Chi ha seguito Peaky Blinders fino all’ultima stagione ricorda bene quella scena finale. Tommy Shelby che se ne va a cavallo, verso un destino incerto, lasciandosi alle spalle tutto quello che era stato. Una conclusione potente, aperta, che molti fan avevano accolto come il commiato perfetto per uno dei personaggi più complessi della televisione degli ultimi anni.
Eppure Steven Knight, il creatore della serie, non era convinto che quella fosse davvero la fine giusta. E con Peaky Blinders: The Immortal Man, ora disponibile su Netflix, ha voluto dimostrarlo.
In una recente intervista, Knight ha spiegato con chiarezza perché non gli bastava lasciare Tommy Shelby a cavallo verso l’orizzonte: “Non volevo che cavalcasse verso il tramonto come se avesse vissuto felice e contento, perché il peso che si porta addosso è troppo grande.” È una dichiarazione semplice, ma dice tutto. Un uomo che ha fatto le cose che ha fatto Tommy non può semplicemente smettere di farle e andare avanti come se niente fosse. Il passato non funziona così, nemmeno per i personaggi di finzione.
E il peso che Tommy porta in The Immortal Man è ancora più pesante di quello che il pubblico conosceva già. Il film rivela qualcosa di nuovo sul suo passato, qualcosa che nemmeno le sei stagioni della serie avevano mostrato. Un’azione così grave che Tommy non riesce a perdonarsi. Knight ha costruito questo dettaglio apposta, perché voleva che il personaggio tornasse sullo schermo non solo con i fantasmi già conosciuti, ma con qualcosa di più oscuro ancora da portare.
Nel film, il personaggio interpretato da Rebecca Ferguson dice a Tommy una frase che riassume tutto: “Vivi in una casa abitata dai fantasmi delle persone morte per colpa tua.” Non è una metafora gentile. È una sentenza. E Tommy lo sa. Vive in esilio volontario, lontano da tutto, perché è convinto di non meritare altro.
Ma Knight non voleva lasciarlo lì, nell’esilio e nella colpa. Voleva dargli una possibilità concreta di fare qualcosa di buono, una volta sola, per bilanciare almeno in parte il peso di tutto quello che aveva fatto. Come dice Tommy stesso nel film: “Da questo male verrà qualcosa di buono.” Vuole salvare suo figlio Duke – interpretato da un ottimo Barry Keoghan – e allo stesso tempo fare qualcosa per il suo paese, che nel 1940 è nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
È in questo spazio – tra la colpa e il tentativo di redenzione – che si gioca tutta la storia di The Immortal Man. Non è un film d’azione nel senso classico del termine. È il racconto di un uomo che sa di aver sbagliato, che sa di non poter cancellare nulla, e che cerca comunque un modo per fare almeno una cosa giusta prima della fine.
Cillian Murphy porta tutto questo sullo schermo con una presenza silenziosa e devastante. Ogni scena in cui Tommy si aggira tra le tombe dei suoi cari, o scrive le sue memorie su una barca nel mezzo di una missione pericolosa, dice più di qualsiasi dialogo. È un personaggio che non cerca la redenzione per sentirsi meglio: la cerca perché è l’unica cosa rimasta che abbia ancora senso fare.
Che il finale di The Immortal Man sia più riuscito di quello della serie originale è una domanda che il pubblico continuerà a discutere a lungo. Ma una cosa è certa: Knight sapeva esattamente cosa stava facendo, e lo ha fatto con piena consapevolezza.
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