Elon Musk ha criticato Christopher Nolan per alcune scelte di casting de L’Odissea, e stavolta la polemica non è la solita fiammata social da tre minuti e via. Al centro ci sono Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia e la presenza di Travis Scott nel film, due scelte che stanno facendo discutere parecchio. Musk ha accusato Nolan di aver perso integrità e, dopo la conferma del casting di Nyong’o, ha rilanciato l’idea che il regista stia cercando consensi da premi più che coerenza con il mito. In una risposta su X, ha sintetizzato la sua critica con un secco “he wants the awards”.
Ecco, partiamo da una cosa semplice: Nolan è Nolan. Parliamo di uno che ha costruito una carriera su controllo, rigore, ambizione e una certa aria da “io non faccio film, scolpisco monoliti per l’umanità”. Proprio per questo la polemica fa più rumore. Se certe scelte fossero arrivate da un blockbuster qualunque, probabilmente molti avrebbero alzato gli occhi al cielo e sarebbero andati avanti. Ma da Nolan ci si aspetta un altro livello di attenzione. Anche perché L’Odissea non è un fumetto moderno da reinventare a piacere ogni tre anni. È Omero. È il mito. È una delle fondamenta della cultura occidentale. E quando tocchi quel materiale, il pubblico pretende almeno una ragione forte.
Il caso più discusso riguarda Elena di Troia, descritta dalla tradizione come la donna la cui bellezza scatena la guerra. Il problema non è mettere in dubbio il talento di Lupita Nyong’o, che è un’attrice straordinaria e questo va detto senza fare i furbi. Il problema è capire se la scelta nasca da una visione artistica davvero necessaria o da quella logica hollywoodiana ormai prevedibile: prendere un mito antico, cambiarne i riferimenti visivi, poi aspettare che chiunque faccia una domanda venga liquidato come retrogrado. E qui Musk, al netto del suo stile da bulldozer con il Wi-Fi, tocca un nervo scoperto.
Perché il punto non è “può un’attrice nera interpretare un personaggio mitologico?”. Il punto è: perché proprio questa scelta, in questo contesto, dentro un’opera che dovrebbe dialogare con l’immaginario greco? Se la risposta è forte, bene. Se la risposta è “così facciamo parlare internet e magari piacciamo anche a certi ambienti culturali”, allora siamo davanti all’ennesima operazione più ideologica che cinematografica. E francamente un po’ stanca.
Poi c’è Travis Scott, e qui la faccenda diventa quasi comica. Nolan ha spiegato di averlo scelto perché voleva richiamare l’idea dell’Odissea come poesia orale tramandata nel tempo, e secondo lui questa tradizione sarebbe analoga al rap. La frase esatta, riportata da diverse testate, è che il racconto omerico è stato tramandato come poesia orale, “analoga al rap”.
Ora, capisco il ragionamento. Davvero. Omero, gli aedi, il racconto cantato, il ritmo, la memoria collettiva. Sulla carta, da seminario universitario con bicchiere d’acqua tiepida accanto, può pure suonare interessante. Ma poi torniamo al cinema. Vedere Travis Scott in un film sull’Odissea rischia di sembrare meno “ponte tra oralità antica e rap contemporaneo” e più “abbiamo infilato una celebrity perché il reparto marketing aveva bisogno di un nome spendibile anche fuori dalla cinefilia”. Che poi magari sullo schermo funzionerà, per carità. Ma a oggi sembra una di quelle idee che qualcuno presenta in riunione con aria geniale, mentre nella stanza tutti fingono di non vedere l’elefante: Travis Scott nell’Odissea suona strano. Molto strano.
Il rischio è che Nolan stia facendo quello che tanti registi importanti finiscono per fare quando diventano intoccabili: trasformare ogni scelta discutibile in “visione”. Ma non tutto ciò che è audace è automaticamente profondo. A volte è solo fuori posto con una spiegazione elegante sopra. Tipo mettere il parmigiano sul cappuccino e poi chiamarlo “dialogo tra tradizione casearia e ritualità mattutina”. No, grazie.
La domanda vera è questa: anche Nolan ha ceduto alla tentazione del cinema che vuole dimostrare di essere dalla parte giusta della storia prima ancora di raccontare bene una storia? Perché è questo che molti spettatori avvertono quando parlano di “woke”: non la diversità in sé, non il cambiamento in sé, ma la sensazione che il film stia facendo una dichiarazione politica prima di fare cinema. E quando questo succede con un mito come L’Odissea, il fastidio aumenta.
Naturalmente bisognerà vedere il film. Sarebbe scorretto bocciarlo prima dell’uscita. Nolan potrebbe sorprenderci, Travis Scott potrebbe avere una scena perfetta, Lupita Nyong’o potrebbe dare a Elena una lettura potentissima. Però il sospetto resta. E il sospetto è che Hollywood non riesca più a fidarsi dei testi, dei miti, dell’immaginario originario. Deve sempre correggere, aggiornare, piegare, dimostrare qualcosa.
Musk, in questo caso, ha usato il suo solito modo ruvido e provocatorio, ma ha intercettato una domanda reale: perché anche Christopher Nolan, che poteva fare praticamente tutto, ha scelto una strada che sembra uscita dal manuale del casting “guardate quanto siamo moderni”? Forse perché ormai perfino i grandi autori devono inginocchiarsi davanti all’algoritmo culturale del momento. O forse perché Nolan ha davvero un’idea più forte di quanto sembri.
Lo scopriremo al cinema. Ma una cosa è certa: se persino L’Odissea diventa terreno per queste operazioni, allora la prossima volta non stupiamoci se Achille entra in scena con un podcast motivazionale e Ulisse torna a Itaca in monopattino elettrico.
Tu cosa ne pensi: Musk ha ragione a criticare queste scelte o bisogna aspettare il film prima di parlare di deriva woke? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


