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Perché Clint Eastwood lasciò Sergio Leone dopo Il buono, il brutto, il cattivo: la storia della rottura che nessuno immaginava

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
2 Aprile 2026
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 4 minuti
Perché Clint Eastwood lasciò Sergio Leone dopo Il buono, il brutto, il cattivo la storia della rottura che nessuno immaginava

C’era una volta uno dei sodalizi più straordinari nella storia del cinema, e finì prima che potesse diventare ancora più grande. Clint Eastwood e Sergio Leone insieme hanno realizzato tre film che hanno ridefinito il western per sempre – Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo – e poi si sono separati. Non per un litigio clamoroso, non per ragioni di soldi, non per qualche scandalo. La verità è più interessante e più malinconica di così.

Per capire davvero cosa è successo bisogna tornare all’inizio, al 1964, quando Eastwood era ancora il protagonista di Rawhide, una serie western americana trasmessa dalla CBS. Un regista italiano semisconosciuto gli offrì la parte in un film girato in Spagna con un budget ridottissimo. Eastwood ha raccontato più volte quella scelta con disarmante semplicità: “Non avevo niente da perdere. Avevo un lavoro che mi aspettava in televisione e sapevo che se il film fosse stato un disastro nessuno lo avrebbe mai visto comunque.” Con quella leggerezza nata dalla necessità, accettò di diventare l’Uomo senza nome – un pistolero senza identità, senza passato dichiarato, senza morale convenzionale – e Leone lo trasformò in una star mondiale.

La trilogia fu un fenomeno globale. Eastwood considerava quei film una forma di satira – una presa in giro del western tradizionale e dei film di Akira Kurosawa a cui si ispiravano – ma questo non diminuiva il rispetto che nutriva per Leone né la gratitudine per quello che quelle pellicole avevano fatto alla sua carriera. Il problema era un altro: dopo Il buono, il brutto, il cattivo, Eastwood era diventato qualcos’altro. Non era più l’attore televisivo disposto a fare qualsiasi cosa pur di sfondare al cinema. Era una star con idee precise su dove voleva andare, e quelle idee non coincidevano più con quelle di Leone.

Il regista romano non si rassegnò subito. Dopo il 1966 aveva in testa almeno due progetti diversi e in entrambi voleva Eastwood. Il primo era qualcosa di completamente inedito: un film sui gangster ambientato nell’America della Proibizione, ispirato al libro The Hoods di Herschel Goldberg – noto come Harry Grey – un romanzo semiautobiografico sulla criminalità organizzata ebraico-americana. Leone voleva però espanderlo in qualcosa di più ampio, un affresco sul gangsterismo americano in tutte le sue forme. E il personaggio che aveva immaginato per Eastwood era quello di un gangster irlandese.

La proposta aveva però un problema fondamentale: non esisteva ancora. Leone aveva un’idea, un’atmosfera, una visione vaga. Non aveva una sceneggiatura, non aveva nemmeno un soggetto scritto. E Eastwood non era il tipo da firmare per qualcosa che non riusciva ancora a leggere. Lo ha spiegato con una frase secca e definitiva: “Mi piace sapere qual è la battuta finale. Non voglio che qualcuno mi racconti una barzelletta senza darmi il finale.” Leone continuò a parlargli del progetto per mesi, forse anni, ma rimase sempre qualcosa di incompiuto, come disse lo stesso Eastwood, “sempre appeso lì” senza mai trasformarsi in qualcosa di concreto.

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Abbandonata per il momento l’idea del film sui gangster, Leone tornò al western. Sviluppò quello che sarebbe diventato C’era una volta il West – uscito nel 1968 – e cercò ancora una volta di coinvolgere Eastwood. La risposta fu negativa. E questa volta la motivazione era ancora più diretta: “Erano solo ripetizioni di quello che avevo già fatto. Non volevo più interpretare quel personaggio.” Eastwood aveva capito che continuare a fare l’Uomo senza nome con Leone significava girare in tondo, e girare in tondo non era nei suoi piani.

C’era anche una divergenza più profonda che riguardava il modo stesso di concepire il cinema. Eastwood ha descritto Leone come qualcuno che “voleva andare sempre più verso lo spettacolo” – qualcuno che si immaginava come una specie di David Lean italiano, il regista de Il ponte sul fiume Kwai e Lawrence d’Arabia, con la sua predilezione per le produzioni monumentali, i paesaggi enormi, la regia come esercizio di grandiosità visiva. Era un’ambizione comprensibile, forse persino ammirevole. Ma non era quello che Eastwood cercava.

Il ruolo pensato per lui in C’era una volta il West andò a Charles Bronson – una scelta che avrebbe dato vita a uno dei personaggi western più memorabili degli anni Sessanta. Poi Leone girò Giù la testa nel 1971, ancora senza Eastwood. E infine, dopo più di un decennio di attesa e di sviluppo, il regista tornò all’idea originale del film sui gangster e la portò a compimento nel 1984: C’era una volta in America, con Robert De Niro al posto di Clint Eastwood. È uno dei film più grandi che Leone abbia mai realizzato – probabilmente il suo capolavoro assoluto – e nel ruolo del protagonista c’è un attore straordinario che non è quello che Leone aveva immaginato all’inizio.

Per una curiosità amara del destino, nello stesso 1984 in cui uscì C’era una volta in America anche Eastwood fece un film ambientato negli anni Trenta nel mondo della criminalità organizzata. Si chiamava City Heat, lo girò con Burt Reynolds, e Roger Ebert lo stroncò con una delle sue frasi più taglienti: “Come si fanno travestimenti del genere?” Due film sullo stesso territorio, nello stesso anno – uno diventato un capolavoro del cinema mondiale, l’altro una delle delusioni più brucianti nella filmografia di entrambi gli attori protagonisti.

Leone morì il 30 aprile 1989, a soli 60 anni, per un attacco di cuore nella sua abitazione di Roma, mentre stava lavorando a un’ambiziosa epopea sull’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale. Aveva già ottenuto un budget di 100 milioni di dollari e persino l’autorizzazione dell’URSS di Gorbaciov a girare sul suolo sovietico. Quel film non è mai stato fatto.

Eastwood ha 95 anni e continua a fare cinema. Il western che hanno costruito insieme – quegli spazi sconfinati, quei duelli dilatati nel tempo, quella musica di Ennio Morricone che fischia sopra tutto – è ancora lì, intatto, a ricordare cosa succede quando due persone con visioni diverse si trovano nel momento giusto e decidono di lavorare insieme, anche se solo per tre film.

Pensi che Eastwood abbia fatto la scelta giusta lasciando Leone, oppure il cinema ci ha perso qualcosa di irrecuperabile con quella rottura? Scrivilo nei commenti – su questa domanda i cinefili si dividono ancora oggi.

Tags: Clint EastwoodWestern
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