Ogni volta che in Italia spunta qualcuno che “dice cose scomode”, parte il riflesso automatico: lo si paragona a un giornalista ammazzato, come se bastasse alzare la voce per entrare in quella categoria. È successo anche con Fabrizio Corona, e la frase che gira è sempre la stessa, detta con un mezzo sorriso e un mezzo brivido: “Corona è il nuovo Pecorelli”. Funziona perché mette insieme due ingredienti che noi italiani adoriamo: il sospetto e la leggenda.
Solo che, se la guardi bene, è una scorciatoia. E pure un po’ ingiusta, sia per Pecorelli che per Corona. Perché Mino Pecorelli non era un “personaggio che faceva casino”, e Corona non è un giornalista che lavora dentro i gangli dello Stato. Sono due pianeti diversi.
Partiamo da Mino Pecorelli, che spesso viene citato senza essere davvero spiegato. Il suo nome completo era Carmine Pecorelli, ma tutti lo chiamavano Mino. Era avvocato, giornalista e direttore di una rivista che si chiamava Osservatore Politico, spesso indicata con la sigla OP. Non era un giornale da massa, non era un settimanale da salotto, non era un quotidiano da edicola che ti compri per leggere lo sport. Era una pubblicazione “da ambienti che contavano”. Cioè: la leggevano quelli che stavano attorno al potere, quelli che dovevano capire che aria tirava, quelli che si muovevano tra politica, magistratura, forze dell’ordine, ministeri, uffici dove le cose non finiscono mai nei comunicati stampa.
Il suo stile era particolare: allusivo, spezzato, spesso criptico. A volte sembrava quasi un codice. Nomi accennati, soprannomi, mezze frasi, riferimenti che capivi solo se conoscevi la trama dietro alla storia. E questa non era una posa letteraria. Era un modo di stare nel mondo. Pecorelli non scriveva per “informare tutti”. Scriveva per far arrivare segnali a chi sapeva leggere quei segnali. E quando fai così, stai giocando una partita molto rischiosa, perché non stai soltanto raccontando una storia, stai facendo capire che certe cose le sai, che certe carte le hai viste, che certe conversazioni non sono più private.
Ecco perché dava fastidio. Non perché facesse scandalo sui giornali, ma perché toccava nervi scoperti in un’Italia che, tra gli anni Settanta e inizio anni Ottanta, era attraversata da terrorismo, servizi segreti, lotte interne ai partiti, strutture parallele e paure vere. In quel periodo, parlare di rapporti opachi tra poteri non era un esercizio da talk show. Era un terreno in cui potevi ritrovarti schiacciato.
A chi poteva dare fastidio Pecorelli? Qui bisogna essere chiari senza fare nomi a caso come se stessimo scrivendo un romanzo complottista. Pecorelli poteva disturbare chiunque avesse interesse a mantenere certe informazioni fuori dalla luce: pezzi della politica, pezzi degli apparati, circuiti di influenza che non volevano essere nominati, ambienti che vivevano di equilibri e di silenzi. Anche perché Pecorelli non colpiva solo “una persona”. Colpiva la rete. Faceva intravedere collegamenti, possibili scambi, zone grigie. E quando fai intravedere la rete, il potere si irrigidisce. Perché un singolo scandalo si gestisce, una rete che diventa visibile molto meno.
Pecorelli venne assassinato a Roma il 20 marzo 1979, colpito mentre era in auto. Il suo omicidio è diventato uno dei casi più discussi della storia italiana: indagini, piste, ipotesi, processi, assoluzioni, colpi di scena. Ed è importante dirlo così, senza “finali comodi”, perché la storia giudiziaria non ha consegnato una verità definitiva universalmente accettata. Questa zona d’ombra, nel bene e nel male, ha alimentato il mito. Ma il punto non è il mito. Il punto è che Pecorelli era un giornalista che si muoveva in un ambiente dove l’informazione è potere vero, non chiacchiera.
Ora veniamo a Corona. Corona è un animale mediatico, uno che conosce perfettamente l’ossessione del pubblico per il retroscena, per la confessione, per il “ti dico io come stanno le cose”. Il suo mondo nasce dal gossip, dalle foto rubate, dall’immagine pubblica dei VIP, dal mercato dell’attenzione. Negli anni è diventato un personaggio che mescola provocazione, racconto, sfida, auto-narrazione. Che piaccia o no, Corona sa accendere una stanza. Sa costruire un frame in cui o sei con lui o sei contro di lui. E in un’epoca in cui l’attenzione vale più dell’oro, questa è una forma di potere.
Però è un potere di un altro tipo rispetto a Pecorelli. Corona colpisce soprattutto sul piano reputazionale. Mette in difficoltà persone, carriere, relazioni. Fa emergere ipocrisie. Alimenta polemiche. Spinge l’opinione pubblica a guardare dove prima non guardava. Ma lo fa dentro un ring che è completamente diverso: quello dello spettacolo, del racconto seriale, del “nuovo episodio” ogni settimana.
Pecorelli non cercava il pubblico. Corona vive del pubblico. Sembra una frase semplice, ma è la differenza più grande.
Pecorelli non si costruiva come protagonista. Anzi, stava dietro le sue allusioni. Corona invece è sempre al centro: la storia, spesso, finisce per diventare “la storia di Corona”, non la storia del sistema.
Pecorelli parlava a un’élite che capiva. Corona parla a una massa che reagisce. Pecorelli metteva in circolo segnali che potevano spostare equilibri tra poteri. Corona mette in circolo contenuti che spostano opinioni, indignazioni, schieramenti social. Entrambe le cose possono essere forti, ma non sono la stessa cosa.
C’è anche un’altra differenza, forse la più sottile. Pecorelli viveva e agiva in un’epoca in cui l’informazione era scarsa, lenta, difficile da verificare, e proprio per questo il possesso di un dettaglio vero, di un documento, di un contatto, aveva un valore enorme. Oggi invece viviamo in un eccesso di informazione. Tutto è continuo, tutto è commentato, tutto diventa subito contenuto. In questo ambiente, anche quando qualcuno dice una cosa importante, rischia di essere inghiottito dal rumore dopo ventiquattr’ore. E Corona, che di quel rumore è maestro, si muove perfettamente dentro questa logica.
Il potere di oggi, spesso, non ha paura di chi urla. Sa gestire l’urlo. Lo assorbe, lo ridicolizza, lo trasforma in intrattenimento, lo usa come prova che “si può dire tutto”. Fa più paura chi lavora in modo silenzioso, chi parla alle persone che prendono decisioni, chi fa circolare informazioni in contesti dove non c’è palco e non c’è pubblico. Pecorelli, con tutte le ambiguità che la sua figura si porta dietro, apparteneva più a quel mondo lì.
E poi c’è un aspetto psicologico che spiega perché questo paragone piace: a noi piace l’idea del “perseguitato”, del “martire della verità”. Siamo un Paese che spesso diffida delle versioni ufficiali, quindi ci viene naturale romanticizzare chi “sfida il sistema”. Corona, per molti, incarna questa ribellione. Ma ribellione non significa automaticamente pericolo strutturale. Puoi essere ribelle e al tempo stesso restare dentro una dinamica perfettamente compatibile con il sistema: fai rumore, dividi il pubblico, intrattieni, monetizzi attenzione, crei un ciclo infinito di reazioni.
Pecorelli invece, per come operava, poteva creare un altro tipo di danno: non “metto in imbarazzo Tizio”, ma “rendo visibile un meccanismo”. E quando rendi visibile un meccanismo, togli potere a chi vive di opacità.
Quindi, no: Corona non è il nuovo Pecorelli. Non perché Corona sia “meno”, ma perché il bersaglio è diverso, il metodo è diverso, l’ecosistema è diverso. Corona è una figura del potere mediatico contemporaneo, dove la verità è spesso un ingrediente del racconto. Pecorelli era una figura di un’Italia in cui la verità, o anche solo l’ombra della verità, era una leva che poteva far saltare equilibri reali.
Pecorelli era un biglietto lasciato sul tavolo giusto, nel momento giusto. Corona è un megafono in piazza. Il megafono fa impressione, il biglietto può far tremare le mani.
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