⚠️ Avviso spoiler: da qui in avanti si parla del finale di Pecore Sotto Copertura in modo completo. Se non avete ancora visto il film e volete arrivarci senza sapere niente, fermatevi qui. Il film è nei cinema italiani dal 29 maggio. Tornerete a leggere questo articolo dopo, e capirete perché val la pena aspettare.
C’è una categoria di film che al bar non riesci a raccontare senza sembrare pazzo. Pecore Sotto Copertura è uno di quelli. “Allora, c’è questo pastore, lo ammazzano, e le sue pecore decidono di indagare sul caso perché lui gli leggeva romanzi gialli la sera.” E l’amico ti guarda con la faccia di chi sta già cercando una via d’uscita dalla conversazione. Eppure il film funziona, funziona benissimo, e alla fine ti ritrovi a pensarci per due giorni per ragioni che non hanno niente a che fare con le pecore.
Ma andiamo per ordine.
Chi ha ucciso George, e perché la risposta è ovviamente la più banale e la più complicata allo stesso tempo
Il colpevole è Elliot Matthews, il giornalista saccente che per tutto il film si aggira per il paese con un taccuino in mano e l’espressione di chi sa sempre tutto meglio di tutti. Spoiler: non si chiama Elliot Matthews. Si chiama Peter Van Vuren, ed è il figlio di George. Quello che George non aveva cresciuto.
La storia di George Hardy è più complicata di quello che sembra dall’esterno del suo prato. Anni prima aveva perso la moglie e si era ritrovato solo con due figli piccoli, senza sapere come andare avanti. Aveva preso la decisione che molti genitori disperati prendono e che nessuno ama ammettere: li aveva dati in adozione, convinto di fare la cosa giusta per loro anche se non lo era per lui. Poi le cose erano cambiate. George aveva sviluppato una tecnica agricola, ne aveva venduto il brevetto, e si era ritrovato con un gruzzolo che un allevatore di pecore di campagna inglese non avrebbe mai immaginato di avere.
Con quei soldi aveva cercato i suoi figli. Rebecca, la figlia, aveva risposto alle lettere. I due avevano costruito un rapporto, George aveva deciso di lasciarle tutto. Peter, il figlio maschio, lo aveva scoperto e invece di scrivere una lettera a sua volta aveva fatto una cosa più diretta: era arrivato a Denbrook, aveva incontrato George nel suo caravan, e lo aveva avvelenato.
Poi si era inventato l’identità di Elliot Matthews, giornalista freelance sempre curioso, e aveva passato il resto del film a spingere le indagini del goffo poliziotto Tim Derry nella direzione sbagliata, cioè verso Rebecca. L’idea era che se sua sorella veniva accusata, lui prendeva i soldi e spariva. Piano abbastanza solido, se non fosse per le pecore.
I sospettati, che servivano tutti a qualcosa
Il film mette in fila una serie di persone che hanno tutte ottimi motivi per voler male a George, il che è uno dei modi classici per costruire un giallo e anche uno dei modi per dire qualcosa su un posto e sulla gente che lo abita.
Caleb, il pastore vicino, sembrava il candidato principale perché George stava rescindendo il suo affitto. Poi viene fuori che Caleb e Ham, il macellaio del paese, stavano mettendo insieme un’attività di bistecche di agnello usando le pecore di George. Piccolo dettaglio che spiega perché i due non sembravano particolarmente dispiaciuti per la morte del vicino.
Beth aveva rubato una lettera e l’aveva nascosta. Sembrava una prova. Si scopre che Beth aveva dei sentimenti per George da anni, che George non aveva mai corrisposto nel modo in cui lei sperava, e che la lettera che aveva sottratto era quella di Rebecca, non di George. Quando lo confessa a Rebecca, la scena ha quella qualità delle rivelazioni che non giustificano niente ma rendono tutto un po’ più comprensibile.
Il reverendo Hillcoate aveva gestito le pratiche di adozione anni prima, e aveva poi rifiutato di aiutare George a ritrovare i figli. George gliene aveva voluto abbastanza da tenerlo a distanza per il resto della vita. Nel film serve a chiudere il cerchio della storia delle adozioni, non a essere il colpevole.
Lily e il problema delle cose che è più comodo non ricordare
Fin qui la parte gialla, che funziona come deve funzionare. Ma il motivo per cui Pecore Sotto Copertura rimane in testa più a lungo del normale è quello che racconta in parallelo attraverso il personaggio di Lily.
Lily è la pecora più intelligente del gregge, quella che conosce più romanzi gialli grazie alle letture serali di George e che si mette in testa di risolvere il caso quando la polizia sembra incapace di fare progressi seri. Ha però un difetto abbastanza specifico: dimentica automaticamente tutto quello che le provoca disagio. Non lo decide, le viene naturale, come un meccanismo di difesa che si attiva da solo. Questo include la morte, che le pecore del film gestiscono con una bugia confortante: quando una di loro muore, si trasforma in una nuvola. È una cosa che si sono raccontate così a lungo da dimenticare che non è vera.
Mopple è l’unica del gregge che non riesce a fare questa cosa, non per una scelta consapevole ma per come è fatta. È l’unica a ricordare davvero, anche le cose scomode, anche quelle che farebbero più comodo lasciar andare.
Sebastian è il personaggio del gregge che per tutta la prima parte sembra lì principalmente per dire a Lily che le sue teorie non reggono. È scontroso, critico, poco incline alla diplomazia. Non è costruito per essere il preferito del pubblico, e il film non finge il contrario.
Poi arriva la scena con i cani di Caleb. Sebastian si mette tra Lily e i cani, e muore. Senza monologo, senza rivelazione tardiva su quanto fosse buono in fondo, senza musica che sale. Muore e basta, nel modo in cui muoiono le cose reali.
Lily comincia a dimenticare, com’è normale per lei. Mopple la ferma, con una cosa semplice: se dimentichi Sebastian, Sebastian sparisce. Non è che smette di essere morto, è che smette di essere esistito. Tenere il dolore non è una punizione, è il modo in cui si tiene qualcuno con sé.
È la svolta emotiva del film, e succede in un campo tra due pecore. Se vi viene da ridere sentendo questa descrizione, sappiate che nel film non viene da ridere per niente.
L’agnellino senza nome, che in realtà ha un nome
Per tutto il film nel gregge c’è un agnellino che nessuno chiama per nome. Non è crudeltà, è lo stesso meccanismo di Lily applicato in anticipo: se non gli dai un nome, non ti affezioni, e se non ti affezioni il dolore di perderlo è più gestibile. Lily lo fa, tutti lo fanno, ed è una delle cose che il film mostra senza commentare.
Nel finale, dopo che la verità su Peter viene a galla anche grazie a quell’agnellino, Lily fa la cosa che all’inizio del film non avrebbe mai fatto: gli dà un nome. Lo chiama George. Non come gesto simbolico costruito per commuovere, ma come atto pratico di responsabilità verso qualcosa che hai deciso di tenere.
Nominare qualcuno vuol dire che hai accettato quello che può succedere.
Rebecca e la scelta più semplice
L’ultima parte del film, quella sul lato umano, riguarda Rebecca. Ha tutto il diritto di prendere l’eredità di George e tornare alla sua vita senza dover gestire un gregge di pecore in un paese dove nessuno la conosce davvero. Nessuno potrebbe dirle niente.
Invece rimane. Non solo rimane: compra tutte le pecore che Caleb e Ham avevano accumulato per la loro attività di macelleria, allargando il gregge di George invece di liquidarlo. Il film lo mostra senza sottolinearlo, e funziona proprio per questo. Rebecca non fa un discorso sulla continuità o sul senso delle cose. Rimane e si mette al lavoro.
Perché il film funziona dove poteva facilmente non funzionare
Kyle Balda viene dai Minions e da Cattivissimo Me 3. Craig Mazin ha scritto Chernobyl e The Last of Us. Il film è basato su un romanzo tedesco del 2005 con le pecore investigatrici. Il budget è di ottanta milioni di dollari. Ogni singuno di questi elementi, messo su carta, suona come qualcosa che potrebbe andare storto in modi molto diversi tra loro.
Non va storto. Il film trova un equilibrio tra la commedia e il peso delle cose che racconta, e lo trova senza che nessuna delle due parti sacrifichi l’altra. Fa ridere quando deve far ridere, si ferma quando deve fermarsi, e vi lascia con quella sensazione specifica di aver visto qualcosa che non sapevate di cercare.
Provateci a raccontarlo al bar. “Muore una pecora di nome Sebastian e ci si emoziona.” L’amico vi guarderà come prima. Poi magari andrà a vederlo.


