Il Verdetto è arrivato su Netflix il 3 giugno, e se pensi di sapere già tutto su Michael Jackson e le accuse di abusi del 2005, questa serie potrebbe farti cambiare idea su qualche dettaglio che non conoscevi. O almeno ti farà ricordare quanto quella vicenda fosse più complicata di come la si racconta di solito.
La docuserie ricostruisce il processo penale del 2005, in cui Jackson fu accusato di abusi sessuali su minori e alla fine assolto su tutti i capi d’accusa. Ma il punto di partenza è ancora più indietro, al 2003, quando il giornalista britannico Martin Bashir mandò in onda il suo documentario Living with Michael Jackson: un’ora abbondante in cui il Re del Pop parlava in modo disinvolto di condividere il letto con i bambini ospiti a Neverland. Dalle dichiarazioni di quel documentario nacquero le accuse di Gavin Arvizo, e da lì partì tutto il resto.
Quello che in pochi ricordano è chi fu la prima persona a trasformare quelle immagini in un atto formale. La psichiatra forense Carole Lieberman tenne una conferenza stampa fuori dall’ufficio dei Servizi di Protezione dell’Infanzia di Los Angeles subito dopo la messa in onda del documentario, lesse pubblicamente la sua denuncia ai giornalisti presenti e spinse le autorità ad aprire un’indagine. Fu quello il momento in cui la vicenda passò dal gossip televisivo ai tribunali. Il dipartimento dello sceriffo della contea di Santa Barbara confermò che fu proprio quella denuncia a dare il via alla propria indagine, che poi confluì nel processo del 2005.
Lieberman, contattata in questi giorni, ha però rivelato di non essere stata interpellata dalla produzione Netflix. Non sa quindi se la docuserie racconti questa fase delle origini, e invita gli spettatori a non abbassare la guardia: qualsiasi ricostruzione televisiva di un processo, dice, rischia di diventare la versione di chi la scrive piuttosto che una fedele ricostruzione dei fatti. Un punto su cui si trova d’accordo anche l’avvocato Danny Karon, secondo cui un’aula di tribunale e uno studio televisivo funzionano con logiche che non hanno quasi nulla in comune. In tribunale si lavora sulle prove e sulle regole dell’evidenza, in televisione si lavora sugli ascolti. «Ho vissuto questa differenza in prima persona», ha spiegato, «e posso dire che vedere non equivale sempre a credere.»
Jackson morì nel 2009 avendo sempre negato ogni accusa. La musica continua a girare ovunque, le accuse non si sono mai dissolte del tutto, e Il Verdetto si inserisce esattamente in questo spazio sospeso tra la sentenza di un tribunale e il giudizio di chi ascolta ancora Thriller nel 2026 chiedendosi cosa pensare.
Riesci ancora ad ascoltare la musica di Michael Jackson senza che ti venga in mente tutto il resto, oppure anche per te ormai le due cose sono diventate inseparabili?


