzo”, ha detto. È quella frase a colpire più di tutto il resto, perché restituisce la dimensione di qualcosa che non riesci ad accettare come reale finché non lo sei costretto. Sparano a casa tua e la prima reazione è pensare che ci sia un errore, che sia un malinteso, che qualcuno abbia sbagliato indirizzo. Poi capisci che non hanno sbagliato niente, e che ti chiedono un miliardo di lire, e che la cosa è molto seria.
La decisione di andarsene da Napoli fu presa per proteggere la moglie e i figli. Punto. Nessuna epica, nessuna narrazione eroica. Una scelta dolorosa fatta con la paura addosso, come avrebbe fatto chiunque avesse una famiglia da proteggere e una minaccia reale davanti. Roma divenne la nuova casa dei D’Angelo, e Napoli rimase lì, a distanza di qualche ora di treno, con tutto quello che significa lasciare il posto in cui sei cresciuto quando non sei tu a volerlo fare.
La mamma, la visita in ospedale e quella frase che non dimentichi
Il capitolo più pesante dell’intervista è quello sulla madre. Pesante nel senso letterale: si sente il peso di ogni parola mentre la dice, quel tipo di peso che hanno le cose che hai elaborato mille volte e che fanno ancora male lo stesso.
La mamma di Nino D’Angelo soffrì molto per quel trasferimento a Roma. Si ammalò. Dimagrì. Lui la accompagnò a fare una visita in ospedale perché la vedeva cambiata. E in ospedale sua madre si addormentò tra le sue braccia e non si svegliò più.
Non c’è un modo per rendere questa frase meno dura di quello che è. “Si è addormentata e non si è più svegliata” è una di quelle costruzioni linguistiche che usi quando vuoi dire una cosa impossibile da dire altrimenti, quando la parola diretta fa troppo male e allora scegli l’immagine più dolce che riesci a trovare. Sua madre era lì, poi non c’era più. Tra le sue braccia. Mentre lui era lì per accompagnarla a una visita di controllo.
C’è qualcosa di insopportabilmente normale in questa scena: un figlio che accompagna la madre dal medico, come fanno in molti a una certa età, come forse hai fatto anche tu o come temi di dover fare. E poi quella normalità si spezza nel modo più definitivo possibile.
Il padre che vendeva le sue foto “per i malati”
La storia non è solo dolore, però, e sarebbe un errore raccontarla come se lo fosse. Perché Nino D’Angelo è anche l’uomo che sorride mentre racconta di suo padre che vendeva le sue foto ai fan dopo i concerti, giustificandosi dicendo che erano per i malati. E quando il figlio scoprì la faccenda e chiese spiegazioni, la risposta fu: “Ma loro sono malati di Nino D’Angelo!”
È il tipo di battuta che funziona perché viene da qualcuno che non stava cercando di essere spiritoso. Suo padre ci credeva, almeno in parte. O forse sapeva benissimo quello che stava facendo e aveva trovato la risposta giusta in anticipo, con quella furbizia affettuosa che certi genitori coltivano come un’arte. In entrambi i casi, il risultato è una scena che ti fa sorridere e ti dice molto su da dove viene Nino D’Angelo, su quale famiglia lo abbia formato.
Il figlio con il vestito addosso e la depressione che finisce lì
Poi c’è il capitolo della depressione, che lui non racconta con i dettagli clinici o con la terminologia che si usa adesso quando si parla di salute mentale, ma con un’immagine sola che vale più di qualsiasi spiegazione. Era nel periodo più buio, quello in cui non riusciva a reagire, in cui le giornate non avevano direzione. E un giorno vide il figlio più grande con il suo vestito addosso, che si stava preparando per andare a una festa.
Non fu un discorso. Non fu una terapia. Fu quell’immagine lì: suo figlio con il suo vestito, che cresceva, che aveva bisogno di un padre presente. “Mi sono reso conto che dovevo reagire per stare accanto a loro.” Fine. Tutta la complessità della depressione, tutta la fatica di uscirne, ridotta all’immagine di un ragazzo con una giacca che non era sua.
Non è una soluzione semplice, sia chiaro. La depressione non finisce perché vedi tuo figlio vestito bene. Ma a volte ci vuole un’immagine concreta, qualcosa di fisico e reale, per trovare il punto da cui ricominciare. Per Nino D’Angelo quel punto fu lì.
Ci sono vite che raccontate sembrano troppo: troppo dolore, troppa intensità, troppi momenti che da soli basterebbero per un’intervista. La vita di Nino D’Angelo è una di queste, e il fatto che riesca a raccontarla con quella semplicità, senza teatro e senza enfasi costruita, dice forse più della sua musica su chi è davvero.
Hai mai avuto un momento in cui un’immagine banale, qualcosa di piccolo e concreto, ti ha fatto capire che era il momento di reagire?


