Giù la testa è uno dei miei film preferiti di Sergio Leone, e ogni volta che se ne parla troppo poco mi sembra quasi un torto personale al cinema. Non perché sia un film nascosto in senso assoluto, sia chiaro. Stiamo parlando pur sempre di Leone, di Ennio Morricone, di Rod Steiger, di James Coburn, di un western enorme sulla Rivoluzione messicana. Però nel racconto popolare della carriera del regista finisce spesso dopo i “soliti” titoli: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il West.
Ed è proprio per questo che ha senso chiamarlo sottovalutato. Non perché la critica lo disprezzi, anzi: nel tempo è stato rivalutato e amato da molti cinefili. È sottovalutato perché non ha lo stesso spazio nell’immaginario collettivo. Non è il Leone che tutti citano alle cene. Non è il film con Clint Eastwood e il poncho. Non è la Monument Valley con Charles Bronson e Henry Fonda. È un’opera più strana, più sporca, più politica, a tratti più scomoda. E forse proprio per questo resta un passo indietro nella memoria del grande pubblico.
Uscito nel 1971, Giù la testa arriva dopo la Trilogia del Dollaro e dopo C’era una volta il West. Leone, a quel punto, ha già reinventato il western. Potrebbe limitarsi a rifare ciò che sa fare meglio: duelli, silenzi, primi piani, pistole, vendette. Invece sceglie un’altra strada. Porta la storia in Messico, nel 1910, e mette insieme due uomini che non sembrano nati per diventare eroi: Juan Miranda, bandito messicano interpretato da Rod Steiger, e Sean Mallory, ex rivoluzionario irlandese esperto di esplosivi interpretato da James Coburn.
Juan pensa ai soldi, alla famiglia, alla sopravvivenza. Sean si porta dietro un passato di tradimenti, lotte politiche e ferite mai chiuse. All’inizio non sono amici. Non sono nemmeno due “buoni”. Si usano, si fregano, si sopportano a fatica. Poi la Storia, quella con la maiuscola, li travolge. La rapina a una banca, la rivoluzione, l’esercito, i massacri, i tradimenti: tutto si allarga, e quello che sembrava un film d’avventura diventa qualcosa di molto più amaro.
La grandezza di Giù la testa sta proprio lì. È un film che inizia quasi come una commedia sporca, con toni grotteschi e personaggi sopra le righe, poi piano piano ti porta dentro un dolore enorme. Leone ride della retorica rivoluzionaria, ma non ride dei morti. Prende in giro gli slogan, le pose, gli eroi costruiti per caso, però poi ti mostra quanto costa davvero la violenza politica. Non c’è niente di romantico nella guerra. Non c’è gloria pulita. C’è fango, sangue, opportunismo, paura, e ogni tanto un gesto umano che arriva quando ormai non te lo aspetti più.
La frase attribuita a Mao all’inizio del film, sull’idea che la rivoluzione non sia un pranzo di gala, non è messa lì per fare bella figura. È una chiave. Leone guarda la rivoluzione con sospetto. Non la trasforma in cartolina. Non dice che sia inutile, ma nemmeno la santifica. Juan diventa un eroe quasi per errore, perché la Storia spesso funziona così: prende persone confuse, egoiste, ferite, e le mette in una posizione più grande di loro.
Rod Steiger è gigantesco. Esagerato, fisico, animalesco, a volte perfino difficile da sopportare. Il suo Juan può risultare sgradevole, e alcune scelte del personaggio oggi sono molto dure da guardare. Ma il film non lo rende mai un santo. Lo lascia contraddittorio, sporco, umano nel senso più ruvido del termine. James Coburn, invece, lavora quasi in sottrazione: sorride poco, osserva molto, sembra sempre distante da tutti e soprattutto da sé stesso. Tra loro nasce una delle amicizie più strane e malinconiche del cinema di Leone.
E poi c’è Morricone. La colonna sonora di Giù la testa è una ferita che canta. Il tema di Sean, con quel “Sean, Sean” che torna come un ricordo ossessivo, è tra le cose più struggenti che Morricone abbia scritto per Leone. Non accompagna soltanto le immagini: le perseguita. Ogni flashback irlandese sembra arrivare da un’altra vita, ma anche da un rimorso che non vuole morire.
Anche visivamente il film è Leone puro: primi piani che sembrano paesaggi, esplosioni enormi, volti sudati, attese che si allungano fino a diventare tensione fisica. Però rispetto ai western precedenti c’è meno mitologia e più disincanto. Il West non è più solo il luogo del duello e della leggenda. Diventa una macchina politica che divora chiunque ci finisca dentro.
Forse Giù la testa è meno popolare perché non offre un’icona semplice. Clint Eastwood era immediato: cappello, sigaro, poncho, silenzio. Charles Bronson con l’armonica era mito allo stato puro. Juan e Sean, invece, sono più difficili da incasellare. Uno è un bandito pieno di fame e rabbia. L’altro è un rivoluzionario stanco, segnato da una colpa che non riesce a lasciare andare. Non sono poster da cameretta. Sono uomini rovinati.
Il titolo internazionale, Duck, You Sucker!, non ha aiutato. Negli Stati Uniti sembrava quasi una presa in giro, tanto che il film è circolato anche come A Fistful of Dynamite, titolo più vendibile perché richiamava Per un pugno di dollari. Anche questa confusione ha contribuito a renderlo meno riconoscibile. Un grande film ha bisogno anche di un’identità chiara, e Giù la testa ha avuto più maschere del necessario.
Eppure, ogni volta che lo rivedi, ti accorgi che dentro c’è un Leone maturo, meno interessato alla posa e più al peso morale delle sue immagini. È un film divertente, brutale, malinconico, politico, spettacolare. Un western che esplode fuori, ma si consuma dentro.
Per me resta uno dei suoi lavori più belli proprio perché non cerca di essere il più “figo”. Cerca qualcosa di più doloroso: raccontare cosa succede quando l’avventura incontra la Storia e l’amicizia nasce nel mezzo del disastro.
Voi avete visto Giù la testa? Lo considerate davvero sottovalutato o per voi i capolavori western di Leone restano altri? Scrivetelo nei commenti e diteci la vostra.


